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Mostre

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Marta Dell'Angelo. La lingua non centra...

Mi è capitato di vedere due ciclisti parlare in silenzio. Arrivavano da lontano, due sagome in controluce, e a un certo punto si son fermati, uno accanto all'altro, con quel tipico gesto di chi appoggia il piede a terra in punta, spostando il bacino un po' di lato. E hanno iniziato a parlare. Era evidente che stavano parlando perché si guardavano in faccia gesticolando. Quando li ho attraversati, però, non c'erano parole tra di loro, silenzio. Gomiti, spalle, mani, polsi e ascelle, il collo e la testa, e anche il volto con la bocca, il naso e le sopracciglia, tutti insieme in movimento, dialogavano senza parole. Mi è sembrata una magia, un antidoto alle parole, a quelle in eccesso, a quelle rumorose, a quelle acronimiche, inglesizzanti, alle tag, alle consonanti degli sms... quei due ciclisti avevano una lingua loro, quella di chi non sente, e un po' li ho invidiati.   Parole, lingua, linguaggio, segni che derivano dalla memoria che ogni giorno si affatica per tenerli insieme. C'è una memoria colta e una primordiale, quella che ci permette di trasmettere e quella che ci permette di comprendere. Che esercizio...

I tarocchi dei Bembo

Recensione visionaria della mostra: Tesori nascosti di Brera: Tarocchi del XV secolo. I tarocchi dei Bembo. Una bottega di pittori dal cuore del Ducato di Milano alle corti padane, "quelle carte de triumphi che se fanno a Cremona", tenutasi nelle sale della Pinacoteca di Brera dal 21 febbraio – 7 aprile 2013.     In una lattiginosa mattina di ottobre, il tesoriere ducale di Cremona, Antonio Trecco, ricevette una missiva dal reggente di Milano, Francesco Sforza, che, impegnato nella guerra contro la Serenissima, era attendato nel feudo di Calvisano, poco distante da Brescia. Una cappa di bruma e di uggia gravava sulla città.   “Perchè el Mag[nifi]co Sig[no]re Sigismondo [Malatesta] ha rechesto ad la Ill[ustrissi]ma Madonna Bianca nostra consorte uno paro de carte da triumpho per zugare, ti commettimo et volemo che subito ne debij fare fare uno paro de belle quanto più sarà possibile pincte et ornate con le arme ducali et al insigne nostre et mandaraile subito como serano facte. Apud Calvisanum XXVIIJ octobris 1452."    (Le Missive dello Sforza sono conservate presso l’...

Pietro Bembo e l’invenzione del Rinascimento

Uno degli oggetti più straordinari della mostra Pietro Bembo e l’invenzione del Rinascimento (Padova, Palazzo del Monte di Pietà fino al 19 maggio 2013) è una preziosa cornice che racchiude una ciocca dei capelli eternamente dorati di Lucrezia Borgia. La custodia di stile indefinibile fu realizzata nel 1928 per dare degna dimora al mitico ricciolo, fino allora conservato in una modesta teca nella Biblioteca Ambrosiana dove era stato ammirato da Lord Byron, Flaubert e D’Annunzio.   Alfredo Ravasco, Teca contenente i capelli di Lucrezia Borgia, Milano, Biblioteca Ambrosiana   Questo reliquario gloriosamente kitsch inventato per celebrare l’amore tra Lucrezia Borgia e Pietro Bembo, pur avendo poco a che vedere con gli altri oggetti della mostra ne riflette la prospettiva. Guido Beltramini, Davide Gasparotto e Adolfo Tura, rispettivamente uno storico dell’architettura, dell’arte e del libro, hanno raccontato come Pietro Bembo abbia inventato il “tipo” dell’intellettuale italiano attraverso un capolavoro di auto-rappresentazione nel quale gli oggetti – ispirati, scambiati o collezionati...

Speciale Jeff Wall | Reportage Readymade

Photo/Pictures   E’ solo da una decina d’anni che le retrospettive sui fotografi contemporanei vengono finalmente ospitate nei musei d’arte contemporanea, accanto alle monografie sugli artisti visivi. Uno dei casi più celebri è quello del fotografo canadese Jeff Wall, esposto alla Tate Modern e al MoMA tra il 2006 e il 2007 (e oggi al PAC di Milano con una selezione circoscritta di opere).            I lettori italiani dispongono ora di un’ottima antologia degli scritti più importanti di Wall (cui avrei personalmente aggiunto “Depiction, Object, Event”, pubblicato su Afterall nel 2007), curata da Stefano Graziani (Gestus. Scritti sull’arte e la fotografia, Quodlibet). Vi si leggono alcuni tra i testi più incisivi scritti sulla fotografia contemporanea negli ultimi trent’anni, quali “Il Kammerspiel di Dan Graham” (1982) e “Segni di ‘indifferenza’: aspetti della fotografia nella (o come) arte concettuale” (1995). In quest’ultimo Wall – assieme fotografo e critico della fotografia – offre un’interpretazione...

David Bowie is everywhere

“All art is unstable. Its meaning is not necessarily that implied by the author.  There is no authoritive voice.  There are only multiple readings.” (David Bowie)     All’entrata un fluire di creste gialle e rosse, di eyeliner marcati, di capelli lunghi diventati bianchi. Mamme con figlie di vent’anni di meno, uguali e irrimediabilmente diverse; una ha vissuto anni da celebrare, l’altra forse non ancora. Padri trentenni con in braccio neonati, signori che camminano appoggiati a un bastone. Sembra che non manchi nemmeno una generazione qui all’ingresso della mostra. “David Bowie is everywhere”. Raramente una massa di teste davanti a un quadro o a una foto in una galleria d’arte suscita interesse anziché irritazione. La mostra migliore è quella deserta. Ma ci sono eccezioni e l’exhibition in corso a Londra su David Bowie è una di quelle. Creste colorate, capelli cotonati che si interpongono, si sovrappongono e si stagliano su videoclip anni ’70, le ombre della gente che cadono sui vestiti di scena disegnati da stilisti eccentrici, tutto questo contribuisce a...

Saul Steinberg a Colonia

Il grande manifesto campeggia fuori dal museo Ludwig di Colonia e invita a entrare alla bella mostra recentemente inaugurata su Saul Steinberg. È posizionato, consapevolmente o meno, all'interno di un paesaggio urbano che avrebbe potuto essere realizzato dallo stesso disegnatore.     Lo circondano infatti un affastellamento di grandiose quanto diverse architetture: la cattedrale gotica, la stazione dei treni ottocentesca, il museo modernista, le piazze articolate su più livelli da una delle quali si intravede, all'orizzonte, una pimpante statua equestre. Forse sono un po' troppo condizionata da quello che sto per vedere, tuttavia mi sembra di entrare nel museo con lo spirito giusto.     La mostra è intitolata "The Americans" e collocata al piano interrato del museo. Sono esposti assieme, per la prima volta dalla loro realizzazione, gli otto enormi pannelli (per uno sviluppo complessivo pari a settanta metri per tre di altezza) realizzati da Saul Steinberg per il Padiglione Americano all'Esposizione Universale di Bruxelles del 1958.      Si tratta di una, la più...

Orsi alcolisti e fumo del food (design)

Cosa ci fa un orso di ghiaccio nel whisky? Niente a che vedere con i romanzi di Chandler o con qualche allucinato remake di Casablanca, il piccolo iceberg sul quale svetta un minuscolo animaletto non è che l’ultima creazione di uno dei tanti designer che hanno deciso di occuparsi di cibo, o, per coerenza linguistica, di food. Potremmo pensarla come una curiosità, una delle tante incarnazioni del design grazie a cui saltare dai mobili alla grafica, dal web alle automobili fino, appunto, alla roba da mangiare, se non fosse che i designer sembrano puntare molto proprio su tale dimensione.     A testimoniarlo la mostra ancora in corso al MaRT, il museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, dedicata proprio al progetto del cibo (di cui Doppiozero ha già parlato qui), nonché la recente settimana milanese del design in cui il food è comparso spesso. Ma cosa significa ideare cibo? E cosa ha a che vedere questa attività con il design in generale e con la cara, vecchia cucina?   Per cercare di capirci un po’ di più conviene ripartire dagli oggetti, sempre ben disposti a rilasciare interviste, se si sa quali domande fargli. Eccone un po’: la torta a forma di...

Apichatpong Weeraesatakhul, uno spirito misterioso

La Thailandia, tra le prime mete esotiche ed erotiche degli italiani, ormai la conosciamo tutti. Il solo nome evoca un certo paesaggio, certi volti, certe cose da fare, per lo più di svago e di shopping. “Quest’anno vado in Thailandia... torno in Thailandia... ho comprato casa in Thailandia... ho sposato una thailandese”... Tanto che ormai non ci possono più vedere né ci trattano più con la fascinazione o la curiosità di prima. Abbiamo addirittura perso il ruolo dei “turisti porta soldi”: ora, semmai, il turista italiano è quello che ritorna, sempre nello stesso posto, portando le magliette che non usa più per i ragazzini del posto, facendo regali dall’Occidente un po’ come fosse l’amico dello zio d’America, quando, in realtà, cosa abbiamo a che fare noi con questo popolo? Ben poco. Tranne, appunto, aver scelto la sua terra come meta di incontro con l’Oriente, con un Oriente che oggi non è più così esotico, che abbiamo accanto, ogni giorno, sul bus, al ristornate, nelle vetrine dei negozi, per strada, un Oriente di cui riconosciamo il suono...

Daido Moriyama

Entrare in una galleria o in un museo per vedere una mostra, fermarsi davanti a un oggetto, distrarsi e poi camminare attraverso le stanze, far scivolare il proprio sguardo da un punto a un altro incrociando gli altri visitatori, soffermarsi anche sui loro movimenti e i loro corpi che ostacolano o interagiscono con la visuale, decifrare la struttura degli spazi e i piccoli contrasti determinati dalle uscite di sicurezza e dai cartelli esplicativi. Con Ti guardo Talos Buccellati tenta di indagare con il solo mezzo fotografico gli imprevisti e le interferenze che segnano lo sguardo durante una visita a un’esposizione.   DAIDO MORIYAMA, 2012     Le Ball, Paris

Martin Kippenberger a Berlino

Martin Kippenberger è un artista spettacolare. Il mio non è un giudizio di gusto, ma una semplice constatazione pratica, se un museo grande e famoso, come Hamburger Bahnhof di Berlino, volesse costruire una mostra di sicuro impatto, una di quelle esposizioni destinate ad attrarre i visitatori come il miele le mosche, Kippi sarebbe l’uomo giusto. E dato che le idee semplici sono condivise da molti ecco Kippenberger in mostra a Berlino: fino al 18 Agosto 2013 Hamburger Bahnhof, il principale museo d’arte contemporanea della capitale tedesca, mette in scena Martin Kippenberger: Sehr Gut | Very Good, retrospettiva dal sapore nostalgico e dal sicuro impatto scenico, che concede, a chi sappia coglierla, una lettura critica più profonda dell’opera di un artista apparentemente dedito alla sola superficialità.   Martin Kippenberger, Uno di voi, un tedesco a Firenze, courtesy Galerie Gisela Capitain, Estate Martin Kippenberger. Tra le innumerevoli dichiarazioni più o meno serie rilasciate da Kippenberger nella sua breve vita da personaggio famoso, tra le infinite battute e frasette scritte di suo pugno su uno dei...

Pisapia, Boeri e Bob Dylan

Milano, 4 Febbraio. Con in mano il prezioso invito alla “preview” della mostra dei dipinti di Bob Dylan, New Orleans Series, arriviamo a Palazzo Reale. All’ingresso rigido controllo dei nomi e degli accrediti. Il gruppo di persone ammesse per prime a visitare la mostra è solo di una cinquantina di persone: tranquilli 50-60enni benvestiti, tipici baby boomer incanutiti, cresciuti con la sua musica. L’impressione è che nessuno (tra di noi parecchi figli di: Feltrinelli, Abbado, Archinto, genere cui appartiene lo stesso assessore Boeri&old friends) sia lì per i quadri, ma solo per Lui. Infatti la voce incontrollabile è che Lui arriverà, si mostrerà solo ai “primi ammessi”, passerà, darà un’occhiata alla mostra, forse stringerà qualche mano, ma non ci sarà una conferenza, in barba al programma: infatti Lui ha costretto le autorità a relegarla alla mattinata, a mostra ancora chiusa.   D’altronde, tra noi che lo conosciamo dagli anni ‘60 e seguiamo da più di 10 anni il suo Neverending Tour, è escluso che Lui si presenti, discuta, si definisca in un dialogo col pubblico e con la stampa, fosse pure per i suoi quadri; non lo fa da quasi 50 anni, dagli incidenti con i giornalisti...

Atlanti e fantasmi. Georges Didi-Huberman curator

L’interesse per il pensiero di Georges Didi-Huberman – lo storico dell’arte francese più influente degli ultimi trent’anni – è senza tregua nel nostro paese. Lo dimostrano le raffiche di traduzioni e i primi tentativi d’interpretazione, come la monografia di Daniela Barcella (Sintomi, strappi, anacronismi. Il potere delle immagini secondo Georges Didi-Huberman, Milano 2012), uno strumento utile per orientarsi. Curioso, per inciso, che Massimo Recalcati vi sia citato 34 volte (mi limito alle note), secondo solo a Didi-Huberman; comprensibile, pertanto, quando si apprende che l’autrice è un’allieva di Recalcati e che la collana nel quale appare il libro è diretta da Recalcati stesso.   Didi-Huberman è un autore prismatico quanto prolifico. Il suo ultimo libro rischia sempre di diventare, proprio mentre lo si tiene tra le mani per leggerlo, il penultimo. Un aspetto ancora poco conosciuto della sua attività è quello di curatore di mostre, da L’Empreinte, ospitata al Pompidou nel 1997 pochi mesi dopo L’Informe, in cui Rosalind Krauss e Yve-Alain Bois polemizzano con...

Paola De Pietri. To face

Nella foschia si intravede un’ampia distesa d’erba da cui affiorano qua e là zone sassose che rendono difficoltosa una semplice passeggiata. D’altra parte siamo in una zona che oggi è meta turistica ma nel passato ha conosciuto gli scontri durissimi che hanno visto contrapposti giovani che, a seconda dei luoghi anche confinanti in cui erano nati, potevano vestire la divisa dell’esercito italiano o di quello austriaco. La Grande Guerra fu chiamata così perché quasi azzerò un’intera generazione facendola marcire nelle trincee, soffocare nei cunicoli, trucidare da generali incapaci che imponevano avanzate su campi aperti, morire sotto bombardamenti così intensi da svuotare gli arsenali cui le industrie non riuscivano a fornire sufficienti munizioni. Bisogna avere bene in mente tutte queste cose da troppi dimenticate per osservare con sguardo consapevole a questi luoghi che, come tutti, non sono innocenti.     È proprio la consapevolezza oltre alla costanza ad aver guidato la fotografa reggina Paola De Pietri nei luoghi di confine fra Austria e Italia che furono teatri di incessanti...

Fotografare opere. Luisa Lambri

Non immaginavo che si potesse davvero fotografare un Judd o un Fontana a questo modo. Non riuscivo a immaginare un’inquadratura originale di fronte a un’opera d’arte, specie di questo genere e così famose: un parallelepipedo di Judd, un taglio di Fontana sembrano, letteralmente, fotograficamente inavvicinabili. Tutti noi ci siamo avvicinati, magari dopo esserci allontanati per tentare una panoramica, ma non abbiamo “visto” quello che ha visto Luisa Lambri. Oppure, emulando Ugo Mulas, abbiamo cercato di fare una fotografia “critica”, interpretativa, che fosse dell'opera o della visione dell'artista, o della posizione dello spettatore; Lambri no.   Cosa ha fatto? Ha trattato quelle opere come ha già trattato non opere, luoghi, oggetti, cioè secondo la sua visione, verificandola su questi oggetti speciali che sono le opere d'arte, certe opere d'arte: ha fotografato un angolo interno di una scultura di Judd come l'angolo vuoto di una stanza e il taglio di Fontana come una fessura di una porta o di una tapparella.   Il risultato è, per me, sorprendente. Tutto è...

Antoine D’Agata

Entrare in una galleria o in un museo per vedere una mostra, fermarsi davanti a un oggetto, distrarsi e poi camminare attraverso le stanze, far scivolare il proprio sguardo da un punto a un altro incrociando gli altri visitatori, soffermarsi anche sui loro movimenti e i loro corpi che ostacolano o interagiscono con la visuale, decifrare la struttura degli spazi e i piccoli contrasti determinati dalle uscite di sicurezza e dai cartelli esplicativi. Con Ti guardo Talos Buccellati tenta di indagare con il solo mezzo fotografico gli imprevisti e le interferenze che segnano lo sguardo durante una visita a un’esposizione.     ANTOINE D’AGATA, ANTICORPS, 2013   Le Bal, Paris  

Full of numbers

Questa mattina mi arriva l’invito a una conferenza dedicata ai numeri come uno degli eventi collaterali alla mostra di Renzo Bergamo a Milano. Se ne parlerà con professori di fisica e di matematica ovviamente, ma l’approccio sarà umanistico. I tempi in cui i numeri si apprendevano insieme alla musica, all’arte e alla poesia come la più affascinante espressione dell’ingegno umano sembrano lontani, oggi si arricciano i nasi e si storcono le labbra solo nominandoli. Alla domanda filosofica “cos’è un numero?” si rimane spiazzati, senza parole e si cerca di mettere insieme pensieri diversi che compaiono nella mente. Si cerca di dare una definizione a qualcosa dal carattere estremamente astratto, quasi autoreferenziale, come a voler inventare una nuova dimostrazione. È come quando qualcuno ti chiede di descrivere il sapore della papaya e magari insiste con un “ma a cosa assomiglia” e tu non puoi far altro che ripetere “sa di papaya”.     Il binomio numeri-arte non è istantaneo, sebbene sia decisamente centrato. Se è vero, come insegnano a scuola, che...

Mike Kelley ad Amsterdam

L’opera si chiama Day is done. È una video installazione complessa, con molti punti focali, costituita perlopiù da fotografie tratte da annuari scolastici e giornali locali. Catalogate da Kelley, queste immagini vengono rielaborate, diventano racconto di vita americana ma anche teatrino dell’umiliazione a cui possiamo essere sottoposti tutte le volte che ci esponiamo al rischio di svolgere delle attività socialmente accettate. All’entrata, un video ci mostra un bambino biondo che durante la recita di Natale dimentica la sua parte; rischia di piangere, però non piange. Alle sue spalle un video mostra un ragazzo brutalizzato da alcuni coetanei; un uomo vestito da diavolo urla; dall’altra parte della stanza fa mostra di sé un palcoscenico messo su alla buona, e proprio al centro di questa galleria dell’oscurità, su un ripiano, c’è una culla, e dentro la culla c’è un bambinello nero carbonizzato, e sul legno della culla è inciso il nome: Kelley.     Ho scoperto per caso, arrivando in una Amsterdam coperta dalla neve, che lo Stedelijk Museum, da poco...

Adelita Husni-Bey alla galleria Gasworks

Utopia, educazione, regole, micro-esperimenti sociali sono i temi più frequentati dalla giovane artista italo-libica Adelita Husni-Bey. Il suo lavoro è costituito da collaborazioni che coinvolgono diverse realtà sociali e artistiche, o da laboratori educativi.   Nel video proiettato in formato gigante nella sala d’ingresso della mostra Playing Truant, la prima personale di Husni-Bey a Londra (alla galleria Gasworks), un gruppo di bambini è intento a giocare a “la società utopica”. Corrono su e giù dal palco dell’auditorium della loro scuola, protestano contro un fantomatico re, discutono del bisogno o meno di istituzioni, si riuniscono in cerchio per decidere dell’organizzazione della loro comunità di bambini senza adulti, all’interno della quale, in assenza regole pre-stabilite, inventano nuove norme, più o meno speculari a quelle della società dei grandi. Postcard from a Desert Island somiglia a un esperimento antropologico. Filmato dall’artista in una scuola parigina auto-gestita nel 2010-2011, il video tiene insieme molti degli elementi a lei cari. Durante le tre...

Todd Hido

Entrare in una galleria o in un museo per vedere una mostra, fermarsi davanti a un oggetto, distrarsi e poi camminare attraverso le stanze, far scivolare il proprio sguardo da un punto a un altro incrociando gli altri visitatori, soffermarsi anche sui loro movimenti e i loro corpi che ostacolano o interagiscono con la visuale, decifrare la struttura degli spazi e i piccoli contrasti determinati dalle uscite di sicurezza e dai cartelli esplicativi. Con Ti guardo Talos Buccellati tenta di indagare con il solo mezzo fotografico gli imprevisti e le interferenze che segnano lo sguardo durante una visita a un’esposizione.     TODD HIDO la galerie particulière Paris

One on one

Il KW Institute for Contemporary Art, spazio espositivo di forte impronta sperimentale nel Mitte berlinese, è un sismografo sensibile alle vibrazioni discorsive dell’arte e sull’arte contemporanea fin dagli inizi degli anni novanta. Il direttore Klaus Biesenbach fonda nel 1996 la Biennale di Berlino, arrivata lo scorso anno alla sua settima edizione. Curata da Artur Żmijewski, Joanna Warsza e dal gruppo Voina, dal 27 aprile al 1 luglio 2012 aveva proposto modelli d’azione per integrare pratiche artistiche in forme di attivismo politico, liberare la vocazione dell’arte da futilità estetiche e frivolezze di mercato e ricondurla a servizio di un programma rivoluzionario. Ora i ricordi degli slogan primavera/estate – “Forget Fear”, “P/Act up for Art” –, degli statement incalzanti – “Confrontation is the Order of the Day” –, del vocio dei megafoni e degli strimpellamenti di chitarre nella tendopoli dell’Occupy Movement sbiadiscono. Non solo per il ritorno critico deluso, a tratti accanito, e pressoché uniformemente negativo della Biennale – ma anche per l’impatto...

Chiara Briganti. Esprit de fenêtre

«Pour qu’une chose soit intéressante, il suffit de la regarder longtemps» recita la citazione di Flaubert che fa da titolo a una scatola in legno e vetro, in cui due figure scrutano da finestre gotiche una notte buia abitata da enormi occhi luminosi. Così ognuna delle scatolette, o teche, di Chiara Briganti, in mostra alla Galleria Ceribelli di Bergamo fino al 23 febbraio chiede di essere guardata a lungo, non fosse che per la miniaturizzazione e la mise en boite, che da sempre esercitano un fascino misterioso, invitando l’occhio a scovare il più minuto dettaglio. Come accade nelle scatole prospettiche (peep show) tanto di moda nei Paesi Bassi nel Seicento e in tutta Europa nel Settecento secolo o ancora nelle scatole dell’artista francese Charles Matton, gli oggetti e le scene più ordinarie vengono magnificati dal loro diventare minuti, in una sorta di microscopio al contrario, che mette in evidenza perché rimpicciolisce, e che inquadra come in un vetrino, entro una cornice fissa, obbligandoci a curiosare come dal buco della serratura.       E come nelle immagini microscopiche e nelle...

Bruno Munari. Il mio passato futurista

La relazione di Bruno Munari con il futurismo è uno degli aspetti più controversi della produzione di quello che può essere considerato il più importante artista italiano del Novecento. È un periodo poco studiato da storici e critici per quell’insistito cordone sanitario che è stato spesso e volentieri eretto dalla cultura italiana attorno ai prodotti artistici emersi durante il ventennio e associabili in senso lato con il regime. Munari stesso è in qualche modo complice di questa menomazione storiografica. Come ha sottolineato Jeffrey Schnapp, nelle sue varie liste autodefinitorie e autobiografiche Munari mette come incipit simbolico della propria carriera d’artista la prima “macchina inutile” del 1930. Un gesto in qualche modo giustificabile, vista l’importanza di quella proposta artistica, ma che cancella gli anni di preparazione e i presupposti estetici di molta della sperimentazione munariana negli anni a venire, congedati da Munari con una ironica alzata di spalle, come come quando confesserà a Gillo Dorfles di avere avuto, appunto, un “passato futurista”.   Il...

Tempo di libri - maestri / Le superfici di Bruno Munari

Per contribuire a un momento d’incontro, approfondimento e scambio come Tempo di Libri, la fiera del libro che si terrà a Milano dall'8 al 12 marzo, non abbiamo solo creato uno speciale doppiozero | Tempo di Libri dove raccogliere materiale e contenuti in dialogo con quanto avverrà nei cinque giorni della fiera, ma abbiamo pensato di organizzare dieci incontri: maestri che parlano di maestri. Sabato 10 marzo, alle ore 16.00, Mario Calabresi parlerà di Bruno Munari.   Un uomo corre nella nebbia milanese. Impomatato e ben vestito si lancia lungo il marciapiede della strada, coglie il semaforo verde, sfreccia tra una rotaia e l’altra del tram, distende il passo lungo nella maniera operosa e concreta di chi conosce bene il lastricato, acquista velocità, poi rallenta con passo calcolato: sa che alle strisce può non attendere – che è solo un fluire un poco più lento – e subito l’abitudine guida i suoi piedi ben calibrati in una linea sempre più retta e veloce: ogni svolta è un angolo a novanta, ogni incrocio una diagonale, il piegarsi della strada una curva ben tesa, afferrata nella rapidità incosciente di un pensiero che della città non sa più cosa farsene. Fino...

Il grande ritorno dell’Architettura in Triennale

Il Novecento è un secolo di infrastrutture. È il Secolo delle metropolitane, delle autostrade, dei viadotti, dei tralicci elettrici e dei termovalorizzatori. È il Secolo di Banham e di Venturi, delle autostrade di Los Angeles e del simbolismo “on the road” di Las Vegas. Non stupisce dunque che L’architettura del Mondo. Infrastrutture, mobilità, nuovi paesaggi, in scena alla Triennale di Milano dal 18 ottobre al 10 febbraio, sia una mostra per molti aspetti “novecentesca”.     Novecentesco è lo sguardo con cui si approccia al tema: uno sguardo concreto, che si focalizza perlopiù su infrastrutture fisiche e tangibili, evitando di indugiare troppo su tutta quella serie di reti eteree e transcorporee che hanno ossessionato il XXI Secolo. Uno sguardo critico, in cui non “vale tutto”, ma in cui il criterio di selezione delle opere esposte è ben definito a priori, a partire dal nome stesso della mostra. Protagonista è l’architettura del mondo: le infrastrutture, sì, ma non tutte. Ad interessare i curatori sono quelle opere civili che riescono ad andare...