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Thomas Stearns Eliot

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Seamus Heaney, poesia ed esperienza

“Preservare l’esperienza”, ecco una ragione per scrivere, diceva Philip Larkin, poeta ammirato da Seamus Heaney, della generazione subito prima della sua. E Heaney lo citava ancora recentemente. La sua poesia infatti è sempre stata strettamente legata alla sua esperienza: l’infanzia rurale, il cattolicesimo profondo e vissuto conflittualmente dell’Irlanda del Nord, gli studi classici, le letture dei maestri del moderno, lo stato di assedio, gli amori, il senso del passato, gli amici, i compagni di strada, gli inarrivabili esempi: Yeats, Joyce, Eliot, Beckett... Heaney divenne amico dei suoi confratelli Ted Hughes, Josif Brodskij, Derek Walcott, Czeslaw Milosz e del più anziano Robert Lowell alla fine della vita disordinata dell’americano. Nella poesia Ostriche ricorda un pranzo memorabile con Lowell sulla costa irlandese, quando “preparano un bell’evento da ricordare”. E intanto le ostriche fanno pensare ai romani che le facevano arrivare dall’Atlantico, alla “sazietà del privilegio”. E mangiare quello iodio significa divenire “verbo, puro verbo”.     In...

Andy Warhol: il Braille mentale

“Per preparare una poesia, si prende ‘un piccolo fatto vero’ (possibilmente / fresco di giornata”: “una data precisa, un luogo scrupolosamente definito”. Così, memorabilmente, Edoardo Sanguineti in una di quelle Postkarten anni Settanta che segnarono, nella sua poesia, una svolta in direzione appunto cronachistica e giornaliera (e anzi, disse lui stesso, proprio “giornalistica”) – sorprendente in chi aveva esordito, due decenni prima, con una poesia astratta e “lunare” come quella di Laborintus, ispirata alla musica seriale e all’arte informale. Di mezzo – dalla fine degli anni Sessanta ma con maggior regolarità nel decennio seguente – c’era stato appunto l’avvicinamento del Grande Autore Modernista alla più umile e feriale delle sedi di scrittura, quella appunto con cui il giorno dopo s’incarta il pesce. Proprio com’era avvenuto al maestro avverso, Montale redattore al “Corriere della Sera” prima della “svolta” di Satura, la scrittura “maggiore” – quella in versi, ovvio – assai tangibilmente s’era...

La macchina per scrivere

Poco più di centocinquanta anni è durata la macchina per scrivere. Da quando un novarese, Giuseppe Ravizza, l’aveva pensata e realizzata per aiutare la scrittura dei non vedenti. Adesso la sua invenzione, contestata da un altro creatore americano, si è estinta. L’ultima fabbrica, localizzata in India, chiude: non ci sono più ordini. Tutti, o quasi tutti, oggi scrivono con il computer. Oppure a mano, con la penna o la matita, dal momento che l’unico vero concorrente della videoscrittura è il quaderno, o piuttosto il moleskine. Il mondo meccanico viaggia verso l’esaurimento.   L’immaterialità ha avuto la meglio. Ma cosa ci abbiamo guadagnato con la fine della tastiera meccanica? Di sicuro ora si fa meno fatica. Chi ha avuto modo di imparare a scrivere sulle macchine tradizionali – spesso con solo due dita – sa quanta energia occorresse per battere sui tasti, per sollevare il carrello, per imprimere le maiuscole, per dare alla riga un ritmo accettabile: la scrittura mentale seguiva, almeno inizialmente, il ritmo dei colpi dei polpastrelli sui tasti, e la fine della riga, vera unità...