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USA

(48 risultati)

“Il nostro paese è imbarazzante per il mondo intero” / Le grandi star sportive americane, la politica. E gli italiani?

“Il nostro paese è imbarazzante per il mondo intero”. Ecco le ultime dichiarazioni riguardo la politica americana di uno dei più navigati e vincenti coach dell'NBA, Gregg Popovich. Pensiero già manifestato con schiettezza ai tempi dell'elezione di Trump a Presidente degli Stati Uniti d'America: “Mi fa venire il voltastomaco. Non tanto perché hanno vinto i Repubblicani ma per il disgustoso livello di commenti che sono stati xenofobi, omofobi, razzisti e misogini. Vivo in un paese dove metà delle persone ha ignorato tutto questo e ne ha eletto il rappresentante”. Il rifiuto a Trump è diventato nelle ultime ore quasi sistematico, ed è partito dalle seguenti dichiarazioni: “Io non voglio andare, le mie convinzioni rimangono le stesse. Dovessimo mettere il viaggio alla Casa Bianca ai voti, io opterei per il No”. A dirlo è stato Stephen Curry, probabilmente il più popolare giocatore NBA nel Mondo e campione in carica con i Golden State Warriors che ha provocato anche la risposta dello stesso Trump, a mezzo twitter, per disdire l'invito.   Ecco, per un attimo chiudete gli occhi e pensate a uno dei nostri migliori allenatori o calciatori fare altrettanto. Cioè esprimersi apertamente...

Mall, anti-mall, demalling / Caro supermercato, mi consoli?

  È di questi giorni la notizia che The Mall of America, la nota catena di centri commerciali statunitense, per celebrare il suo 25esimo compleanno, vada alla ricerca di uno scrittore, il cui compito esplicito sia di prestarsi a raccontare la cultura e la vita del mall, vivendoci per cinque giorni.  Va da sé che, per ottemperare compiutamente al suo compito, il fortunato vincitore della call potrà usufruire di una tessera per ottenere gran parte del cibo e della merce in vendita gratuitamente oltre che di un generoso onorario per il suo lavoro.  In rete, si è letta qualche ironia su quanto la notizia possa, per molti, rappresentare un’occasione da cogliere al volo per appagare i propri più languidi desideri adolescenziali, abbandonandosi, una volta tanto, al piacere del consumo. Il tutto, per giunta, senza nemmeno l’incomodo di affrontare rimorsi e sensi di colpa dato che, contro ogni possibile brontolio della coscienza, si può sempre propugnare che di duro lavoro si tratti.    A The Mall of America di un’occupazione di questo genere devono averne davvero sentito il bisogno, se è vero che i centri commerciali vivono dentro una retorica apocalittica che li...

Dalla res publica alla realtà di Trump / Post verità, discorso pubblico e performance privata

Il 21 gennaio 2017 il portavoce della Casa Bianca Sean Spicer ha mentito in conferenza stampa sulla modesta affluenza alla cerimonia inaugurale del neoeletto presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump in spregio al principio di non contraddizione: “Nessuno ha i numeri, ma non si era mai registrata una partecipazione così numerosa a una inaugurazione, punto e a capo.” Il giorno seguente Kellyanne Conway, consigliere del presidente, sollecitata dal giornalista Chuck Todd a dare ragione della falsità durante il programma televisivo Meet the Press in onda su NBC, risponde che Spicer ha fornito “fatti alternativi”. Viviamo in un’epoca di menzogna istituzionale, come è proprio dei regimi dispotici? Potrebbe essere, dal momento che i fatti sembrano venire resi di pubblico dominio seguendo il criterio della post-verità, secondo il termine che l’Oxford Dictionary ha eletto a parola dell’anno nel 2016: “Essa fa riferimento o denota circostanze in cui i fatti obiettivi sono meno dirimenti per la formazione dell’opinione pubblica di quanto non lo siano l’emozione e l’opinione personale.” Sul piano politico ciò significherebbe che la verità delle cose esiste, ma la sua conoscenza è impedita...

Un iperreale al riparo da reale e immaginario / Politica della post verità o potere sovralegale?

Gli orientamenti politici e gli esiti delle decisioni collettive sfidano oggi le tradizionali categorie della psicologia del potere. L’opinione pubblica alla base delle scelte si forma per vie che sfuggono alle forme conosciute e le campagne elettorali sono costruite al di fuori del mondo dei fatti. Non solo, ma chi sceglie in un certo modo, concorrendo a esiti determinanti anche per il proprio presente e il proprio futuro, sembra cambiare idea un momento dopo, a fatti compiuti e, almeno per un certo tempo, irreversibili. Viene sempre più spesso in mente Winston Churchill e la sua affermazione sulla difesa della democrazia “purché non voti mia suocera”. Una provocazione alla sua maniera che comunque induce a interrogarsi sul presente della democrazia e delle forme di esercizio del potere. A fare affermazioni senza prove e senza logica; smentendole immediatamente dopo o cambiando versione continuamente, si ottiene seguito e consenso e viene da chiedersi come sia possibile.    Se consideriamo l’elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti d’America, la domanda da porsi è come abbia fatto una minoranza di americani a portarlo al potere. L’interrogazione è, perciò...

Lettere da Guantanamo / Le CodePink a Sanaa

  Nella foto diffusa dall’associazione per i diritti umani al-Karama, Terry Kay Rockefeller fa capolino con il suo caschetto biondo e gli occhiali rossi alle spalle di una donna in niqab, dall’età indefinibile e dalla taglia piccola. È l’unica immagine ufficiale che possiede di quella visita, annunciatami qualche mese prima, dopo esserci incontrate al World Social Forum di Tunisi. Mi aveva chiesto come fosse lo Yemen, se il fatto di visitarlo non la mettesse a rischio, in quanto cittadina americana. La sua domanda poteva suonare strana, visto che Terry frequenta l’Iraq dal 2004, sfidando la sorte e il pericolo di rapimenti.  Perché Terry Rockefeller, producer e autore televisivo, con il suo caschetto biondo e un sorriso splendido, piantato in un corpo di cinquantenne americana in carne, è una donna coraggiosissima. Ha perso la sorella nell’attentato alle Torri Gemelle e quando ne parla i suoi occhi sono sempre umidi di lacrime.  Ma, lucida, lucidissima, fin dall’inizio di quel disastro, ha considerato l’invasione all’Iraq come l’errore più grande del suo Paese e si è messa in mente di rappresentare un gruppo di attivisti americani, impegnati nella denuncia delle...

Populismo penale / Trump e il ritorno della tortura

La tortura funziona, ok ragazzi? Sapete, ci sono questi tipi – “la tortura non funziona”. Credetemi, funziona. E il waterboarding è una forma minore. Alcuni dicono che non è davvero tortura. Ammettiamo che lo sia. Ma mi hanno fatto la domanda: che ne pensa del waterboarding? Assolutamente d’accordo. Ma dovremmo andarci giù molto più pesanti che col waterboarding. La vedo così. Stanno tagliando delle teste. Credetemi, dovremmo andarci giù molto più pesanti, perché il nostro paese è in difficoltà. Siamo in pericolo. Donald Trump, Bluffton South Carolina, 17 febbraio 2016   1. La cosa che più stupisce di queste dichiarazioni di Trump è che siano possibili. Come è avvenuto che affermazioni del genere potessero essere espresse pubblicamente da un candidato poi eletto alla carica di Presidente degli Stati Uniti?  Rispondere che il successo di Trump si deve proprio alla sua sfida al “politicamente corretto” non aiuta. In senso stretto, il politicamente corretto sarebbe quel codice informale della comunicazione pubblica che impedisce di esprimere giudizi offensivi nei confronti di categorie di persone socialmente svantaggiate e che vale soprattutto per chi ricopre o si candida a...

The Obama Paintings / Un Obama al giorno

Ritratti del presidente   Conquistato dal vento di speranza sollevato dalla campagna elettorale di  Barack Hussein Obama, l’artista americano Rob Pruitt s’imbarca in un progetto ambizioso: realizzare un ritratto al giorno del futuro e ormai ex presidente, uno per ogni giorno del suo mandato, dal 20 gennaio 2009 al 20 gennaio 2017, per un totale di 2922 dipinti (The Obama Paintings). Il protocollo è semplice e prende 15-30 minuti al giorno, un approccio “slow burn” alla pittura, come andare in palestra. Ogni mattina Pruitt seleziona un’immagine del presidente da Google Images, realizza una diapositiva, la proietta sul muro, ne modifica la composizione e l’inquadratura mettendo in risalto il soggetto principale. Dipinge la tela – un quadrato di 60cm di lato – con tre colori acrilici (rosso, blu e bianco), gli stessi dello street artist e graphic designer losangelino Shepard Fairey nei celebri ritratti di Obama. Le immagini di Pruitt sono tuttavia sfumate, a bassa definizione, più vicine alla stampa quotidiana che alla ritrattistica.   Il soggetto resta nondimeno leggibile: vediamo Obama impegnato, di volta in volta, a stringere mani in incontri ufficiali o a ballare...

Ta-Nehisi Coates. Un conto ancora aperto / L'America (ancora) razzista

Non sappiamo ancora come sarà l’America di Donald Trump, se certe dichiarazioni ostentate in campagna elettorale daranno vita a nuove vecchie pulsioni razziste e xenofobe. Sappiamo però come è stata l’America e soprattutto l’America dei neri fin dalle sue origini e ora a raccontarcelo con una prosa lucida e coinvolgente è Ta-Nehisi Coates, giornalista dell’Atlantic e già autore del bellissimo Tra me e il mondo (Codice Edizioni). In questo suo primo libro Coates raccontava a suo figlio cosa significhi essere neri, incentrando l’attenzione sul corpo, su quel colore che diventa un marchio, indelebile, tragico, che condiziona il tuo modo di pensare, la tua vita intera. Ora, per lo stesso editore, con Un conto ancora aperto ci sbatte davanti agli occhi alcuni secoli di storia degli Stati Uniti alla luce del rapporto tra bianchi e neri (o se si vuole essere politicamente corretti, tra bianchi e afro-americani). Coates è un maestro della scrittura e sa alternare passaggi commoventi a momenti di duro realismo e non esita a dichiarare che la più antica democrazia del mondo si fonda proprio sulla discriminazione e sullo sfruttamento dei neri da parte dei bianchi. In sintesi, sul razzismo....

Mafia 3 / La salvezza della democrazia: Lincoln Clay

Chi teme gravi pericoli per la democrazia mondiale dopo la vittoria elettorale di Donald Trump dall'altra parte dell'Oceano potrebbe sentirsi rassicurato dalle gesta poco eroiche ma molto legittime di Lincoln Clay, protagonista di Mafia 3, un videogame di caratura criminale ambientato nel 1968 a New Bordeaux, una versione fittizia di New Orleans. Lincoln è un reduce dal Vietnam, suo padre è bianco (forse italiano) e sua mamma di colore, come Obama ma al contrario, abbandonato da piccolo in un orfanotrofio e affidato alle cure di padre James. A differenza dell'ormai ex presidente USA non appartiene alla classe privilegiata degli afroamericani, le scuole in cui si è formato sono prima la strada e poi le risaie del sud-est asiatico. Lincoln è il figlioccio del padrino di colore Sammy, al suo ritorno in patria ha intenzione di annunciargli il suo trasferimento in California per intraprendere un'attività commerciale con un ex commilitone.   La trama si complica fin da subito, con l'ultima rapina di Lincoln per Sammy a un furgone portavalori in combutta con la famiglia mafiosa italoamericana dei Marcano, capeggiata dal vecchio e feroce Sal e dal figlio Georgie, inetto ma ancora più...

La storia particolare di una vicenda mondiale / L'impero del cotone

Anche la storiografia ha le sue mode, guidate dalla ricerca di un pubblico di lettori ma anche da scelte delle corporazioni accademiche che pongono al centro del dibattito un tema, con congressi, seminari e finanziamenti. Avviene così che specialmente i giovani ricercatori in cerca di un'occupazione aderiscano alla moda del momento. Da qualche anno ormai è di moda la storia globale, promossa e sostenuta da un potente stimolo politico e finanziario. Non è un fatto negativo in sé se la storiografia parte dal desiderio di criticare l'idea evidentemente superata della centralità esclusiva dell'Europa e degli Stati Uniti nello sviluppo economico, culturale e sociale del mondo. Ma è un proposito più morale che di metodo se l'innovazione consiste solo nell'occuparsi degli “altri” o nell'avere uno sguardo alle connessioni e agli scambi tra paesi e culture differenti. E lascia sovente spazio a una forma diversa di eurocentrismo, come avviene per esempio in quella che si chiama "la grande divergenza" nel progresso economico del mondo occidentale rispetto all'Oriente e al Sud del mondo. Ci sono molte definizioni possibili di storia globale, ma in genere per storia globale si intende non...

Dal francese Tromper / Trump. Colloquio tra un nord-americano e un europeo

Pakman – Il trionfo di Trump ha risvegliato molti stereotipi anti-yankee. Per esempio che l'“America” mostra il suo “vero Self” – concetto assai dubbio – la stupidità del suo popolo, la mancanza di cultura dello stesso, il suo razzismo, ecc. Nonostante il momento orribile, credo sia utile ricordare che Trump ha vinto per il consenso della metà dei votanti, che l'altra metà ha votato Hillary Clinton, come di solito accade in democrazia, comunque la si pensi a proposito del sistema democratico. Così vinse anche Obama, così accade quasi sempre, salvo nei paesi dove un candidato vince con maggioranza schiacciante, in generale con la massima frode.  La metà che perde non scompare e, si potrebbe aggiungere, è “il nucleo autentico del popolo statunitense”, anche se ciò appartiene al pensiero di chi ha perso. Per molti, benché l'ideologia di Trump sia affine al fascismo, le sue azioni di governo saranno  orientate al pragmatismo, alla convenienza, che gli permetterebbe di affermarsi su differenti fronti, contraddicendo le proposte della sua campagna elettorale, sperando che il gioco delle forze interne al governo si esprima intorno a ogni tema da affrontare.   ...

Cosa cambierà per l’Asia? / L’Oriente e la retorica di Trump

Difficile dire cosa cambierà per l’Asia, con Trump. Non sono un politologo né un giornalista. Il primo pensiero è per la Cina. La retorica del magnate paventa dazi e disincentivi alla delocalizzazione industriale. Posizione un po’ obsoleta: la Cina è alle prese con una propria delocalizzazione (verso il SudEst asiatico, Indonesia, Cambogia, Vietnam). La vecchia fabbrica del mondo non c’è più, gli oligarchi stanno guidando la riconversione dell’apparato produttivo, non più orientato all’export ma ai consumi interni. E per quel che ne so da tempo si parla di rilocalizzazione, termine astruso per dire che certe produzioni tornano negli Usa e in Europa. Forse l’unico settore che non può rientrare è quello siderurgico, ma non a caso Trump porta a esempio un’altra industria, come quella dei computer. Potrebbero soffrire un po’ i Paesi del sudest che, con un costo del lavoro ormai molto più basso di quello cinese, stanno già crescendo grazie all’industria per l’export – la borsa indonesiana è da record. Meno soffrirà l’India, più defilata. Ma tutta l’Asia meridionale e orientale sta vivendo un periodo di crescita prolungata, i consumi interni sono abbastanza solidi, e nuove fette di...

She happens to be a woman / Hillary: il Narciso che non sono

Perché “the most qualified nominee ever” alla presidenza degli Stati Uniti d’America ha perso? Perché questa candidata così pronta e solida, e con lei il suo staff, hanno condotto per mesi una pessima campagna, pigra, arrogante, impaurita, inefficace? Hillary Rodham Clinton ha perso perché sapeva di essere una donna. Perché lei pensava, e con lei i suoi migliori supporter, che sul piano personale meritava di vincere. Un interessante opuscolo disponibile nelle librerie nella primavera di quest’anno la ritraeva vittoriosa e portava il titolo It’s my turn. La presidenza se la meritava, e le spettava, dopo una vita di public service e molti immeritati fallimenti come la bocciatura della sua riforma sanitaria; dopo troppe ferite d’orgoglio, perché lo sperma del marito sul vestitino della stagista diffuso 24 ore al giorno worldwide disturba. È giusto. Perché lei era più intelligente, più preparata, più tenace, più generosa, più combattente di suo marito. E di Barack Obama. È vero.   Questi però non sono argomenti politici, e non sono nemmeno argomenti personali. Sono momenti di autobiografia che al massimo devono trovare posto durante uno sfogo tra vecchie amiche, e comunque non...

Ritratti di Andres Serrano / Trump, opera d'arte?

Poco dopo l'11 settembre 2001, Andres Serrano, autore del controverso Piss Christ (1987), decise di “contribuire allo sforzo bellico”. Lo fece a modo suo, da artista, con la serie America (2002). Sono 49 ritratti, vivacemente colorati e della dimensione di un manifesto, una galleria dei personaggi che Serrano riteneva rappresentativi della realtà del suo paese: il rapper Snoop Dogg con il suo sguardo strafottente, l'ebreo ortodosso Abraham Schnitzer con i suoi riccioli biondi, un boy scout di nove anni, l'elegante e sensuale Chloe Sevigny, una coniglietta di Playboy con il suo costumino rosso, una Little Miss Yankee bambina con il suo diadema luccicante...  Tutti così tipici, così kitsch, con la loro unicità feroce, aggressiva, ostentata. Dunque tutti figli del conformismo che ci accomuna: l'identità come assemblaggio di diversità ricercate, costruita a qualunque prezzo. Per capire la differenza, basta ricordare gli “uomini del XX secolo” ritratti nei capolavori di August Sander, dove la diversità è figlia di un' identità radicata nel territorio, nella classe, nel genere. Serrano ha ripreso in altre occasioni lo stile di questi ritratti: ha fotografato anche un leader del Ku...

Un colloquio con Alexey Miller / Memorie divise: la Russia, l’Europa orientale e noi

I concetti di public history e di memoria hanno conosciuto alterne fortune negli ultimi anni, e spesso e volentieri si son trovati al centro di aspre polemiche. La costruzione delle identità nazionali, il rafforzamento o l’allentamento dei legami tra poteri e popolo, passano attraverso questi processi, e non solo: nell’ambito delle relazioni internazionali, il ruolo giocato dalle memorie e dalla public history nel fornire, giustificare o attaccare posizioni e strategie politiche non è da sottovalutare. A tal riguardo, ciò che avviene in Europa orientale (e qui includiamo anche la Russia, che, volente o nolente, è parte importante della cultura e della storia del nostro continente) è molto interessante non solo per il dibattito storiografico in sé, ma per i conflitti che rappresenta e che, in un circolo vizioso, fa scaturire.   Alexey Miller è uno dei più importanti storici russi contemporanei: autore di numerosi lavori sulle identità nazionali russa e ucraina e sul ruolo svolto dai nazionalismi nella tarda età imperiale, attualmente insegna presso l’Università europea di San Pietroburgo e l’Università centrale europea di Budapest.  Le sue principali opere sono The...

Strategie fatali / Le tre fasi del terrorismo

Il terrorismo non può fare a meno dei media. Questi, infatti, gli offrono un fondamentale spazio di visibilità sociale. Osservando il rapporto che si è storicamente sviluppato in Occidente tra terrorismo e media, si possono distinguere tre diverse fasi. E ciascuna di esse è strettamente legata alle caratteristiche di uno specifico medium.    La prima fase è quella del gesto singolo. Dell’atto ideato e portato a termine da un individuo che in molti casi era anche anarchico e dunque, in quanto tale, non legato a una vera organizzazione. In un’epoca in cui esistevano solamente i quotidiani, la notizia dell’evento arrivava a una parte limitata della popolazione: quella alfabetizzata. Arrivava però all’élite che contava e dunque riusciva comunque a essere efficace. Al punto che un attentato di un singolo ha potuto trascinare l’intera Europa verso la prima Guerra mondiale.    La seconda fase è quella in cui l’attentato era percepito come frutto di un complotto, cioè di una strategia concepita e realizzata da un’efficiente organizzazione, politica, religiosa o comunque mossa da un’unica ideologia. Ne sono un esempio le azioni portate a termine alle Olimpiadi di Monaco...

Pilsen, Chicago

Quando John Burns, il grande leader sindacale inglese, [...] visitò Chicago, un giornalista gli chiese la sua opinione sulla città. “Chicago – disse – è un’edizione tascabile dell’inferno”. Tempo dopo, a bordo della nave che portava in Inghilterra, un altro giornalista gli si avvicinò e gli chiese se, nel frattempo, avesse cambiato opinione. “Certo”, fu la sua pronta risposta: “Penso che l’inferno sia un’edizione tascabile di Chicago”.            Jack London New York Evening Journal 8 agosto 1906*     – Preferisci che te lo dica prima o dopo la torta? – Dimmelo adesso. – Sei sicura? – Sì, adesso. – D’accordo, ma non ti devi offendere, ok? – Non mi offendo. Sono seduti uno di fronte all’altra. Lui piega la schiena in avanti, aggancia i piedi alle gambe della sedia, punta i gomiti sul tavolo e fa un balzello sporgendosi verso di lei. La ragazza è dall’altra parte e ha già gli occhi pieni di lacrime, le palpebre sono due piccole dighe di contenimento.  Insieme alle parole arriva anche la fetta di torta, esterno di meringa flambée, interno di mousse colorata alla frutta.  – Non ne vale la pena perché ti stai allontanando, te estás...

Sul complesso caso Orlando / Questioni di stragi: l’incultura che fa male

Una delle primissime dichiarazioni del padre di Omar Marton, dopo la strage di Orlando, è stata qualcosa come “Mio figlio è rimasto sconvolto alla vista di due uomini che si baciano per strada”. Perché mai non si dovrebbero baciare? Due persone che si baciano sulle labbra in pubblico possono salutarsi, mostrare affetto, amicizia, amore, o altro. Non comprendo la ragione per cui, quando gli eterosessuali si baciano in pubblico, la cosa non crei scalpore, orrore o semplice indignazione, mentre, se il medesimo atto viene compiuto da due persone omosessuali, la cosa generi turbamento, sconcerto, smarrimento. Gli eterosessuali (ma il sospetto che Omar Marton fosse gay risulta a sufficienza comprovato) sono forse talmente “sicuri” dei loro baci, da condannare il bacio di chi non appartiene al loro medesimo orientamento sessuale? Oppure si tratta di una questione etica? Ma, sempre che il senso etico sia conoscibile, non può essere relativista, e nel presente caso dettare norme differenti per i due orientamenti sessuali. Sostenere “bene che gli etero si bacino in pubblico, male che lo facciano gli omo” significa abbracciare un’etica estremamente fragile, carente, inesistente, che descrive...

Scritture e fotografie dell'America di oggi / Teju Cole: Punto d’ombra

La prima fotografia è stata scattata a Rivoli, NY, nel maggio del 2015. Raffigura una casa. S’intravede dietro una siepe, cui stanno spuntando le foglie: verde incipiente. L’edificio non è inquadrato a pieno, poiché la parte superiore resta tagliata fuori dal riquadro, mentre si scorge in primo piano l’ombra di un albero che si staglia su uno stradello. L’albero non c’è. In effetti, anche la siepe non è proprio una siepe, bensì una sorta d’ombra, verdolina. Due ombre che si proiettano in modo differente, una verso l’alto, l’altra verso il basso. Il testo che accompagna l’istantanea parla della primavera, quando non solo crescono le foglie ma s’allungano anche le ombre. Stabilisce un parallelo tra questa stagione in America e quella in Giappone; e si conclude citando un brano di Sans Soleil (il film di Chris Marker), che parla di una donna morta e del suicidio dell’uomo che l’amava, in Giappone.   Così comincia il libro di Teju Cole, Punto d’ombra (tr. it. di Gioia Guerzoni, Contrasto, pp.232, € 22), scrittore quarantenne d’origine nigeriana, che vive negli Stati Uniti e scrive in inglese. Sono 98 fotografie scattate da Cole e accompagnate ciascuna da un brano. Tra la parte...

Blaxploitalian. Intervista con Fred Kuwornu

English Version   Fred Kuwornu è un regista e attivista italo-ghanese, noto soprattutto per i suoi documentari Inside Buffalo (2010), sui soldati neri americani che combatterono per la liberazione dell’Italia durante la seconda guerra mondiale, e 18 Ius Soli (2012), sui figli degli immigrati in Italia e la loro lotta per il riconoscimento sociale e legale. Quest’estate ha presentato il suo ultimo progetto cinematografico, Blaxploitalian: One Hundred Years of Blackness in Italian Cinema, realizzato con il contributo della fondazione Lettera27. Ispirato a un importante volume curato da Leonardo De Franceschi, intitolato L’Africa in Italia, nonché alle esperienze personali dello stesso regista all’interno dell’industria cinematografica italiana, Blaxploitalian è un documentario di ampio respiro che racconta la storia, tuttora misconosciuta, degli attori di origine africana in un secolo di cinema italiano. Come le precedenti opere di Fred, anche questo documentario nasce con un’esplicita missione sociale. Blaxploitalian si inserisce infatti in una rete di campagne internazionali nate intorno alla protesta #OscarsSoWhite e dibattiti sul tema condotti in Inghilterra e in Francia,...

Politica e propaganda / L’odio crea consenso

Che le discussioni politiche possano originare violenza verbale, e toni particolarmente accesi, non è certo una novità portata da Internet. In un mondo ormai connesso, però, un’analisi di toni, argomenti, azioni e attacchi online che ruotano attorno a temi politici, con l’avvicinarsi di tornate (e contese) elettorali, assume sfumature assai interessanti. L’odio online, in senso molto ampio, può essere visto come un tema cruciale per la politica in generale (con conseguenti ipotesi d’intervento legislativo per cercare di mitigarlo o soffocarlo), per il personaggio politico o istituzionale inteso come vittima (quale possibile bersaglio di messaggi d’odio) e per il personaggio politico quale, al contrario, autore e generatore di odio, o d’istigazione all’odio, in prima persona.    Al contempo, è sotto gli occhi di tutti la stretta correlazione esistente tra odio politico online e attualità (per cui si generano discussioni accese in corrispondenza, o come conseguenza, di un evento che abbia ampia risonanza nella cronaca) e tra odio politico e propaganda elettorale quale metodo subdolo, e apparentemente neutro, per fomentare odio nella società, per diffondere insicurezza...

Politica e propaganda / L’odio crea consenso

Che le discussioni politiche possano originare violenza verbale, e toni particolarmente accesi, non è certo una novità portata da Internet. In un mondo ormai connesso, però, un’analisi di toni, argomenti, azioni e attacchi online che ruotano attorno a temi politici, con l’avvicinarsi di tornate (e contese) elettorali, assume sfumature assai interessanti. L’odio online, in senso molto ampio, può essere visto come un tema cruciale per la politica in generale (con conseguenti ipotesi d’intervento legislativo per cercare di mitigarlo o soffocarlo), per il personaggio politico o istituzionale inteso come vittima (quale possibile bersaglio di messaggi d’odio) e per il personaggio politico quale, al contrario, autore e generatore di odio, o d’istigazione all’odio, in prima persona.    Al contempo, è sotto gli occhi di tutti la stretta correlazione esistente tra odio politico online e attualità (per cui si generano discussioni accese in corrispondenza, o come conseguenza, di un evento che abbia ampia risonanza nella cronaca) e tra odio politico e propaganda elettorale quale metodo subdolo, e apparentemente neutro, per fomentare odio nella società, per diffondere insicurezza...

Atul Gawande: scegliere la propria vita / Essere mortale

Rendendo merito ai numerosi professionisti che, nelle più remote località degli Stati Uniti, hanno contribuito a innovare le pratiche di assistenza, Gawande afferma: “Nel mondo ci sono persone che cambiano il modo di pensare della gente”. È questo il ruolo di Gawande nel panorama sanitario statunitense. Medico, chirurgo, giornalista, scrittore, professore di chirurgia alla Harvard Medical School, e alla Harvard School of Public Health, autore di articoli e saggi considerati tra i più influenti in ambito medico.   Gli occhi scorrono, parola dopo parola, riga dopo riga, pagina dopo pagina, e faticano a staccarsi dal testo che si dispiega attraversando storie di pazienti oncologici e di anziani. Soprattutto restano attoniti di fronte alla capacità di acuta osservazione e di analisi di un momento culminante dell’esistenza: il fine vita. In un’epoca in cui l’invecchiare e il morire avvengono per lo più in ambiti sanitari (ospedali e residenze sanitarie assistite), tanto che deleghiamo abitualmente alla medicina la gestione di questa fase fondamentale della nostra esistenza, dall’interno del mondo medico Gawande, figura di spicco nel panorama medico statunitense, lancia un invito...

L’impatto delle Serie Tv sulle nostre vite / L'età della finzione

Ho appena finito di vedere la seconda serie di Fargo, prodotta dai fratelli Coen. L'ho macinata in tre giorni, a tappe notturne, drogato dal desiderio di sapere “cosa sarebbe successo dopo”. Ne sono rimasto orfano per qualche giorno, un po' come la botta di astinenza da Breaking Bad nei giorni successivi alla sua fine. Mi sono gingillato con i remix della figura di Heisenberg fatti circolare dai fan sui social network per ammorbidire l'assenza.  Credo di aver raccontato un'esperienza comune a molti dei lettori. Viviamo immersi negli intrecci delle storie di vita di personaggi fittizi, che abitano il nostro quotidiano e le nostre conversazioni.   Mi sono chiesto quanto tempo passiamo insieme ai contenuti televisivi, siano essi trasmessi in diretta dal televisore di casa, o recuperati su You Tube o Netflix on demand.  Fate lo sforzo di rimanere qui, mentre attraversate le seguenti statistiche:   Negli Stati Uniti le persone passano in media, ogni giorno, 282 minuti (4 ore e 42 minuti) in compagnia di un televisore acceso. È il paese col più alto tasso di consumo televisivo al mondo. L'Italia può dire, finalmente, di primeggiare almeno in una classifica mondiale:...