Categorie

Elenco articoli con tag:

Mostre

(588 risultati)

Vogue. 101 fotografie

28.296 fotografi, 53.461 immagini approvate dalla redazione di Vogue Italia. Tutto in poco più di un anno. Le migliori fotografie vengono ora mostrate al pubblico nella Galleria di Carla Sozzani in Corso Como 10, a Milano. Scelta forse un po’ autoreferenziale - il mondo Vogue a Milano vive soprattutto in quel piccolo cortile interno - la mostra A glimpse at Photo Vogue - 101 photographers/101 pictures raccoglie solo 101 scatti di altrettanti fotografi tra tutte le immagini caricate sulla piattaforma di Photo Vogue. L’intento era stato da subito molto chiaro: il giudizio di esperti farà da filtro alle fotografie che verranno caricate online, l’importante non sarà la "professionalità" della foto, ma la sua "anima".   Aleksandar Nakic   E così è stato: le immagini qui esposte sono cariche, ricercate, alcune molto intense, generalmente ben costruite. Non sono solo fotografie di moda come sarebbe facile pensare. Alcune sembrano reportage urbani, altre studi ed esercizi di stile nei quali ombre e geometrie si confondono celando un fiore. Bianco e nero o colore, ritratti rubati o costruiti...

Santu Mofokeng: chasseur d’ombres

Vous rappelez-vous la perception de l’espace? Le sens de la distance et du temps que procuraient les voyages à l’époque de l’apartheid ? (…) Pour moi, voyager n’était pas une distance à parcourir mais une longue angoisse à supporter. (The Cry of Winnie Mandela, Njabulo S. Ndebele, in Chasseur d’ombres, catalogo della mostra)   Le danger avec la photographie documentaire, surtout avec la “photo victimaire”, c’est qu’elle risque de créer des victimes aussi bien que de les trouver. (Abigail Solomon-Godeau, in Chasseur d’ombres, catalogo della mostra)                                                                                       ...

Ugo Mulas alla Triennale

Nella prima sala della mostra ci sono le fotografie che Mulas ha scattato nei musei, a Berlino, a Mosca, in altre città, alla fine degli anni Cinquanta e inizio Sessanta. Guardava le persone – soprattutto i bambini e i ragazzi, poi quelli con la macchina fotografica in mano ma che non scattavano, o quelli che non guardano, alcuni addirittura appisolati, stanchi, e i gruppi anche – osservava il loro rapporto con le opere, il loro sguardo, la loro postura.     Non ho ceduto alla tentazione di paragonarlo alle foto di uguale soggetto di Luigi Ghirri e di Thomas Struth, o altri, come maliziosamente forse si vorrebbe insinuare, ma mi sono invece messo anch’io a guardare i visitatori della mostra intorno a me. Mi sono chiesto una sola cosa: Mettiamo che non conoscano Ugo Mulas, come probabilmente quella coppia di giapponesi o quei due che sembrano lì per caso (in fondo siamo alla Triennale e forse sono venuti per altre mostre di design o architettura), si accorgeranno di avere di fronte un grande fotografo? La mostra li convincerà che non è solo una documentazione di mostre, che è Mulas qua l’artista e le sue foto...

Mogadiscio. Passati dimenticati e futuri lontani

L’International Architecture & Design Showcase propone una serie di manifestazioni a Londra tra giugno e agosto 2012, su iniziativa del British Council. Tra i cinque paesi africani rappresentati, la Somalia fa sentire una voce aspettata e rinascente. Questa partecipazione è l’eco culturale di una risurrezione politica che ha avuto nella conferenza di Londradi febbraio l’elemento fondamentale. La capitale accoglie una parte essenziale della comunità somala in Inghilterra, la più importante di tutta la diaspora. Il suo dinamismo assume un ruolo motore nella costruzione di una nuova identità: tra i suoi esponenti c’era fino al 2010 Mohamed Nur, adesso sindaco di Mogadiscio. In tutto il paese, la popolazione somala comprende, a seconda delle fonti, tra 80.000 e 400.000persone. Durante l’inaugurazione della mostra, ho incontrato qualche esponente della giovane élite laureata. Qualcuno di loro pensa ormai a un possibile ritorno.   34 anni, giacca scura, camicia chiusa senza cravatta, occhialini rotondi con montatura di plastica, Rashid Ali ha la voce chiara e determinata. Lo sento incitaregli impiegati...

Viaggio in Italia

Per oltre cent’anni l’immagine dell’Italia è stata quella fissata dalle fotografie dei Fratelli Alinari: monumenti, piazze, strade, palazzi, case, fotografati in modo frontale, con qualche rara persona nel rettangolo in bianco e nero, o virato in seppia. Un’Italia oleografica, prigioniera del suo nobile passato. Mai che vi figurasse uno stabilimento industriale, le torri di un petrolchimico, i distributori di benzina, le costruzioni moderniste. Questa immagine è continuata intatta durante il Fascismo, e oltre. Era “Venezia unta di piccioni”, come ha scritto una volta Carlo Arturo Quintavalle, insomma il nostro amato Bel Paese. A interrompere per un momento questa oleografia c’era stato il neorealismo, ma nel profondo l’idea visiva che gli italiani avevano del propria terra restava la medesima. Poi all’improvviso è successo qualcosa, uno di quei miracoli la cui potenza si percepisce solo a distanza di decenni. Nel 1984, nel mese di gennaio, appare un sottile volume che accompagna una mostra di ben trecento immagini presso la Pinacoteca Provinciale di Bari. L’editore è Il Quadrante di...

dOCUMENTA (13). Tra contrazione e deflagrazione

Da Kassel a Kabul, da Banff fino ad Alessandria d’Egitto. Estesa, politica e riflessiva dOCUMENTA (13) parla di storie individuali e collettive, lasciando molto spazio all’immaginazione.   Data 25.10.2010 Letter to a Friend, il saggio in forma di “lettera aperta” in cui il direttore artistico di questa tredicesima edizione Carolyn Christov-Bakargiev anticipa gli interrogativi, le scelte e le necessità che andranno a comporre l’ordito simbolico e strutturale di una delle principali manifestazioni dedicate all’arte contemporanea. Da quel momento in poi, oltre al progressivo infittirsi di notizie e dichiarazioni, ecco comparire anche i primi cenni di un progetto editoriale notevolmente denso e ambizioso ovvero la pubblicazione della serie di taccuini 100 Notes – 100 Thoughts /100 Notizen – 100 Gedankencontenenti appunti, brevi saggi, interviste e conversazioni tra autori di diverse discipline. La ricchezza delle opere realizzate dagli oltre 140 artisti presenti e il legame stabilito tra arte, filosofia, storia naturale, antropologia, scienze politiche ed economiche, studi letterari, psicologia e poesia, restituiscono...

Grafica italiana, lo stile della modernità

La grafica fa parte di quelle cose che tutti guardano senza davvero vederle. Eppure senza la grafica gran parte della comunicazione nel nostro mondo contemporaneo non esisterebbe: dai libri al computer, dalla pubblicità al packaging, dai quotidiani alle caramelle. I grafici, poi, sono considerati delle semplici appendici, strani operatori dell’immagine, che devono dare forma ai prodotti, oltre che ai sogni e alle ambizioni di scrittori, filosofi, editori, imprenditori, politici, e perfino contestatori. Tutti hanno bisogno dei grafici, ma nessuno li reputa davvero importanti. Forse per questo si è dovuta attendere la quinta mostra del nuovo museo del design della Triennale di Milano per vedere finalmente scorrere davanti ai nostri occhi un concentrato del “paesaggio dei segni”, che vediamo ogni giorno percorrendo in automobile le strade delle nostre città, oppure sedendoci su una panchina di un parco con un giornale o un libro in mano. Finalmente la grafica è entrata nel tempio del design e l’ha fatto in modo discreto eppure eclatante.   Il gran mascherone rosso di Leonetto Cappiello, che pubblicizza Oxo, brodo...

Oscar Tuazon: arte come abitare

Arte e architettura si incrociano spesso sullo stesso terreno e se i principi che regolano la prima sono labili e mutevoli, quelli che dovrebbero regolare la seconda sono dettati da ragioni specifiche e contingenti: organizzazione dello spazio e necessità di adattamento dell’uomo all’ambiente. Principi che dovrebbero andare di pari passo, ma la cui relazione è talvolta smentita e scardinata da artisti che prendono in prestito le forme dell’architettura e ne privilegiano l’espressione estetica a scapito dell’utilità, o viceversa realizzano opere con una forte connotazione funzionale. La mostra di Oscar Tuazon, in corso presso la Fondazione Giuliani a Roma, vive questa ambivalenza indagando il rapporto tra funzionalità ed estetica e le possibilità di far coesistere scultura, design e architettura.   Oscar Tuazon/Elias Hansen, “Untitled” (Kodiak Lamp), 2008, legno, corda, vetro, lattina, 94 x 27 cm. Collezione Giuliani, Roma. Foto di Giorgio Benni.   Come artista Tuazon si muove dall’arredamento all’ambiente, riassembla materiali di recupero e crea soluzioni per inutili...

Avere una bella cera

È nascosto, Palazzo Fortuny. Nascosto da vicoli stretti e da canali che una cartina non troppo dettagliata non ti segnala, canali che imbarazzano anche le moderne tecnologie, così che il puntino blu sul tuo schermo-mappa se ne sta fermo troppo a lungo per poi, improvvisamente, dirti che sei lì, punto blu in mezzo a un canale blu. E poi c’è la confidenza che i veneziani hanno con i loro luoghi, campi e sestieri ignoti alle cartine: le loro indicazioni tracciano tragitti segreti, con i deboli riferimenti che ti offre una città in cui non sai mai se prendere sul serio questa “seconda strada a sinistra” la cui larghezza è pari alle tue spalle. E quando, finalmente, la tua meta “è alla fine della via e non ti puoi sbagliare”, Palazzo Fortuny è nascosto, ancora. Sotto un’impalcatura gigantesca che cela buona parte della sua bellezza, di cui ti rendi conto soltanto una volta entrato, quando, persa nel palazzo, ti ritrovi in un giardino interno che lascia senza fiato. Ed è nascosto l’ingresso: rispetto all’enorme scritta Palazzo Fortuny ad altezza occhi, sormontata da travi e plastiche e rumore di lavori, la porta in vetro scuro è a destra, perpendicolare alla facciata, anch’essa...

Senza paura del buio

Ho incontrato Fabio Mauri a Roma, nella sua casa di Piazza Navona, nel gennaio del 2007. Stava lavorando all’opera che avrebbe poi esposto pochi mesi dopo all’Hangar Bicocca di Milano in una mostra intitolata Not Afraid of the Dark. Era la prima volta che lo intervistavo, anche se avevo ascoltato molte volte dalla sua bella voce profonda i racconti di una vita fuori dal comune, trascorsa a stretto contatto con i più importanti artisti e intellettuali nei decenni chiave del secondo dopoguerra italiano. Artista, critico, editore, insegnante, fondatore di riviste ormai storiche (“Quindici”, “La città di Riga”), a quasi 82 anni non aveva perso nulla della curiosità per le cose nuove, del rigore e anche di quella cifra inconfondibile, fatta di precisione, inadattabilità e acutezza di sguardo, che lo aveva sempre accompagnato.   Fabio Mauri ha rappresentato in Italia un modello di artista-intellettuale largamente in anticipo sui suoi tempi, impegnato in un dialogo senza remore con la storia, la cultura della modernità e le sue fatali contraddizioni. In lui sensibilità religiosa, vocazione artistica...

Nel Regno del Kitsch

Una grande giostra da Luna Park composta di tazzine color rosso scuro su cui ci si può sedere a coppie e al centro una caffettiera azzurra; tutto intorno, dentro ampie feritoie bianche, sono esposti piccoli oggetti: occhiali, statuine di gesso, Torre di Pisa e Torre Eiffel, orologio a cucù, automobiline americane, segnatempo a forma di corallo, equini di porcellana, portafoto arabescati, composizioni di conchiglie, palle di vetro, candele, scarpe, cappelli, portalampade femminili, e altro ancora. Siamo nel Regno del Kitsch, all’interno della Triennale, nelle sale di una mostra, Kitsch. Oggi il kitsch, e il sovrano di questo impero del “cattivo gusto” è un signore centenario, Gillo Dorfles, laureato in medicina nei primi decenni del XX secolo, con specializzazione in psichiatria.   Quarantaquattro anni fa, nel novembre del 1968, nel bel mezzo della contestazione studentesca, il critico d’arte mandava in libreria un volume diventato ben presto cult, Il Kitsch, antologia del cattivo gusto, edito da Mazzotta, dove insieme ai contributi di studiosi come Herman Broch e Clement Greenberg, che del Kitsch avevano scritto negli anni...

Londra. The Mind as a Matter

Con gli straordinari progressi degli ultimi decenni nel campo delle neuroscienze e lo sviluppo dei sistemi di brain imaging, il sogno eterno di svelare i segreti della coscienza sembra diventato un obiettivo scientifico neppure troppo distante. Contemporaneamente l’interrogativo se la coscienza sia o meno riducibile a processi celebrali è diventato la grande ossessione di filosofi e scienziati così come del grande pubblico.   La recente esposizione alla Wellcome Collection di Londra, Brains: the Mind as a Matter, taglia corto con questo groviglio di speranze, effettivi progressi scientifici e interrogativi filosofici e offre una prospettiva sul cervello inedita per i nostri tempi, che ricorda un approccio naturalistico di stampo ottocentesco. Non il cervello come macchina pensante e come origine della coscienza dunque, ma il cervello come oggetto fisico: quella materia organica biancastra e spugnosa del peso di circa un chilo e quattrocento grammi che sta mollemente adagiata sulla sommità della colonna spinale e protetta dal cranio.   L’esposizione si presenta come una sorta di cabinet de curiosités, più che come...

La collezione come forma d’arte e le sorti dei Musei Civici di Reggio Emilia

La volontà di aprire un dibattito serio con l’amministrazione pubblica sul riallestimento dei Musei civici di Reggio Emilia da parte di un gruppo di persone che a vario titolo se ne occupa - insegnanti, operatori culturali, storici dell’arte, architetti, scrittori - si è polarizzato di recente nei termini, a dire il vero fuorvianti e massimalisti, di una disputa che ha occupato le pagine dei giornali nazionali e la rete (per una rassegna stampa completa e una cronistoria degli interventi si veda qui ). L’amministrazione pubblica e l’architetto Italo Rota, ideatore di un concept di riallestimento, si sono presi la parte di chi sostiene e promuove la modernità, attribuendo ai quarantacinque firmatari di una lettera aperta al sindaco il ruolo di passatisti e conservatori ad oltranza.   Ma le cose stanno veramente in questi termini? Gli elementi materiali a disposizione per ragionare su questo riallestimento sono in verità due mostre e una videointervista, tutte a cura dell’architetto Rota. Poiché sulla prima mostra, L’amore ci dividerà. Love will tear us apart. Prove generali di un museo, (...

Marcello Maloberti. Blitz

3,2,1, via, si parte. Ventisette persone, uomini e donne, si preparano ad entrare in scena. A passo svelto si posizionano ciascuna di fronte al proprio animale: una pantera nera di ceramica riprodotta in scala uno a uno, che rifulge sotto la luce al neon della stanza.     La tensione si fa spessa, gli uomini stanno immobili, imperscrutabili, lo sguardo è fisso di fronte a loro. Pochi secondi e le ginocchia si piegano, le braccia tendono verso l’animale, si aprono per raccoglierlo e sollevarlo in alto sopra le proprie teste. Un lasso di tempo piccolissimo, tra questa azione e la seguente con cui, all’unisono, le bestie vengono scaraventate a terra, tutte assieme a formare un boato, un urlo che si dipana in eco, raggiungendo le orecchie più lontane del pubblico tramortito. Maloberti dirige l’azione. Come un direttore d’orchestra, muove la mano ad accompagnare la sequenza. Bastano pochi secondi, per trasformare la sala Eneldel MACRO di Roma, in una cacofonia di suoni e azioni. Le pantere ridotte in frantumi vengono saccheggiate, ognuno cerca un pezzo da infilare nella borsetta, nelle sacche dei pantaloni; è la reazione...

Fichés

Ha fatto in tempo Ando Gilardi a visitare Fichés. Photographie et identification du Second Empire aux années soixante, la mostra agli Archives Nationales di Parigi chiusa a fine gennaio di quest’anno? E in caso positivo, cosa ne ha pensato, lui che in Wanted! (Bruno Mondadori 2003) ha ripercorso la storia della fotografia segnaletica, mostrando come questa corra parallela alla storia della fotografia tout court e giunga ininterrotta fino ai giorni nostri? La visita di Fichés mi ha lasciato con tante domande aperte, di più, mi ha scosso e persino emozionato. Quel giorno di gennaio mi è mancato un compagno di visita come Gilardi, un privilegio che avrebbe dato un’altra coloritura alle impressioni che seguono.   Entro agli Archives Nationales con le idee molto chiare su cosa aspettarmi dall’esposizione Fichés: come recita il sottotitolo, tratta di Photographie et identification du Second Empire aux années soixante. Fichés, ovvero schedati, ripercorre la creazione, la diffusione e la definitiva affermazione della fotografia segnaletica, giudiziaria e criminale. In questo modo mostra la saldatura...

Roberto Cuoghi. La caricatura dell’identità

Identità ribaltata, deformazione, esplorazione del singolare. Leitmotiv che ormai conosciamo bene se pensiamo ai lavori di Roberto Cuoghi. Considerato uno dei più interessanti esponenti della ricerca artistica italiana, Cuoghi si è affermato creando un linguaggio artistico molto personale e riuscendo a lavorare con tecniche diverse, dalla fotografia al video, passando per pittura, disegno, fino al suono.     L’investigazione dell’identità è un tema che appartiene alla società di questi ultimi decenni e l’arte, come spesso accade, se ne fa portavoce. Riuscire a indagare la propria individualità nelle sue forme molteplici è un’impresa labirintica che a volte genera lavori affascinanti e a volte lascia perplessi. Il concettualismo che regola l’arte di Roberto Cuoghi è sicuramente molto denso, finanche serio e, forse, fin troppo analitico e cerebrale.   Probabilmente il suo lavoro più famoso è la scelta, all’età di ventiquattro anni, di trasfigurarsi nella persona di suo padre, modificando le sue sembianze con barba e capelli grigi oltre...

Zoe Leonard. Sun Photographs

Contemporaneamente al Camden Art Centre di Londra, la Galleria Raffaella Cortese di Milano dedica una singolare mostra all’artista americana Zoe Leonard e nello specifico alla sua serie fotografica Sun Photographs realizzata a New York tra il 2011 e il 2012.   Cosa accade nel momento in cui un artista, la cui opera ha attraversato sensibilmente le fenditure più dolorose della storia sociale, inizia a “guardare in alto”? Attratta magneticamente dai più sottili cambiamenti del tessuto urbano, attenta osservatrice delle variazioni culturali, politiche e istituzionali, impegnata nella sovversione di ogni tabù e costrizione sociale, Zoe Leonard sin dai primi anni Ottanta si è confrontata attivamente e in modo radicale con questioni legate all’omosessualità, all’Aids, alla discriminazione razziale e in particolar modo, come scrisse Rosalind Krauss: “con il problema della costruzione e della crisi del genere all’interno della società eterosessuale” (decisivo per l’elaborazione critica della sua opera fu il rapporto con i collettivi ACT-UP e Group Material di New York, Border Art...

Milano Anni 70: l’immagine al potere

Negli anni Settanta l’immagine era dappertutto: negli studi degli artisti, nelle gallerie, lungo le strade, nei palazzi e nelle vie, dentro le sedi dei partiti o dei sindacati, sui muri, nei giornali, dentro gli obiettivi dei fotografi. Forse si può cominciare proprio da qui per parlare di “Addio anni 70”, la mostra curata da Francesco Bonami e Paola Nicolin, dedicata alla realtà artistica milanese del decennio, dalle foto di Carla Cerati, che coglie la vita mondana ma anche i manicomi, di Gianni Berengo Gardin che descrive case di ringhiera, cortili e piazze, di Cesare Colombo che segue i cortei e fissa gli attivisti del Movimento Studentesco, di Maria Mulas che distorce con un obiettivo apposito i corpi e i volti della intellighenzia milanese al Pac durante l’inaugurazione di una mostra, di Lelli e Masotti (uno dei lavori più poetici dell’intera esposizione) che fissano la performance di John Cage al Lirico, di Ugo Mulas che memorizza la strabocchevole piazza del Duomo ricolma di uomini e donne per il funerale dei morti di Piazza Fontana, di Gabriele Basilico che ritrae la folla alla Festa del Proletariato giovanile nel 1976...

L’incompleto come attitudine

Alla Galleria Francesca Minini di Milano un singolare progetto riunisce una collettiva di giovani artisti provenienti da diverse nazioni le cui opere interrogano in modo provocatorio un’attitudine sfuggente e controversa che investe pensiero, sguardo, gesto e forma: il non-completo.   Quattordici dadi disposti in modo casuale sul pavimento che attendono nuovamente di essere lanciati fino a riottenere come somma totale il numero 42 (Nina Beier & Marie Lund, 42, 2008), una macchina fotografica usa e getta con all’interno un rullino parzialmente utilizzato (Jouzas Laivys, A sigle-use camera containing a film wich is not yet fully exposed, 2003), un puzzle di 1.800 pezzi non ultimato e racchiuso in un quadrato di plexiglass appeso alla parete (Ryan Gander, Let’s make this happen, 2012), una serie di Polaroid che ritraggono in una determinata data, ora e luogo piccoli abeti (Meriç Algün Ringborg, Untitled (tree top project), 2009), una frase che indica le coordinate di un ipotetico appuntamento (Jonathan Monk, Meeting#99: Buckingham Palace London England May 19th 2039 Noon), scene estrapolate da diversi film del passato rimontate in un unico...

Being Luigi Ontani

Il 27 maggio si chiude alla Kunsthalle di Berna la mostra “BernErmEtica”, terza incarnazione ­ dopo il Castello di Rivoli e Le Consortium di Digione del progetto “CoacerVolubilEllittico” curato da Andrea Bellini. Per le edizioni JRP Ringier di Zurigo è appena uscito il catalogo curato da Marianna Vecellio, dal quale riproduciamo il testo di Andrea Cortellessa.     Quella della dischiusura, cui invita Andrea Bellini col suo progetto delle Scatole viventi, mi pare l’immagine più calzante per tentare di definire quella strana cosa che pratico ormai da quindici anni senza mai averci riflettuto, temo, a sufficienza. Parlo della critica. E non è un caso che questo stimolo venga da una “situazione” per me, per così dire, extraterritoriale: dall’ambito delle arti visive, cioè, e non da quello in cui mi sono formato – che è la letteratura. Come se muovendoci in un territorio che non ci è famigliare non potessimo evitare di interrogarci su quanto in esso vi sia in comune con casa nostra – oltre che, com’è ovvio, su quanto ne differisca (secondo la...

I contemporanei: Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi

Se qualcuno vuole sapere cosa è il cosiddetto “contemporaneo” non ha che da visitare la mostra di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi aperta all’Hangar Bicocca di Milano: Non non non (fino al 10 giugno). Sono tre installazioni site-specific.   La prima s’intitola La marcia dell’uomo: 32 fotogrammi della durata di due secondi in cui si vede, virato in giallo, un nègre che cammina, tratto da Etienne-Jules Marey, che ha fissato un gruppo di uomini del Senegal: è il 1895, nascita del cinema. Nel secondo si scorgono dei “selvaggi” cui gli etnografi impongono pizzi, cappelli a cilindro e l’uso della forchetta. Il terzo, virato in rosso, risale agli anni sessanta del XX secolo: ragazze africane a seno nudo posano per un uomo occidentale che le paga per la loro prestazione. La musica di Keith Ulrich sospende il tutto in una sorta di vuoto pneumatico.     La seconda installazione è all’interno di un immenso spazio; alle pareti tre grandi teloni su cui vengono proiettati, con cadenza lenta, ma inesorabile, sequenze preordinate di film. Frammenti elettrici; un film sui Rom...

Gina Pane, mode d’emploi

Da una decina d’anni la figura e l’opera di Gina Pane (1939-90) sono al centro di un significativo lavoro critico ed espositivo, grazie anche agli sforzi dell’instancabile Anne Marchand, compagna di vita dell’artista. Nel 2003 escono i suoi scritti, Lettre à un(e) inconnu(e), per le edizioni dell’ENSBA; nel 2005 il Centre Pompidou organizza la personale Terre-Artiste-Ciel; nel 2008 è la volta di Situation idéale al Musée des Beaux-arts di Nantes. Mancava un segnale dall’Italia. Eccolo: la straordinaria retrospettiva al MART di Rovereto, È per amore vostro: l’altro (fino all’8 luglio), credo la più completa mai allestita, con oltre 160 opere, accompagnata da un catalogo-monografia di Sophie Duplaix. Tante le suggestioni suscitate dalla visione e dalla lettura, da cui ricavo qualche lemma, per quanto possibile in ordine cronologico.   SCULTURA. Per chi, in prima battuta, associa il lavoro di Gina Pane al corpo sanguinante, la prima sala è uno choc: sculture di elezione minimalista, disegni geometrici proiettati nello spazio. Eppure non è la geometria ad imporsi ma i...

25 aprile | Cosa significa resistere, cosa significa ricordare

È il 1968 quando esce La Beltà di Andrea Zanzotto. I muri del mondo, in quei mesi, sono pieni di scritte che rappresentano, e insieme performativamente sono, la rivoluzione in atto. Durerà poco, quel momento di sospensione e trascendentale rilancio della storia; ma ciò non toglie che sia stato (lo dimostra il fatto che fa ancora incazzare tanta gente). E in effetti le scritte sui muri – attraverso le quali, aveva profetizzato Lautréamont, un giorno saremmo stati tutti poeti – non cessarono allora di esistere. Sono rimaste un luogo simbolico e performativo di grande importanza, nella formazione e nella vita politica delle generazioni più giovani; nonché, a ben vedere, un efficace tramite di memoria intergenerazionale. Cioè di storia.   In quel libro atroce e sublime di Zanzotto – il più importante, se non il più bello, della nostra poesia contemporanea – si rincorrono non a caso diciotto grandi poesie-tableaux che recano il titolo complessivo di “Profezie o memorie o giornali murali”; poche pagine prima, invece, si legge un grande componimento dal titolo “...

Reversibilità

C’è una mostra a Milano in questo momento, allo spazio Peep-hole, intitolata Reversibility - A theatre of de-creation, ideata e curata da Pierre Bal-Blanc. Già il titolo è suggestivo, perché della reversibilità dà la versione non della freccia che rovescia l’entropia ma della continua interconnessione tra creazione e de-creazione, che non è distruzione appunto, suo opposto, ma smontaggio, decostruzione, come ormai si usa dire.   La mostra è composta da diverse opere di vari artisti ambientate tra loro, con speciale attenzione allo spazio, alla sua storia (prima di essere Peep-hole era già stata una galleria d’arte, poi un appartamento e di nuovo una galleria – e ora di nuovo qualcos’altro perché Peep-hole è costretta a trasferirsi dopo questa mostra). Tra tutte le opere ve ne sono due fotografiche, che hanno attratto subito la mia attenzione.   La prima, nella prima stanza, è dell’artista Sanja Ivekovic, che ha accostato-mescolato immagini sue personali, della sua vita privata, in atteggiamenti affettuosi con il suo compagno, e immagini di...