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Musica

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Sònar Festival

Si è conclusa sabato scorso la ventunesima edizione del Sònar, festival di musica elettronica e arte multimedia nato e cresciuto a Barcellona, con la direzione di Ricard Robles, Sergi Caballero ed Enric Palau che lo hanno fondato nel 1994.   L’evento è da sempre strutturato in due parti, una diurna più dedicata all’ascolto e una notturna danzereccia. Il Sònar de dia dall’anno scorso ha cambiato location. Ha perso uno spazio emblematico e affascinante come il Centro di Cultura Contemporanea di Barcellona, che fin dall’inizio lo ha ospitato contribuendo a formarne il carattere. La tendenza a percepire la musica come medium tra gli altri, legato a linguaggio video, interazione e tecnologia, emergeva in modo naturale, differenziando il Sònar da qualsiasi altro festival di musica elettronica. Ora il day si tiene al polo fieristico alle spalle di Plaça de Espanya, ai piedi del Montjuic (Fira Barcelona Montjuïc). Bisogna dire però che lo spostamento ha centrato diversi obbiettivi. Ha permesso di superare l’effetto ressa che si creava spesso nei locali del CCCB al Raval. Non solo ha...

Saga. Il canto dei canti

Memoria è cattedra dei morti di macerie fa testo polvere sull’estetica rovine a puntellare l’etica   memoria è cattedra dei morti galleggia sullo spazio dell’oblio là dove i morti seppelliscono i morti   un cavaliere muove nella storia lento traversa geografia macerie polvere rovine i secoli dei secoli a fargli compagnia.   In casa: sasso e legno, focolare in viaggio: ferro e cuoio, fuochi di bivacco.   Eco di calpestii, frammenti di clamore incupa, s’abbuia tramonto di un giorno, tramonto di un’Era.   S’alza sommesso il canto sinuoso come spire d’incenso sontuoso come sole calante. Non vorrei essere che qui in questa incerta ora.     Per un teatro barbarico di uomini cavalli e montagne   Nell’Urbe caput mundi i cittadini romani vestono toga e tunica, calzano sandali. Braghe e stivali adornano corpi barbari. All’inizio bar-bar è il farfugliare di un linguaggio che nomina le cose ma non le ha ancora ordinate in sistema di relazioni, in metodo di conoscenza e trasmissione. Incapace di dar forma al mondo può solo subirlo...

Cinquant'anni di Bella ciao

Come uno di quei nodi della storia culturale in cui le energie – politiche, intellettuali, artistiche – di numerosi attori sembrano raccogliersi e improvvisamente deflagrare, Bella ciao a Spoleto cambiò il corso della canzone italiana. A testimonianza – parziale – di una spinta politica in avanti che non ha ancora esaurito la sua inerzia, basterebbe ricordare le polemiche che accompagnano ogni esecuzione pubblica della canzone che a quello spettacolo di Nuovo Canzoniere Italiano diede il titolo.    All’inizio degli anni Sessanta, alcuni intellettuali di sinistra cominciano a dedicarsi alla raccolta di canti popolari italiani, anche ispirati dalle esperienze di Alan Lomax e da quelle di Cantacronache a Torino. I nomi che gravitano e graviteranno attorno a quel gruppo del Nuovo Canzoniere Italiano (che nasce come rivista e “canzoniere d’uso” nel gennaio del 1963) sono molti, fra polemici abbandoni e dibattito costante: Gianni Bosio e Roberto Leydi, prima di tutto; poi i torinesi Michele Straniero e Fausto Amodei; e poi, prima o dopo, Filippo Crivelli, Cesare Bermani, Giovanna Marini, Sandra Mantovani, Caterina Bueno...

Bono Vox, nel nome del potere

Credo veramente che quando si scriveranno i libri di storia, la nostra epoca verrà ricordata per tre cose: la guerra al terrorismo, la rivoluzione digitale e quello che abbiamo fatto […] per spegnere l'incendio in Africa. La storia, come Dio, sta guardando quello che facciamo. Bono, 2006   Fidatevi del capitalismo: noi troveremo una via d'uscita. Bono, 2010   Paul Hewson, più noto come Bono Vox, o semplicemente Bono, è un'icona indiscussa dei nostri tempi. Cantante carismatico degli U2, un gruppo irlandese che non ha bisogno di presentazioni, è una rockstar di fama mondiale, un uomo ricchissimo e una figura mitologica dell'immaginario pop contemporaneo.     Posto che la sua è una delle più belle voci maschili del pop, si può discutere sulle fasi alterne di una produzione creativa e di una discografia che data dal 1980 arriva fino a oggi (in attesa di un imminente nuovo lavoro del gruppo), ma la critica musicale è abbastanza concorde nel ritenere che almeno fino ai primi anni Novanta gli U2 abbiamo scritto, con figure di primo piano alla produzione artistica come Brian Eno, Flood o Daniel Lanois, pagine molto importanti della musica pop. In ogni caso, questo...

Storie d’amore alla francese

Dobbiamo ammirare chi ha il coraggio di scrivere una guida: mettere in ordine un genere, un tema, scegliere i nomi degni di un abc è una fatica immane. Così Gianluca Grossi, che ha scritto una Guida alla musica francese dal dopoguerra a oggi (Odoya, 2014) merita rispetto. Non ha avuto alcuna indulgenza per i suoi gusti: ha messo in fila alfabetica Charles Aznavour e i Daft Punk, Juliette Gréco e gli Air. Non ha insistito troppo nello spiegarsi e spiegarci perché la musica francese della Francia liberata e conquistata è riuscita, unica tra i Paesi europei (Italia inclusa), a diventare cult nel gusto e nei consumi angloamericani: certo, c’è di mezzo Parigi, e non è poco, ma ci vanno di mezzo anche Jean-Paul Sartre e l’esistenzialismo con la loro onda lunga politica sino al Sessantotto. Eppure, c’è qualcosa proprio nello stile musicale della canzone francese a fondarne la tipicità: soprattutto una malinconia raffinata e struggente; la capacità (che è soprattutto anche del cinema francese) di saper raccontare l’amore in ogni sua declinazione, dalla passione erotica ai drammi di...

L’apocalisse è quello che c’è già?

Come tutti sanno, e i commentatori hanno sempre sottolineato, anche all’interno dello speciale di doppiozero dedicato ad Apocalittici e Integrati, il libro di Eco ha “fatto epoca”. Per il titolo/slogan (come, del resto, per il primo libro, Opera aperta; ed Eco, riporta nella sua famosa e sempre ricordata prefazione, che il titolo fu, sintomaticamente, invenzione dello stesso editore, Valentino Bompiani). Slogan che è, al tempo stesso, sintesi di un vero e proprio programma di ricerca, dettando la linea per gli studi massmediologici a venire: seppure in una prospettiva del “giovedì prossimo”, vista la rapida trasformazione della materia, come metteva in guardia lo stesso Eco, e come ci ricorda Marrone.   E per aver dato la sveglia, o aver segnalato, ad una, a quanto pare, catatonica, prima che catodica, Italia degli anni ’60, in vista di eroici ed erotici risvegli. E quindi via da Claudio Villa, perlomeno verso un Bobby Solo per la prima volta in playback a San Remo; e poi vai con Modugno, e la nuova musica “leggera”, sotto l’influenza di chansonniers e di crooners, cool jazz e tempi terzinati; alla critica...

L'onta del significato

La pubblicazione presso L’orma – come numero 2 della nuova serie della collana fuoriformato (pubblicata per 31 volumi da Le Lettere, fra il 2006 e il 2012) – di Una profonda invidia per la musica. Invenzioni a due voci con Paolo Terni, di Giorgio Manganelli, rappresenta un adempimento lungamente atteso. Sin dall’inizio del progetto di fuoriformato, infatti, volevo pubblicare nella loro originale forma fonografica le bellissime conversazioni a tema musicale che Manganelli ebbe con Terni a Radio Tre Rai nel luglio del 1980, e che già erano conosciute – solo in forma trascritta, però – nel libro di Terni, Giorgio Manganelli ascoltatore maniacale, pubblicato da Sellerio nel 2001. Complesse questioni di diritti hanno reso possibile solo ora questa pubblicazione. Solo ascoltandolo materialmente (Manganelli direbbe forse “matericamente”), questo intreccio di voci, viene a giorno in effetti la qualità di «improvviso» (Improvvisi per macchina da scrivere è il titolo “musicale” scelto per il proprio libro da Manganelli più amato, forse: la raccolta dei corsivi giornalistici uscita...

H.R. Giger. In memoriam

E così è morto anche H.R. Giger. Hans Rudolf "Ruedi" Giger. In Italia non si è mai capito se andasse pronunciato “Gaigher” o “Ghiger”. Un mistero che per molti rimarrà insoluto. Giger è conosciuto dal grande pubblico soprattutto per la creazione del mostro di Alien. Quando Ridley Scott nel 1978 si imbatté nella sua versione del Necronomicon – una ricerca visiva ossessionata nella terra desolata tra la magia nera e i culti dei Grandi Antichi di Lovecraft – forse capì di avere per le mani lo strumento definitivo per mettere la parola fine alle utopie residue degli anni '70. Una visione scura, gelida e paranoica del surrealismo, costruita in antitesi programmatica con la psichedelia in Colorama delle copertine degli Yes e dei Pink Floyd. Non c'erano campi di fiori nelle allucinazioni di Giger, non c'era nessuna luce alla fine del tunnel. Non c'era salvezza. Giger è stato l'anima nera degli esploratori dell'immaginario, sempre un passo oltre nell'estrudere i tentacoli gelatinosi della mente e allungarli verso una melma più densa: feconda, purulenta...

Una storia del rumore

"Ovunque siamo, quello che ascoltiamo è soprattutto rumore. Quando lo ignoriamo, ci disturba. Quando ci mettiamo ad ascoltarlo, ci affascina". (John Cage, 1937)   Primi di marzo. Marrakech. Sto entrando per la prima volta in una delle piazze più grandi del mondo, Jamaa el Fna. Arrivandoci da uno degli stretti vicoli della Medina, affollati dal rumore di motorini e radioline dei negozi, vengo improvvisamente invaso da un paesaggio sonoro inedito e abbacinante, composto di zoccoli di cavalli, flauti di addomesticatori di serpenti, canti di narratori locali, urla, muezzin, venditori. Ancora oggi, a distanza di settimane, è il suono di quella piazza quello che mi rimane più in testa. Così come di Istanbul ricordo subito i canti che si innalzavano assieme dalle tante moschee della città.   Tutti noi, se ci pensate bene, conserviamo un ricordo sonoro dei luoghi in cui siamo stati o in cui siamo cresciuti, quello che il teorico dei media Rudolf Arnheim chiamava l' “immagine acustica” di un luogo e che il musicologo canadese Raymond Murray Schafer chiama il “paesaggio sonoro”.   Siamo...

Tra Marlon Brando e Johnny Depp

Paul McCartney scende le scale con passo non del tutto certo, per andare ad accomodarsi al pianoforte. Il video è quello di Queenie Eye dal suo ultimo lavoro New. Lo studio di registrazione è quello storico, il numero due di Abbey Road. Macca non corre ormai più il rischio di citarsi addosso, anzi ha fatto dell’autocitazione una forma non banale di metafinzione creativa. Un gioco iniziato anni fa con la leggenda della sua morte che lo stesso McCartney ha brillantemente alimentato (probabilmente anche per scaramanzia) inserendo nei propri lavori divertenti indizi. E questa volta indossa almeno un paio di sandali. Primo custode di se stesso, Paul McCartney gioca brillantemente su più piani: da un lato mostra uno dei luoghi simbolo della propria mitologia, dall’altro una chioma castana improbabile per un settantenne (già cinquantenne ingrigito), allo stesso tempo ospita un gruppo di amici che casualmente stanno tutti nella stanza. Tra di loro Jeremy Irons, Meryl Streep, Gary Barlow, Tom Ford, Lily Collins e Jude Law, probabilmente quelli che ce l’hanno fatta da soli parafrasando Queenie Eye.   Farcela da soli forse...

Donne, motori e rock 'n' roll

Nel 1993 Speed Kills, una fanzine di Chicago (attiva tra la fine degli anni '80 e i primi anni '90, e dedicata alle vecchie auto sportive, alle corse automobilistiche e alla musica indie rock, gli interessi principali del fondatore Scott Rutherford), pubblica la serie “DC musicians with their cars” di Cynthia Connolly, una giovane fotografa di Washington, D.C. La serie di fotografie in bianco e nero (che sarà ripubblicata da numerose fanzine e riviste) ritrae musicisti e musiciste della scena punk hardcore locale accanto alle loro vetture, spesso vecchi e strambi catorci: Kathi Wilcox delle Bikini Kill con la sua Plymouth Valiant del 1965, Ian Svenonius (Nation of Ulysses, The Make-Up) con la sua Plymouth Sport Fury del 1969, Christina Billotte delle Slant 6 con la sua Datsun 210 del 1981, Ian MacKaye (Minor Threat, Fugazi ecc.) con la sua Toyota Corolla Station Wagon del 1978, Allison Wolfe delle Bratmobile con la sua Pontiac Catalina del 1979, e così via. Cynthia Connolly, pur non avendo mai suonato in una band, è considerata un pilastro della leggendaria scena punk hardcore di Washington, D.C. Ex compagna di Ian MacKaye, autrice di...

La rivoluzione del mixtape

“Una volta mi si spezzava il cuore quando venivo nel tuo negozio e mi dicevi che i miei dischi preferiti erano esauriti allora non compro più dischi nel tuo negozio ora li registro tutti (su cassetta)” (C30, C60, C90, Bow Wow Wow) Pubblicato dalla EMI nel luglio del 1980, C30, C60, C90 Go del gruppo new wave Bow Wow Wow fu il primo singolo in assoluto ad uscire su cassetta (cassette single, o anche Cassingle). Appropriatamente, l'argomento trattato nel testo della canzone era l'avvento del supporto musicale che più caratterizzò la decade delle spalline imbottite.   C30, C60, C90 Go era anche il singolo di debutto della band britannica creata da Malcolm McLaren, la quale replicò alla fine dello stesso anno con l'EP (questo SOLO su cassetta) Your Cassette Pet. Una piccola curiosità: pare che la EMI si fosse rifiutata di promuovere il singolo, perché presumibilmente incoraggiava l'home taping (ovvero la registrazione casalinga. Il lato B della cassetta, infatti, era vuoto). Le stesse etichette discografiche (major, naturalmente) all'epoca erano allarmate dalla possibilità che la musicassetta...

I fratelli Vicenti

Sugli argini in mezzo ai campi fra Vercelli e Santhià alla fine di settembre può fare già freddo. A undici anni del freddo ti importa poco, ma che la bella stagione se ne stia andando di nuovo ti fa proprio girare le palle. E ti girano ancora di piú se sono appena le otto e un quarto e sei in coda per iscriverti a scuola. Una scuola che oltretutto non avresti scelto. Io alle medie ci sarei andato, perché studiare mi piaceva, e col liceo classico avrei almeno provato.   Anzi, l’avrei fatto e basta. All’epoca non si tentava di andare a scuola, ti ci spedivano e tu dovevi arrivare in fondo, anche a denti stretti. Lo stesso col matrimonio: ti sposavi ed era finita, se ti eri sbagliato amen. Invece ero lí, di mattina presto, per un posto all’Avviamento Professionale, che avrebbe significato venti minuti di corriera tutte le sante mattine in mezzo alla nebbia, piú altri venti al ritorno, con la fame a strizzarmi lo stomaco come uno straccio bagnato, e dopo tre anni di quelle corse su e giú mi avrebbero messo in mano un bell’attestato da elettricista.   Nessuna possibilità per legge di...

Oltre Spotify e Deezer

Non sarò certo io a lamentarmi dell’ampia offerta di musica online. Prima che tutto questo avesse inizio occorreva attendere anni anche solo per conoscere la faccia del tuo musicista preferito o per ascoltare un suo disco degli esordi.   La conoscenza della produzione musicale procedeva su binari a dir poco incerti e occasionali. I possibili collegamenti erano affar tuo e degli amici più fidati, con tanto di lacune e lentezze bibliche. Insomma, ci voleva una certa dose di iniziativa e di pazienza. Non che fosse un vero problema, perché non eravamo ancora schiavi di quell’idea totalizzante che oggi governa ogni campo, anche dove non sarebbe necessario.   Tutto o niente. Misuriamo ogni cosa con la possibilità che contenga l’intero universo o che possa fare tutto. Ma un costo di molti o pochi euro al mese (se non la gratuità del servizio) e un’offerta di venti o trenta milioni di tracce sono destinati a infrangersi contro la mancanza di quell’unico brano che avevamo deciso di ascoltare proprio oggi, in questo preciso momento mentre ne parliamo con amici al tavolo di un caffè.   Piuttosto che...

Coen brothers. A proposito di Davis

“Non si fanno soldi con questa roba” sentenzia impietoso Bud Grossman, dopo aver ascoltato la struggente ballata di Llewyn Davis. È il 1961 e solo due anni dopo sarebbe uscito The Freewheelin’ Bob Dylan, il secondo album di Bob Dylan, quello di  Blowin' in the Wind, per intenderci.         È il momento della seconda rinascita del folk, che sporcandosi con il rock e con l'electric folk, raggiunge il suo apice proprio negli anni '60, proprio in quel Greenwich Village da cui Bob Dylan s'impose come cantore del Movement, il movimento di protesta americano per la pace e per i diritti civili. Ma non basta essere un folk singer, nel Greenwich Village degli anni '60, per diventare Bob Dylan.     Cambiando l’ordine dei fattori il risultato cambia e Llewyn Davis potrebbe essere la personificazione dei tanti che non ce l'hanno fatta. Potrebbe. Perché  il film dei fratelli Coen A proposito di Davis (traduzione banalizzante di Inside Llewyn Davis) non traccia la parabola della carriera di Llewyn Davis, ma racconta una sua settimana (ci auguriamo non proprio“tipo...

Sulla strada con Tom Waits

Prima di tutto, i fatti. Nessuno aveva mai scritto 450 pagine sulla vita e l'opera di Tom Waits. Lo ha fatto Barney Hoskyns, Tom Waits. Dalla parte sbagliata della strada, (Odoya), prefato con sagàcia da Riccardo Bertocelli, curato e tradotto da Massimiliano Bonato e pubblicato con bella cura editoriale a Bologna. Nessuno aveva ancora scritto così tanto perché scrivere la vita di Tom Waits è impossibile.     Bertoncelli lo spiega alla sua maniera ipercolta: “non ha rinunciato”, dice, “alla parte dell'idiot savant, adora parlare per iperboli, fare il giullare cinico sprezzante o il reietto con un buco nel cuore”. Hoskyns racconta, a riguardo, un buffo aneddoto. Rivolgendo a Waits la non formidabile domanda sull'uguaglianza fra apparenza pubblica e vita privata, si sente rispondere: “Sono Frank Sinatra o Jimi Hendrix? O sono piuttosto Jimi Sinatra? È un numero da ventriloquo, lo fanno tutti”. 
     Un dialoghetto del genere porrebbe fine a quale si voglia ambizione biografica. Hoskyns, però, “è un numero uno” (lo dice Bertoncelli, e ne è...

Mi chiami semplicemente Stockhausen

Pubblichiamo un estratto dell'introduzione di Massimo Viel a Karlheinz Stockhausen, Sulla musica, a cura di Robin Maconie, Postmedia book da pochi giorni in libreria     “Il 22 Agosto 2012, appena due mesi fa e circa quattro anni e mezzo dopo la morte del compositore, abbiamo avuto l’ultima occasione di assistere alla prima esecuzione di un lavoro di Karlheinz Stockhausen. Si tratta del MITTWOCH (Mercoledì), la terza opera, nell’ordine progettuale, delle sette che compongono il ciclo LICHT (Luce), ognuna dedicata a un giorno della settimana. A dir la verità il Mercoledì era già stato rappresentato nelle sue singole sezioni e in versione concertistica, il che nel contesto delle produzioni stockhauseniane significa essenzialmente senza scenografia o make-up particolarmente complessi, ma già con i movimenti e le posizioni sul palco dei musicisti previste dal compositore e possibilmente con costumi appropriati alla scena che viene rappresentata (quello che Stockhausen chiama versione quasi-konzertante in opposizione alla versione szenische).   Certo la complessità dell’allestimento, che prevede...

Quando Cheever conobbe Modugno

Alcuni anni fa mi capitò di ascoltare per la prima volta una famosa canzone di Domenico Modugno intitolata Mariti in città. Il brano in questione, uscito in 45 giri nel 1958 ma già in diffusione dall'anno precedente, racconta in terza persona le fantasie extraconiugali del protagonista di un topos degli anni '50, quello del marito che, accompagnati i figli e la moglie nei luoghi deputati alla villeggiatura, resta solo in città a lavorare.     Ammetto che questa canzone mi ha ossessionata per alcuni mesi e che tuttora mi pare particolarmente riuscita per via di una capacità inconsueta per l'epoca - invero comunque ben a fuoco nella discografia di Modugno - di centrare senza reticenze e retorica, una certa peculiarità dell'uomo del proprio tempo. In questo caso al centro del brano c'è una caratteristica più spiccatamente maschile: quell'autoproclamarsi ricco di belle speranze da tombeur de femmes che vengono puntualmente tradite da una clamorosa goffaggine, funesto impedimento al compimento reale dell'adulterio. A conferire al brano un'altra cospicua dose di simpatia farsesca c...

Le ceneri di Abbado

In presenza della musica, la potenza dei simboli si accresce in misura esponenziale. (Il che si deve forse allo speciale regime semiotico della musica, alla sua capacità – da sempre invidiata dalle altre arti – di trasmettere senso senza dover per forza ricorrere a significati.) E così ha avuto una clamorosa forza icastica la scelta del Teatro alla Scala, la sera del 27 gennaio, di ricordare a una settimana dalla morte colui che era stato suo Direttore musicale dal 1969 al 1986 – Claudio Abbado, scomparso a Bologna, appunto, lo scorso 20 gennaio – facendo eseguire dalla sua orchestra, diretta da Daniel Barenboim, la Marcia funebre dall’Eroica di Beethoven, nella sala vuota con le porta aperte e il pubblico fuori, nella piazza antistante il Teatro. Più di ottomila persone, dicono le cronache (saranno cifre fornite dalla Questura o dagli organizzatori?). Per fortuna la RAI ha dato una diretta dell’esecuzione, che si può vedere su You Tube. Ignoravo che si trattasse di una precisa tradizione scaligera: nel ’57 l’Eroica venne suonata per Toscanini diretta da De Sabata, nel ’96 da Muti per Gianandrea...

Le grandi speranze di Bruce Springsteen

Non so se è un bene che i brani migliori di High Hopes, il più recente album di Bruce Springsteen, siano i già conosciuti “American Skin (41 Shots)” e “The Ghost of Tom Joad”. Non so nemmeno se sia un male. Entrambe le canzoni sono splendidamente trasformate da un vigoroso arrangiamento, da Tom Morello e dalla sua chitarra hendrixiana. Non sono la “versione definitiva”, che a una canzone è meglio non chiedere mai, ma fanno l’effetto di un pugile che grazie al sorso di un intruglio davvero potente si solleva dal tappeto e sferra un pugno che decide l’incontro. Ma è un intruglio che rimane strettamente “legale”. Niente steroidi in Bruce, è tutta energia biologica. E anche questo può essere un bene, oppure no.     Da molto tempo Springsteen non passa mai la soglia oltre la quale sta il “chi mi ama mi segua” – la soglia che marca la differenza tra l’arte “umana, troppo umana” – o semplicemente umanitaria – e l’arte che si proietta oltre l’umano conosciuto, verso l’umano ancora sconosciuto. Il rock...

Nirvana. Punk to the People

Si uccise a 27 anni, il ragazzo dai lunghi capelli biondi e dagli occhi azzurri, spesso con la barba non fatta, con larghe camicie a scacchi, anfibi e jeans rattoppati. All’età in cui sono morti molti altri divi maledetti del rock. Kurt Cobain è stato uno degli ultimi miti della musica del Novecento, tormentato fin dall’infanzia, sconvolto, esacerbato, stremato dall’improvviso successo. A lui – che scriveva nei primi versi del pezzo che lo avrebbe lanciato nell’olimpo pop: “è divertente perdere e fingere” (Smells Like Teen Spirit) – e ai suoi Nirvana – il tentativo, destinato all’insuccesso, di costruire un’isola di (ironico?) appagamento in un mondo infelice – è dedicata l’ultima mostra della galleria ONO Arte Contemporanea di Bologna (via Santa Margherita 10, fino al 31 gennaio).   Ph. Charles Peterson   Segue a ruota un’esposizione sui Sex Pistols e su quell’officina di arti e marketing che fu il negozio Sex di Malcom McLaren e Vivienne Westwood nella Londra smarrita, ingrigita, senza domani degli anni settanta. E qui si indaga un’altra crisi...

Lindo Ferretti e Davide Dall'Osso

Una mostra in un piccolo paese dell'alto Appennino Tosco Emiliano può essere un'anomalia ma anche un evento culturale e un'occasione di intrattenimento: tutto questo e molto altro dentro la breve estate della montagna. Una stagione questa, oggi consumata tra fiere e sagre per villeggianti e (pochi) residenti, fino a ieri teatro di un pullulare di vita, da maggio fino a settembre, prima di un'altra esistenza verso i pascoli della Toscana e della Pianura Padana. Una mostra peraltro limitata, ma non occasionale e perfettamente coerente con i luoghi, e con l'originalità della collocazione. Certamente originale solo se si pensa in termini "urbani", solo se si considera una mostra come esposizione di oggetti o elementi artistici, rappresentazione di concetti o idee che possono essere razionali o irrazionali, astratti o concreti ma sempre dentro una cornice e un contenitore "ordinato", luogo dove la rappresentazione, la mostra, l'evento culturale deve avere sede e palcoscenico. Eppure due stalle lontane solo poche passi e un'aia di pietra sono state durante tre settimane il teatro raccolto per le sculture equestri di...

La Reginetta di bellezza

Pan-American Highway è un viaggio lungo la spina dorsale delle Americhe in cui letteratura e creative nonfiction s’intrecciano per seguire i passi di autori d’oltreoceano noti e meno noti ai lettori italiani, avventurarsi nelle loro poetiche e, nel contempo, descrivere luoghi e raccontare persone conosciute lungo il tragitto.     Era il 30 gennaio del 1959, l’anno della morte di Ritchie Valens e Buddy Holly nel noto incidente aereo che avrebbe dato una virata decisa alla storia del rock and roll. Con una cerimonia carica di retorica ispano-equatoriale, Marvel Moreno veniva incoronata Reginetta del Carnevale di Barranquilla allo stadio Romelio Martínez. Già da un mese, quasi, contemporaneamente allo storico ingresso di Fidel Castro a L’Avana, l’augusto deretano di Fulgencio Batista era spiaggiato sulla sabbia morbida di Boca Chica, Repubblica Dominicana, prima di trovare rifugio definitivo sulle coste della Spagna franchista.   La bella adolescente, che dopo qualche anno diventerà una delle voci più brillanti della narrativa colombiana della seconda metà del Novecento, saluta mentre...

Creative Commons in musica

Creative Commons e la volontà dell’autore   “L'idea di base di Creative Commons è che la regola automatica che governa il diritto d'autore, "all rights reserved" (tutti i diritti riservati) automaticamente e fino a 70 anni dopo la morte dell'autore, non sia sempre e comunque quello che l'autore stesso vuole. Non tutti gli autori, dunque, sono sempre interessati a vietare a chiunque, salvo il loro editore, di fare alcunché con le loro opere. Al contrario, molti - soprattutto tra i creativi che utilizzano la Rete come mezzo per trovare ispirazione e collaboratori, confrontarsi con gli altri e diffondere i loro lavori - preferiscono un approccio più flessibile, in cui solo alcuni diritti sono riservati. Non a caso, si parla spesso di licenze "some rights reserved", con alcuni diritti concessi automaticamente al resto del mondo, fintanto che le condizioni della licenza sono rispettate. Dunque, da un lato Creative Commons è una generalizzazione a qualsiasi opera creativa degli strumenti legali (licenze) nate per favorire la collaborazione tra i creatori di software libero, dall'altro...