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Architettura

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La Barriera

Bunker, introduzione     La mia Barriera è il mondo che ci sta dentro. I torinesi di via Cuneo e via Boito, i cerignolesi di piazza Foroni e gli africani attorno al Dazio, tra corso Vercelli e corso Palermo, nel quartiere vecchio. La differenza l’hanno sempre fatta gli operai e i partigiani, i bottegai e i commercianti. Che poi, nemmeno per loro, il punto era mica il negozio in sé: potevi essere dal fotografo o dalla fioraia, dentro trovavi sempre un capannello di gente, che a tutto pensava tranne a comprare. Prima di tutto, c’era da godersi il fresco e raccontarsela un po’, far passare la giornata. E poi darsi una mano, certo, come si poteva. A un certo punto però, la Barriera si apre e chi è dentro, se ne va. Se ne è sempre andato. È successo ai nostri genitori, che ora li andiamo a trovare in centro, e ai nostri fratelli maggiori, che hanno scelto la cintura. Chissà cosa faranno questi africani?     I miei ricordi iniziano da via Brandizzo. Era la strada per andare a scuola, con i vigili che ti facevano attraversare in bici e quasi finivano per accompagnarti. Come li...

Fare domani dentro il Bunker

Barriera di Milano, Torino: un quartiere caldo, denso, mosso. Nato sulla spina dorsale della cinta daziaria dell’Ottocento, è cresciuto a ondate di forestieri che, attirati dall’alta marea dei prezzi bassi fuori le mura, venivano a mettere su casa e famiglia. Col tempo, le botteghe sono state affiancate da piccole fabbriche, via via sempre meno piccole. Fino alla crisi degli anni Settanta-Ottanta, quando hanno iniziato però a diventare vuote. Da allora, anche se le mura della città non c’erano più, i prezzi hanno ripreso a scendere, attirando nuovi forestieri, più da est e sud di chi li aveva preceduti. Per tutti, coordinate inconfondibili del quartiere sono l’asse infrastrutturale del cosiddetto “trincerone” ferroviario e l’ex-scalo ferroviario Vanchiglia: 750.000 mq di vuoto urbano e degradato, nei binari morti, le discariche abusive e le case abbandonate. Attorno, diverse sedi industriali, molte dismesse, altre in via di dismissione, qualcuna ancora attiva. Tra queste ultime, anche l'ex stabilimento SICMA (Società Italiana di Costruzioni Molle e Affini), un fabbricato di 420 mq su una...

Paolo Diacono a Benevento

Non poteva esimersi dal concedersi ogni giorno il piacere di parlare in greco. Paolo Diacono, al secolo Paolo di Warnefrit, era infatti convinto, senza sapersene spiegare il motivo, che, prima o poi, la dimestichezza con quella lingua gli sarebbe tornata utile. Al termine delle sue consuete orazioni mattutine si tratteneva, perciò, a conversare un poco con Dmitri, uno degli artisti siriaci impegnati ad affrescare la chiesa di santa Sofia.   Viveva a Benevento ormai da più di un lustro, da quando vi era giunto per scortarvi la giovane Adelperga, figlia di Desiderio, re dei Longobardi e sua diletta allieva, andata in sposa al duca Arechi II che governava su quella città e su tutto il territorio del Sannio.   Le sue giornate trascorrevano frenetiche, scandite dai numerosi impegni di cancelleria che la sua qualifica di stolesaiz, di capo dei dignitari di corte, gli imponeva, sommati ai suoi soliti, di lettura, di studio, di scrittura e d’insegnamento, pertanto quel preludio mattutino costituiva per lui l’irrinunciabile pausa di decantazione prima d’immergersi nel duro lavoro.   Adelperga si sfilò il soggolo, il...

Addio a Berlino 2

Qui la  prima parte   4. Oltre al persistere di una memoria che si associa all’est e all’ovest – due modelli di vita, due forme-stato, due idee di libertà, due modi di lavorare o non lavorare – a Berlino ci sono altre variabili spaziali, altre cesure, altre aree di non comunicazione.   Chissà se di questi tempi i ventenni e trentenni bottiglia-di-birra-in-mano arrivano mai a spingersi oltre il ring della metropolitana? Potrebbe essere istruttivo, perché, oltre a non coincidere con il suo diadico o gemellare centro storico, Berlino è davvero la somma di una serie composita di ex villaggi con un proprio centro, una propria storica comunità. Difficile dunque nel caso di questa città-stato, capitale della Repubblica Federale di Germania ma non metropoli, parlare di periferie.   La categoria della ‘banlieue’, del sobborgo con forti legami socio-economici con il centro di riferimento, qui è muta. Sembra che non solo tra parte orientale e parte occidentale, ma anche tra i dodici distretti amministrativi della città, i quartieri in cui sono essi suddivisi e i...

Ritorni a L'Aquila

In Quattro passi tra le nuvole (1942), Gino Cervi è un commesso viaggiatore che perde la coincidenza della corriera e si ritrova in un’Italia rurale, con usanze più primitive ma valori più solidi rispetto alla Roma piccolo borghese da cui proviene. Il bel film di Blasetti mi è tornato in mente prendendo l’autobus per L’Aquila dal terminal degli autobus di Roma Tiburtina. Poco distante c’è la nuova stazione dove arriva Italo, simbolo di una modernità che, a dire il vero, sembra già segnare il passo. Qui dai 15 stalli sono in partenza gli autobus che assicurano i collegamenti con l’Italia adriatica e dell’Appennino. Notava Giorgio Manganelli che la costruzione delle autostrade alla fine degli anni Settanta ruppe l’isolamento dell’Abruzzo col resto dell’Italia: una separazione non solo fisica ma anche mentale. Oggi in meno di un’ora e mezzo si arriva a L’Aquila e l’autobus – è un sabato di maggio – è pieno a metà di studenti che rientrano nel capoluogo per il fine settimana e di anziani che hanno finito di spicciare i loro affari...

I luoghi mutevoli del sapere progettuale

L'età industriale, meccanizzata, caratterizzata dalla separazione (pensiamo all'idea di assemblaggio dietro i nostri prodotti o alla separazione dei saperi nell'educazione), sta lasciando il posto a nuovi equilibri tra le componenti della società in relazione ai loro organi culturali. È evidente come l'ubiquità e la relativa incorporazione del computing stia modellando le condizioni di parte dell'umanità che quindi si ritrova con una serie di rinnovati parametri su cui costruire anche una nuovo tipo di teoria della progettazione.   La diffusione della "fabbricazione digitale", ovvero quei processi che usano strumenti e macchine controllati da computer per fabbricare oggetti, stanno completando la figura del prosumer,  di Alvin Toffler (1970,1980), continuando sostanzialmente la mutazione già iniziata nel mondo dell'editoria, con la nascita dei blog ad esempio, dove gli utenti dell'infrastruttura mediatica, hanno potuto cambiare il loro ruolo da consumatori di contenuti a consumatori e produttori di contenuti. Abbiamo di recente iniziato a fare alcuni "giri di prova" nella...

Astana: la psicometropoli kazaka

Che cos’è Astana? Una città utopica? Un sogno di metallo, vetro e cemento? Un incubo post-sovietico? La sede del futuro regno massonico mondiale? O ancora: Dubai sottozero proprio nel centro della steppa asiatica? Difficile dire a cosa somigli, o cosa ricordi la capitale del ricco stato del Kazakhstan dotato d’immense ricchezze sotterranee (petrolio, gas naturale, uranio, manganese, rame, oro, acciaio, carbone) e grande più dell’Europa intera. Questa Shangri-La del XXI secolo è la capitale edificata ex novo da un visionario capo dell’ex Impero sovietico, il Presidente Nazarbaev. Indipendente dal 1991, il Kazakhstan è governato dal 1994 mediante una costituzione emanata ad hoc dal suo Sovrano democraticamente eletto, che le ha imposto un nome kazako: Astana significa infatti “la capitale”. Ovvero: “il posto dove si prendono le decisioni”; in antico persiano è invece il nome del luogo dove si adora la tomba del santo.     Nel viale centrale dell’immaginifica città s’erge una torre alta alcune centinaia di metri sulla cui sommità è collocata...

Edi Rama: artista e primo ministro

Edi Rama, oggi primo ministro albanese, prima di essere sindaco di Tirana è stato un affermato artista. Dopo la caduta del regime comunista in Albania, Rama ha deciso di lasciare Parigi e di tornare a Tirana per candidarsi al governo della città, dove nel 2000 è stato eletto. Tirana, capitale dell’Albania, era in quegli anni una città allo sbando. Senza un regime dei suoli che fissasse i diritti di proprietà, senza un piano urbanistico…gli spazi pubblici della città erano preda di una frenetica sbornia edilizia. La gara ad accaparrarsi un diritto acquisito sul suolo pubblico spingeva i cittadini a costruire edifici ovunque -–nelle strade, nelle piazze, nei viali, lungo le rive del fiume Lana…una specie di seconda città sorta nel negativo della prima -e controllata in gran parte della mafia.        Eletto sindaco nel 2000, Edi Rama ha spiazzato tutti. Mentre ci si aspettava la presentazione pubblica di un grande Piano di rilancio della città, Rama ha cominciato a demolire gli edifici abusivi che avevano cancellato i parchi, i giardini e interrotto le strade del centro...

Chiostro di santa Sofia: una visita immaginaria

Benevento, anno del Signore 1167, addì 29 del mese di luglio   Un gruppo di figure incappucciate camminava a passo spedito verso il monastero di santa Sofia, che non era molto distante dalla porta urbica attraverso la quale aveva appena fatto il suo ingresso in città. Si muovevano rasente i muri, i neri saî indistinguibili dalle ombre della notte non ancora del tutto fugata dall’alba incipiente. Tra loro il senese Rolando Bandinelli, alias papa Alessandro III, fuggito da Roma in incognito, con lo sparuto gruppo di cardinali rimastigli fedeli, che aveva scelto Benevento come proprio rifugio, dopo la presa della città eterna da parte di Federico Hoenstaufen, suo acerrimo nemico.   Benevento non era soltanto un importante centro ecclesiastico, era un’enclave pontificia nel cuore dei territori normanni e la Chiesa vi dominava autocraticamente, a maggior ragione ora che la tracotanza del Barbarossa l’aveva resa l’ultimo baluardo del potere del papa legittimo, perciò questi, al precipitare degli eventi, aveva immediatamente annunciato all’abate di santa Sofia la sua imminente venuta. Evidentemente doveva...

Icone di città

Quando Walt Disney, già sul finire degli anni Cinquanta, iniziò a sognare la sua città del futuro, parco dei divertimenti come forma in cavo per l’edificazione di una comunità pianificata, certo non dovette impiegare molto tempo prima di comprendere come la difficoltà maggiore sarebbe stata quella di estendere la felicità di un divertimento passeggero alla durata di un’intera vita in comune. Non stupisce pertanto lo zelo con cui i progettisti si siano prodigati per dotare una città come Celebration, sorta in pochi anni dal nulla nella Florida centrale, di tutto lo spessore opaco che solo una stratificazione storica può fornire. L’inaugurazione fastosa della piazza principale, le case dai tratti tanto fiabeschi quanto tradizionali, le mirabolanti leggende diffuse ad arte in merito alla fondazione della città – sopravvissuti al naufragio di un galeone spagnolo? eroici veterani della Guerra di secessione? – tutto sembra concorrere al tentativo di rendere reale l’esperienza urbana che in essa si sarebbe svolta. Ma come un qualsiasi parco dei divertimenti, anche una città sorta...

#Advancity

“Facts, not opinions” è l’iscrizione incisa sul timpano d’ingresso di un eccentrico museo nel centro di Londra che apre una volta al mese. Il museo ospita i macchinari utilizzati nei suoi esperimenti da David Kirkaldy, il primo scienziato che nel 1865 si occupò di testare l’acciaio industriale per farne poi materiale per ponti, navi e ferrovie. La frase rappresenta una precisa dichiarazione di intenti che descrive il cambio paradigmatico di cui fu protagonista il pensiero e il metodo scientifico nella seconda metà dell’800. Un periodo che segnò il cambiamento in cui la scienza dei materiali passava dall’essere un terreno di studio in cui convergevano diversi ambiti disciplinari, all’essere caratterizzata da pratiche di indagine esclusive. Gli scienziati dell’epoca per la prima volta erano in grado di analizzare composizioni e strutture dei materiali, connettendo i dati esaminati con le proprietà intrinseche della materia. Queste competenze producevano nuove metodologie e ruoli, allargando le distanze tra il mondo della scienza e quello dell’arte, un tempo parte dello stesso sapere...

Speciale Docucity | La fabbrica è piena

Torino, autunno 2010. Alcune figure umane si aggirano senza meta in un dedalo di edifici che attendono la demolizione. Il complesso edile è quello che resta della Fiat Grandi Motori, lo stabilimento che la casa automobilistica piemontese ha per quasi mezzo secolo (1923-1971) destinato alla produzione di motori diesel per locomotive e navi. Un altro simbolo decaduto dell'antica prosperità industriale torinese? Anche, ma non solo, dato che proprio in queste officine, durante la Seconda Guerra Mondiale, i lavoratori prepararono il terreno alla Resistenza cittadina.     Di questa lunga vicenda storica fatta di uomini e macchine, ormai, non rimangono che vecchi filmati in bianco e nero: i trionfi marittimi e ferroviari come la fervida attività operaia e sindacale sono ormai relegati in un passato dai contorni quasi mitici.     Agli albori del XXI secolo, a “riempire”, come vuole il titolo, la fabbrica sono rimasti unicamente tre personaggi, clochards- filosofi che attendono pazienti il compiersi del destino dello stabilimento. Mihai, Andrej e il taciturno Gika, meglio noto come l'”amministratore...

Tomaso Montanari. Le pietre e il popolo

Un tempo i nemici erano solo, si fa per dire, i tombaroli, i ladri, i trafficanti, la speculazione edilizia. Questi nemici ci sono ancora, ma adesso il patrimonio storico e artistico ne deve affrontare di nuovi e non meno minacciosi, con forme di aggressione in grande misura inedite.         L’attacco non è più diretto, come nei decenni scorsi, al solo profilo materiale, ma alla ragion d’essere del patrimonio, al suo stesso senso. Sono comparsi infatti i “vampiri del patrimonio” e gli “sciacalli” del passato di cui parla ora Tomaso Montanari in Le pietre e il popolo (Minimum fax); il titolo – tratto da un verso di Franco Fortini (da La città nemica, 1939) – vuole richiamare il “nesso tra patrimonio e cittadinanza, tra il passato e il futuro, tra le pietre e il popolo”.     In una sequenza incalzante e appassionata, Montanari entra nel vivo di una serie di casi recenti e recentissimi: le vicende dell'Opera della Metropolitana di Siena, il progetto di sostanziale privatizzazione della Pinacoteca di Brera a Milano, le disavventure (e i risvolti...

Saul Steinberg a Colonia

Il grande manifesto campeggia fuori dal museo Ludwig di Colonia e invita a entrare alla bella mostra recentemente inaugurata su Saul Steinberg. È posizionato, consapevolmente o meno, all'interno di un paesaggio urbano che avrebbe potuto essere realizzato dallo stesso disegnatore.     Lo circondano infatti un affastellamento di grandiose quanto diverse architetture: la cattedrale gotica, la stazione dei treni ottocentesca, il museo modernista, le piazze articolate su più livelli da una delle quali si intravede, all'orizzonte, una pimpante statua equestre. Forse sono un po' troppo condizionata da quello che sto per vedere, tuttavia mi sembra di entrare nel museo con lo spirito giusto.     La mostra è intitolata "The Americans" e collocata al piano interrato del museo. Sono esposti assieme, per la prima volta dalla loro realizzazione, gli otto enormi pannelli (per uno sviluppo complessivo pari a settanta metri per tre di altezza) realizzati da Saul Steinberg per il Padiglione Americano all'Esposizione Universale di Bruxelles del 1958.      Si tratta di una, la più...

Soleri. Once Upon a Time in the West

La ricerca di una terra promessa nella quale impiantare la propria utopia ecologica e urbana spinge Paolo Soleri nel 1956 a lasciare definitivamente l’Italia alla volta dell’Arizona, Stati Uniti d’America. Nato a Torino nel 1919, Soleri si era laureato al Politecnico del capoluogo piemontese nel 1946. Attratto dall’aura e dalle opere di Frank Lloyd Wright (propagandate in Italia attraverso le parole e le azioni di Bruno Zevi), Soleri l’anno successivo si era recato a Taliesin West, per compiere la propria iniziazione presso il maestro ormai quasi novantenne. I rapporti avevano finito per rivelarsi difficili. Già nel settembre del 1948 il giovane architetto lasciava il quartier generale “occidentale” wrightiano ma non l’Arizona, dove nel 1949 ha modo di progettare e costruire la Dome House, una piccola casa per Leonora Woods, madre della sua futura moglie.   Dome House   Ritornato in Italia nel 1950 Soleri entra in contatto con Vincenzo Solimene, per il quale tra il 1952 e il ’55 realizzerà la Fabbrica di ceramiche artistiche a Vietri: un edificio che ricalca l’organizzazione interna del...

Torino, le rovine

L’Architettura non è un’Arte facile   L’Architettura non è un’Arte facile, sostiene Daniel Libeskind, architetto fra i più influenti al mondo, ebreo polacco, newyorkese di adozione, stimolato sulle recenti battute di arresto del suo controverso cantiere milanese Citylife. Certo è che il tormentato passaggio della nostra epoca nel giovane millennio ha segnato il manifestarsi conclamato di uno stato di crisi permanente e disatteso le speranze verso un futuro di nuovi paradigmi. A pagarne le spese più di altre discipline, è stata l’Architettura per la sua natura così compromessa alla capacità della società di esprimere i valori della giustizia e della bellezza.   Se il primato dell’Architettura è la complessità del suo linguaggio, saper ascoltare ed entrare in dialogo con i contesti, interpretare nel profondo la natura dei luoghi,  rendere espressivi e confortevoli gli spazi, nei suoi pieni e soprattutto nei vuoti, stiamo vivendo un’epoca infelice dove la pratica del costruire e disegnare gli spazi sembra aver smarrito il rapporto con l...

Gabriele Basilico à bord de mer

Chissà se Gabriele Basilico amava andare per mare. E chissà perché, in questo momento, dopo che da pochi minuti ho saputo della morte di Gabriele, mi scopro dentro questa domanda assurda come un tormentone assurdo.     Forse perché subito mi ha assalito il film, tra le tante, delle sue immagini, che amo molto, di Bords de mer, di porti, di navi che fanno dialogare le loro forme con le architetture delle città che le accolgono. Ha detto più volte che poteva trascorrere ore ad incantarsi di queste meravigliose relazioni. O forse perché tra i luoghi comuni della morte c’è quello di immaginarla come un salpare verso il riposante nulla del mare infinito.     Sono siciliano, con la morte ho rapporti intensi, quotidiani. Specialmente adesso che pochi mesi mi separano dai settant’anni e la morte, nella sempre più grande fatica del corpo, non è più una parola astratta, ma quasi una persona che ti vive accanto, che in certi momenti ti sembra di poterla toccare con la mano. Non mi fa paura. Ben altre cose mi fanno paura.   Ma una cosa è pensare...

Il grande ritorno dell’Architettura in Triennale

Il Novecento è un secolo di infrastrutture. È il Secolo delle metropolitane, delle autostrade, dei viadotti, dei tralicci elettrici e dei termovalorizzatori. È il Secolo di Banham e di Venturi, delle autostrade di Los Angeles e del simbolismo “on the road” di Las Vegas. Non stupisce dunque che L’architettura del Mondo. Infrastrutture, mobilità, nuovi paesaggi, in scena alla Triennale di Milano dal 18 ottobre al 10 febbraio, sia una mostra per molti aspetti “novecentesca”.     Novecentesco è lo sguardo con cui si approccia al tema: uno sguardo concreto, che si focalizza perlopiù su infrastrutture fisiche e tangibili, evitando di indugiare troppo su tutta quella serie di reti eteree e transcorporee che hanno ossessionato il XXI Secolo. Uno sguardo critico, in cui non “vale tutto”, ma in cui il criterio di selezione delle opere esposte è ben definito a priori, a partire dal nome stesso della mostra. Protagonista è l’architettura del mondo: le infrastrutture, sì, ma non tutte. Ad interessare i curatori sono quelle opere civili che riescono ad andare...

Le belle e le bestie: Max Mara e Unicredit

Al giorno d’oggi l’architettura è diventata oggetto dell’interesse di molte persone. Non che negli ultimi tempi sia considerevolmente aumentato il numero degli appassionati o degli esperti. Piuttosto è cresciuta la nostra attenzione nei confronti dell’ambiente in cui viviamo. E con sempre maggiore frequenza il nostro habitat “naturale” è l’ambiente urbano, costituito essenzialmente di edifici.   Gli edifici che ci circondano nella maggior parte dei casi ci lasciano indifferenti; in qualche occasione riescono a entusiasmarci; in molte altre hanno la capacità di ferire la nostra sensibilità. Con una forza che solo l’architettura – in quanto “arte” sociale e spaziale – possiede, essa è in grado di comunicarci un senso di esaltazione e di pienezza, ma anche di disturbarci, se non addirittura di urtarci letteralmente, di rovinarci la vita. Se alla prima categoria di edifici appartengono rari ma preziosi splendori, la seconda è invece pullulante di insopportabili orrori.   Al di là di ciò ch’è immediatamente intuibile,...

Niemeyer oltre Niemeyer

Oscar Niemeyer è morto mercoledì 5 dicembre a Rio de Janeiro. Tra pochi giorni avrebbe compiuto 105 anni. Era infatti nato, sempre a Rio de Janeiro, il 15 dicembre del 1907. Raramente l’età – e in modo particolare la tarda età – costituisce una prova veridica del valore di una persona, a meno che non si voglia dar retta agli antichi testi taoisti che considerano il prolungarsi della vita fino a un’età veneranda una dimostrazione indefettibile di saggezza, oppure alla Bibbia che vi scorge un segno della benedizione divina. Nel caso di Niemeyer, tuttavia, l’estrema longevità biologica ha corrisposto come in pochi altri casi al perdurare in tutta la sua pienezza della vita attiva. Ciò lo ha portato a essere testimone non soltanto della vicenda dell’architettura moderna di una buona parte del XX secolo e oltre, ma anche del proprio ruolo e del proprio contributo in tale vicenda. In questo senso, i progetti e le opere da lui realizzati negli ultimi dieci anni – raggiunta ormai un’indiscussa celebrità mondiale e oltrepassata di gran lunga la consueta età lavorativa – costituiscono una riflessione a “voce alta” sul significato di un’architettura che non è chiamata a “dimostrare” altro...

It’s really a common ground. Per una architettura senza architetti

Common Ground, “Terreno comune”, era il titolo della 13° Biennale di Architettura di Venezia che si è chiusa domenica 25 novembre. Nelle intenzioni del direttore della mostra, David Chipperfield, questa edizione avrebbe dovuto mettere in mostra tutto quello che architetti e urbanisti hanno in comune a livello mondiale, un ideoletto globale, fatto di forme o regole o politiche di intervento che rimbalzano consonanti tra continente e continente, fra scuola e scuola. Gli interventi sono stati dei più vari (e prevedibili); per scontate ragioni promozionali molto spazio è stato dato ai grossi nomi del divismo architettonico internazionale (Foster, Herzog & de Meuron), mentre sotto silenzio sono rimaste le figure femminili (a parte la solita Zaha Hadid) ma anche interi continenti come l’Africa o il grande laboratorio umano e sociale cinese. Michael Kimmelman, recensendo questa edizione per il New York Times, ha sottolineato come “la mostra ancora una volta consideri soprattutto gli architetti come produttori di un surplus di valore di carattere estetico, e non come protagonisti attivi sul tavolo delle decisioni politiche rispetto ai...

Le Chiocciole azzurre e la Madonnina

Sono cinquanta, sono azzurre e sono invadenti. Le avevamo già viste in giro per Milano ma adesso si sono impossessate per pochissimi giorni del simbolo del capoluogo lombardo: il Duomo.   In collaborazione con la Veneranda Fabbrica del Duomo e con l’Associazione Opera d’Arte, il gruppo artistico Cracking Art torna a far parlare di sé. Questa volta però il fine - forse - giustifica i mezzi. Le chiocciole - sculture, disposte in ordine sparso sulle terrazze della cattedrale tardo-gotica, sono in vendita e tutto il ricavato andrà a favore dei restauri della Guglia maggiore, quella più cara a tutti i milanesi, quella della Madonnina per intendersi. Ma perché delle chiocciole? Cosa c’entrano con Milano e soprattutto con il Duomo? La risposta va cercata nelle dichiarazioni del gruppo artistico: “La Chiocciola è il simbolo del lento riappropriarsi della qualità della vita, in contrapposizione con il ritmo frenetico caratteristico della nostra metropoli. Una guida verso la qualità, procedendo con consapevolezza verso una ripresa sia etica che economica”.     Mentre...

Una Biennale di Architettura: per chi e perché?

Ciò che l’architetto inglese David Chippefield, direttore della XIII Biennale di Architettura di Venezia, intende mettere in scena fino al 25 novembre 2012 è il terreno d’intesa della comunità architettonica mondiale, e oggi innegabilmente mondializzata. Giocando con il doppio senso del titolo Common Ground, Chipperfield vuol anche ricordare che ogni architettura parte da un ancoraggio al suolo e, volendo credere allo stile architettonico da lui preconizzato, da un certo realismo terraterra, ovvero minimal. Ma che ruolo deve recitare una Biennale di Architettura, e qual è la vera portata dell’edizione 2012?   Per la sua XIII edizione, la Biennale propone un’esposizione più “architettonica” delle due edizioni precedenti. Tuttavia, se alcuni interessanti interventi spiccano, come sempre, è la complessiva mancanza di sorprese che sembra aver deluso alcuni. Per l’esposizione tematica, che si divide tra gli spazi dell’Arsenale e il padiglione centrale (ex padiglione Italia) dei Giardini, Chipperfield ha chiesto agli architetti di situare il loro lavoro all’interno di un mondo di...

Ettore Sottsass. Scritto di notte

“Come si diventa ciò che si è”: così recita il sottotitolo dell’Ecco Homo di Friedrich Nietzsche. Forse ogni autobiografia potrebbe rivendicare il diritto ad usarlo, ad appropriarsene. Ma l’Autobiografia come testamento di Ettore Sottsass, pubblicata postuma da Adelphi nel 2010 con il bel titolo di Scritto di notte, lo può rivendicare forse ancora a maggior diritto. E non certo perché - come Nietzsche - egli si consideri un “destino”. Semmai per la ragione esattamente opposta. Perché se il destino di Sottsass è stato quello di rimanere in una costitutiva ambiguità (tra architettura, arte, artigianato, design, fotografia, scrittura), la sua autobiografia proprio questa ambiguità, questa incertezza, questa indecisione racconta.   Un’indecisione, naturalmente ben lungi dal mancare di prendere posizioni e di produrre frutti molteplici. E tuttavia, derivanti entrambi più dalle “circostanze” che da scelte vere e proprie. Quasi come se tutto ciò che Sottsass ha fatto, ha progettato, ha prodotto nel corso della sua...