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Libri, musei, teatro, cinema, musica, arte / “Con la cultura non si mangia.” (Falso!)

I luoghi comuni affondano le proprie radici nel passato. Non stupisca, quindi, se già in Flaubert, nel Dizionario dei luoghi comuni, nell’appendice a Bouvard e Pécuchet e nello “Sciocchezzaio”, troviamo interessanti variazioni sul tema «con la cultura non si mangia». Infatti: Catalogo delle idee chic, voce Idee sull’arte: «La drogheria è rispettabile, è un ramo del commercio. L’esercito è ancora più rispettabile, perché è un’istituzione il cui fine ultimo è l’ordine. La drogheria è utile, l’esercito è necessario». Poiché la cultura non è commercio e non è esercito, non è ordinata e non è rispettabile. E quindi è da guardare come minimo con un certo sospetto.  Innanzitutto, il lavoro artistico e culturale non è rispettabile perché non è lavoro: «Letteratura: occupazione degli oziosi». «Musicista: la caratteristica del vero musicista è di non comporre mai musica, di non suonare nessuno strumento e di disprezzare i virtuosi». La fama, quando c’è, è immeritata, poiché la qualità del prodotto o del lavoro culturale non è evidente. «Paganini: non accordava mai il suo violino – Celebre per la lunghezza delle sue dita». «Libro: qualunque sia, sempre troppo lungo».   Le cose non...

Pornage

Inizialmente la pornografia non mi era simpatica. Non per moralismo o perché mi scandalizzasse, ma perché per lungo tempo mi sono ritrovata a patirla. Capita infatti spesso, soprattutto confrontandosi tra donne, di sentire che la pornografia genera disistima, una competizione (ad armi impari) con modelli irraggiungibili, con performance sessuali decisamente al di sopra della normale portata di una persona. La pornografia porta avanti un’idea di mercificazione, vede la donna come oggetto del desiderio maschile, del suo sfogo sessuale. La donna del porno ci sembra sempre inginocchiata o piegata, sottomessa, reificata. Un adolescente, inesperto, magari ancora privo di esperienze sessuali, spinto dalla curiosità, vedrà nel porno una donna da cui trarre esclusivamente piacere, da dominare. Uomini superdotati, prestazioni fantascientifiche, durate illimitate; forse si sentirà persino inadeguato, “non all’altezza”, di fronte a tutta questa irreale potenza. Spesso, però, questa antipatia e l’idea di etichettare a priori la pornografia come sessista, è generata proprio dal fatto che quest’ultima è davvero poco conosciuta, soprattutto dal “pubblico” femminile. Ad un certo punto della mia...

Storditi dal frastruono / Silenzi

Il silenzio è pensiero, quando ne parli non c'è più. Il silenzio è scrivere, leggere, è il libro, è lo schermo, pieni di parole mute e silenziose. Il silenzio è lo spazio che la parola inter-rompe, divide in blocchi insinuandosi nei suoi interstizi, come quelli esaminati da Giovanni Gasparini nel suo C'è silenzio e silenzio, Milano 2012, volumetto della collana dell'Accademia del silenzio dell'editore Mimesis. E la parola allora dove sta? È la freccia che rompe il silenzio, o se ne sta affondata nel mare o nelle brume del silenzio, nelle quali talvolta affonda e dalle quali talaltra affiora?    O sono le frasi cucite sulla stoffa del silenzio stesso? È David Le Breton a usare quest'ultima immagine, nella sua Ouverture posta paradossalmente e provocatoriamente alla fine del suo trattato sul silenzio (pubblicato originariamente in francese nel 1997 col titolo Du Silence, Editions Métailié, Paris 1997 ma aggiornato dall'autore per l'attuale edizione in lingua italiana: Sul silenzio. Fuggire dal rumore del mondo, trad. di Paola Merlin Baretter, Raffaello Cortina, Milano 2018). L'ouverture apre al silenzio sinestetico della pagina bianca non ancora riempita dai caratteri...

Scrittura che lotta contro l’altrove anonimo / Kim Thúy, camei di vita tra il Vietnam e il Canada

Oggi è stato assegnato The New Academy Prize, riconoscimento teso a colmare il vuoto della sospesa assegnazione del Nobel per la letteratura. Erano 47 gli autori selezionati dai librai svedesi per questo premio alternativo, tra i quattro finalisti anche Kim Thúy, autrice pubblicata in Italia per i tipi di nottetempo e tradotta da Cinzia Poli.   La terza di copertina dell’ultimo libro di Kim Thúy riporta che la scrittrice è nata a Saigon nel 1968, ha abbandonato il Vietnam all’età di dieci anni con la sua famiglia e altri boat people, rifugiata politica in Canada è cresciuta a Montréal, dove ha lavorato come interprete, avvocato, ha aperto un ristorante e si è occupata di critica gastronomica. Oggi si dedica alla scrittura. Kim Thúy amalgama, nei suoi tre romanzi usciti in Italia, questa esperienza di vita con una forte inventiva letteraria fatta di parole, lingua, odori, sapori, persone: Riva, Nidi di rondine e Il mio Vietnam, sono la sua storia rifratta in altre cento, mille, migliaia di storie che sono state sradicate da una vita, la loro vita, da una tradizione, da un Paese, dagli affetti per ricominciare una nuova vita in una nuova tradizione, in un nuovo Paese, con nuovi...

Addio Fantasmi / Cose terribili come fossero normali, e viceversa

C’è un capitolo nel secondo romanzo di Nadia Terranova – Addio fantasmi (Einaudi Stile Libero) – che si intitola Cose terribili come fossero normali e forse viceversa. È un titolo che mi ha ricordato, nella sua prima metà, Essere senza destino di Imre Kertész, e in particolare il protagonista, l’adolescente ungherese Gyurka, che si vede passare addosso la più feroce persecuzione della storia accettandola come se fosse, appunto, normale. Ma l’aspetto più interessante sta nella seconda metà della frase, in quel e forse viceversa che allude all’esatto contrario, alle cose normali [vissute] come fossero terribili.  Addio fantasmi narra di una giovane donna, Ida Laquidara, che parte da Roma per far ritorno a Messina, la sua città natale, richiamata dalla madre in vista della messa in vendita della casa di famiglia. Prima di affidare la pratica a un’agenzia immobiliare c’è però da far aggiustare il tetto: un dislivello di tre centimetri rispetto al terrazzo dei vicini provoca il deflusso delle acque piovane, causa dell’umidità costante che ha inquinato per anni i muri della casa. “In quel dislivello fra il nostro terrazzo e il confinante era imprigionata la storia della nostra...

Trent'anni dopo: 1988-2018 / Il pendolo di Foucault. La superstizione porta sfortuna

Difficile dire in poche parole quanto abbiano significato Umberto Eco e la sua produzione per la cultura italiana. Più facile è sottolineare l'impressionante magnitudo dell'intellettuale, che è stato anche scrittore dallo stile formidabile per intelligenza e gusto, dall'influenza capace di permeare l'immaginario di almeno una generazione. Per chi si avvicinava alla cultura negli anni Ottanta e Novanta la lettura dei suoi romanzi, forse più che dei suoi saggi, è stata una folgorazione letteraria, estetica e metodologica (senza dimenticare l'irresistibile bustina di Minerva per “l'Espresso, tenuta dal 1985 al 2016, capace di generare ogni volta cortocircuiti tra passato e presente). Eco ha praticato un uso ironico del passato che ne racconta le vicende e ne espone le interpretazioni, facendone esplodere le contraddizioni. Laddove molti si portano addosso la cultura come vestiti rigidi e sbagliati, lui se ne è vestito con grande disinvoltura, naturalezza disarmante e semplicità dissacrante. Sono almeno due gli assi della sua operazione culturale di capitale importanza per la contemporaneità: il primo riguarda l'analisi dei contenuti, delle illusioni e degli effetti di verità che...

Le Alpi nel mondo antico. Da Ötzi al Medioevo

In un recente articolo intitolato How to change the course of human history (at least, the part that's already happened)*, l’antropologo David Graeber e l’archeologo David Wengraw prendono di mira, sforzandosi di decostruirla, l’interpretazione standard – identificata in alcuni lavori di Francis Fukuyama, Jared Diamond e altri – dei nostri ultimi 40.000 anni; la prospettiva minima, diceva il poeta Gary Snyder, per provare a capire qualcosa di ciò che siamo e di come si sia costruita la nostra esperienza del mondo. Il punto, sostengono, è che il modo con cui di solito si racconta lo svolgimento della storia umana – riassumibile in una sequenza limitata di fasi: un presunto stato di natura dei piccoli gruppi di cacciatori-raccoglitori, mobili e egalitari; una “rivoluzione” agricola che lo sostituirebbe; l’emergenza di un potere centralizzato nella formazione delle città... – è sbagliato non tanto e non solo per una mancanza di informazioni (in particolare per il periodo precedente al Paleolitico superiore), quanto per la difficoltà di assumere, nella formulazione di quelle che restano comunque ipotesi, le informazioni già esistenti per quanto ovviamente frammentarie, disperse e “...

Spike Lee, "BlacKkKlansman" / L’uomo nero del Ku Klux Klan

BlacKkKlansman è un’invettiva, un pamphlet per immagini, “scritto” da un uomo di cinema, Spike Lee, che sa come si racconta una storia. E che qui lo fa molto bene, padroneggiando registri diversi, mescolati e fatti interagire tra loro. La porzione narrativa, che occupa la gran parte del film, è basata sulla storia vera dell’unico poliziotto afroamericano di Colorado Springs, Ron Stallworth, che negli anni Settanta si infiltra nel Ku Klux Klan con la complicità di un collega bianco. Ma la vicenda, pur non essendo letteralmente attualizzata, è piena di echi e riferimenti a una Storia che è cominciata prima di allora e che continua.  Il film è aperto da due spezzoni di finzione presentati come documenti: alcune immagini da Via col vento, con una bandiera confederata che sventola su una distesa di feriti della Guerra civile, e lo sproloquio razzista di un fittizio dottor Kennebrew Beauregard (Alec Baldwin), ripreso mentre su di lui passano immagini da Nascita di una nazione, il film di David W. Griffith del 1915. Il racconto è come incorniciato: queste prime sequenze dicono quali ne saranno il filo e il senso; le ultime, propriamente documentaristiche, lo chiuderanno confermando...

Un altro giorno di morte in America

Ogni giorno negli Stati Uniti sette bambini e adolescenti muoiono per colpi di arma da fuoco. Sono così tanti che fanno notizia i casi più mostruosi, i più insensati. Gli altri scivolano via nell’indifferenza generale, vittime di una guerra data per scontata. In un libro che è un pugno nello stomaco – Un altro giorno di morte in America (352 pp, add editore, trad. Silvia Manzio) – Gary Younge, giornalista e scrittore inglese a lungo corrispondente del “Guardian” dagli Stati Uniti, scava in quel silenzio per restituirci una manciata di volti e storie preziose. Il suo racconto ruota a intorno a un giorno scelto a caso, il 23 novembre 2013. Dieci ragazzi perdono la vita per un colpo accidentale, un omicidio premeditato, una sparatoria: il più piccolo ha nove anni, il più vecchio quasi venti. Per un anno e mezzo Younge ricostruisce le loro vite spezzate, incontra i genitori, i parenti, gli amici, intervista esperti, esplora luoghi e scenari.    In un reportage narrato nel suo faticoso farsi, l’obiettivo si allarga dalla dimensione privata a quella pubblica e dà corpo al ritratto di un Paese che non può o forse non vuole prendersi cura dei suoi figli.  Gary...

Frammenti di vite / Biografie politiche al Fit di Lugano

Nutrirsi di esistenze altrui. Andare alla ricerca di vite in cui rispecchiarsi e riconoscersi. Dalla letteratura contemporanea alla serie tv, dal cinema al teatro: proliferano biografie, storie vere, testimonianze in prima persona. È ‘reale’ quello che mi stanno raccontando? Quanto viene concesso all’invenzione? Leggiamo interviste, cerchiamo tracce, proviamo ad approfondire. Vogliamo le prove, non importa quanto siamo colti e consapevoli che l’arte è sempre e comunque rielaborazione.  Il genere letterario della non-fiction – che da Emmanuel Carrère a Annie Ernaux sancisce clamorosi successi editoriali – prolifera anche sulla scena contemporanea. Di questa tendenza dà conto il Fit Festival di Lugano (giunto ormai alla ventisettesima edizione) che tenta una ricognizione sul tema, e indaga le sue risonanze politiche. Tra gli italiani, non può mancare la compagnia Deflorian/Tagliarini che in questi anni si è distinta per la capacità di elaborare “partiture di realtà”: drammaturgie per frammenti che danno voce alla vita interiore degli attori sulla scena (su Doppiozero Massimo Marino racconta l’ultimo spettacolo).   Ma il festival svizzero rappresenta sempre una preziosa...

Il nuovismo come ideologia, il presentismo come prassi / Il tempo del populismo

Azzardi e vie di fuga   In un recente intervento su La Repubblica Walter Veltroni ha richiamato la categoria del “presentismo” come decisiva nella comprensione dell’attuale rapporto fra politica e populismo. Veltroni rilancia così una categoria chiave di approfondite analisi politologiche come quelle di Diamanti e Lazar nel libro Popolocrazia (Laterza, 2018). Tuttavia, tanto nella presa di posizione politica quanto nell’analisi politologica, c’è un limite che va colto e approfondito perché rischia di generare confusione: si dice infatti che il populismo è presentista pur sapendo che esso è contro il presente. La cosa è evidente, tanto più nel momento di emersione del populismo, quando esso si oppone al “vecchio” come ciò che domina l’esistente. Ed è trasversale, dato che questo spirito è ciò che ha alimentato tanto i successi di Trump, della Lega, dell’UKIP o del Front National, quanto quelli del Movimento 5 Stelle o del renzismo fra rottamazione e Partito della Nazione, e ancora quelli di Podemos, Syriza o di Lopez Obrador in Messico. Non è dunque il presentismo il tempo fondamentale della politica odierna benché, come vedremo, ne sia un ingrediente decisivo.   La...

Un’odissea. Un padre, un figlio e un’epopea / Itaca è un linguaggio

«Non è altro che questo, epigrafe funeraria, un nome». Così Luigi Pirandello in Uno nessuno e centomila tenta di descrivere la portata del linguaggio e il portato dei nomi. È un concetto inveterato: in ebraico “dabar” rimanda sia a “parola” che a “evento”. E se «Dio crea il mondo parlando», attraverso il “Fiat genesiaco” che rivela «la centralità della parola rispetto alla cosa», «i Greci partono dal mondo, che è lì, preesistente agli stessi dei!», come scrive il medico scrittore Paolo Fiore in Solo sabbia tranne il nome (Manni, 2017), romanzo-saggio dal sottotitolo “Apax legomena”, ricollegandosi dunque a quei termini che compaiono una sola e unica volta in un testo. Come accade proprio in Omero.  Tra parola e agnizione linguistica si muove la personale Odissea di Daniel Mendelsohn, docente di Letteratura al Bard College e autore di un libro in cui il celebre poema omerico assurge a viaggio per antonomasia e “apax” nel senso di unico e solo peregrinaggio di un padre ed un figlio attorno ai luoghi simbolo della saga. Lo scrittore americano ricorda che la parola greca usata per “tomba” è “sēma”, e nell’Odissea la pronuncia Elpenore nel chiedere a Odisseo di costruirne una. Ma...

Fame chef e umiltà / Ricette immateriali. Polenta di castagne

“Rossa” come la farina di cui è fatta, era polenta comune lungo e attraverso l’Appennino Tosco-Emiliano. Per un tempo lunghissimo, una presenza quasi obbligatoria su terre dove il grano è sempre stato carente. Ma più che una ricetta è stato innanzi tutto cibo essenziale, condiviso per generazioni e intere popolazioni, succedaneo del pane vero. Solo acqua, farina di castagne e sale, nient’altro. È stato del resto proprio il castagno “l’albero del pane”, l’antidoto della fame e della carestia, almeno dove il Mediterraneo mostrava un clima più rigido, il suolo avaro e già impervio. Polenta rossa anche per differenziarla da quella “gialla”, a base di farina di mais, altro succedano del pane, consumata al posto di quest’ultimo, e come tale accompagnata in piatti semplici con l’accostamento di pancetta, latte, ricotta, formaggi.   Una ricetta che non è importante certo per la gastronomia o la storia della cucina; siamo infatti nell’orizzonte alimentare fatto di sussistenza e sopravvivenza per un piatto che pur ha nella dolcezza una delle sue caratteristiche essenziali. Ma quello che questo piatto può raccontarci va oltre la tradizione di un luogo o di una comunità, va oltre la...

Il “bravo” ragazzo e i 49 milioni / Che cos'è la Lega di Salvini?

«A livello internazionale la priorità è sgretolare questo euro e rifondare questa Europa. Sì, quindi, alle alleanze anche con gli unici che non sono europirla: i francesi della Le Pen, gli olandesi di Wilders, gli austriaci di Mölzer, i finlandesi… insomma, con quelli dell'Europa delle patrie». (Matteo Salvini, citato da Guido Caldiron, Dal verde al nero. La Lega di Salvini sceglie Marine Le Pen, in Europa, 12 dicembre 2013). Per capire cosa sia la Lega e il perché del suo successo, oggi, bisogna partire dal suo maggiore esponente, Matteo Salvini. Il quale non ha il carisma di chi l’ha preceduto, Umberto Bossi, ma in compenso può contare su una maggiore autorità. Come commentano Gianluca Passarelli e Dario Tuorto in La Lega di Salvini. Estrema destra di governo (il Mulino 2019, pp. 167, euro 15), Salvini non ha qualità specifiche né un prestigio definito bensì una conoscenza del partito, dentro il quale è cresciuto e con il quale è identificato, dai sostenitori così come dai detrattori, in maniera pressoché viscerale, a tratti quasi “carnale”. La carne, la sua carne visibile, tangibile, quasi manipolabile, è peraltro tutto nel suo caso, essendo stata letteralmente incorporata...

Sul palco di uno stabile in crisi / Deflorian-Tagliarini: “Quasi niente” a Roma

“Ma quanto sarebbe più facile se questo fosse quel teatro con una trama, / una di quelle trame che sostengono la vicenda, / quelle trame dentro cui ti puoi immedesimare” dice a metà di Quasi niente LQ, la quarantenne, guardando il pubblico dritto negli occhi. Nell’ultimo lavoro di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini – con cinque strepitosi attori, in scena a Roma all’Argentina per Romaeuropa Festival fino a domenica 14 ottobre – poco prima C, il cinquantenne, aveva raccontato del palazzo dei suoi, supercontrollato contro ladri e aggressori, un vero moderno fortilizio di sicurezza, dove una sera si sente un rumore ripetuto da una casa. “Qualcuno ha chiamato la polizia, che ha sfondato la porta dell'appartamento / da cui provenivano i colpi. / Hanno trovato una donna che da ore sbatteva la testa contro il muro”. Solitudine. Un tarlo interiore che corrode. Una sensazione di non trovarsi mai al proprio posto, un posto che non c’è. Paura degli sguardi degli altri, paradossale perché qui siamo in teatro. LQ, all’inizio, provenendo da uno spazio posteriore del palcoscenico, interiore, chiede agli spettatori di girarsi dall’altra parte. Di non guardare (o forse di guardarsi dentro)....

Racconti / Jeffrey Eugenides. Una cosa sull'amore

Vale la pena dirlo subito: Una cosa sull’amore, la prima raccolta di racconti di Jeffrey Eugenides (uscita in America nel 2017 e in Italia lo scorso agosto), non è un libro sull’amore. La formula proviene da una delle dieci storie che lo compongono (già pubblicata cinque anni fa nel “New Yorker”), Trova il cattivo, ‘Find the Bad Guy’: «Hanno scoperto una cosa sull’amore. Una cosa scientifica. Hanno fatto degli studi per capire che cosa tiene unite le coppie. Sapete che cos’è? Non è l’andare d’accordo. Non sono i soldi, i figli, o una visione condivisa della vita. È avere cura uno dell’altro.» (p. 160). È un passo importante, ma forse non così tanto da giustificare il titolo dell’edizione italiana; quello originale, ‘Fresh Complaint’ (Denuncia tempestiva, che è anche il titolo dell’ultimo racconto del libro) è più preciso e insieme più ambiguo, richiede e anzi provoca l’interpretazione, come vedremo. È possibile che Una cosa sull’amore, espressione più minimalista e ‘carveriana’ (penso a What We Talk About When We Talk About Love), sia parsa più adatta per una raccolta di short stories.      Ma se non d’amore, di cosa parla davvero il libro? Parla di generazioni;...

9 ottobre 1978 - 9 ottobre 2018 / Jacques Brel: il talento del sognatore

Jacques Brel amava ripetere che l’essere umano necessita di un solo talento: avere dei sogni. Il resto, diceva, non è che sudore e disciplina. Con il candore dei visionari, esortava tutti a “sognare un sogno impossibile”, rêver un impossibile rêve, dando voce e corpo alla dismisura dell’animo umano (succedeva nella commedia musicale L’homme de la Mancha, portata in scena nel 1968, dove Brel interpretava Don Chisciotte). Quanto più impossibile quel sogno, sosteneva, tanto più la nostra vita sarà stata degna d’essere vissuta.   Il destino di Jacques Brel, senza quel suo sogno smisurato (in principio, conquistare Parigi con le sue canzoni; più avanti, dedicarsi al cinema, al teatro, diventare pilota d’aereo, solcare i mari del sud), sarebbe stato con ogni probabilità quello di fare di conto nel cartonificio del padre. La grisaille. La grigia e rispettabile vita del borghese (“Les bourgeois”, non dimentichiamo, “c’est comme les cochons: plus ça devient vieux, plus ça devient bête”; i borghesi sono come i maiali: più invecchiano e più istupidiscono). Proprio come Georges Brassens e Leo Ferré, anche Brel arrivava dalla provincia. Brassens sbarcò a Parigi da Sète, nel sud del paese...

Eraldo Affinati, Maurizio Maggiani / Tutti i nomi del mondo e L’amore

Tra i protagonisti della letteratura italiana di questi anni, Eraldo Affinati è senza dubbio una delle figure verso le quali provo la più sincera e convinta ammirazione. I suoi interventi giornalistici mi sembrano quasi sempre condivisibili alla lettera. Al suo nome e a quello di Anna Luce Lenzi è legata una iniziativa quanto mai meritoria, esemplare anche sul piano politico, cioè la scuola di italiano per migranti Penny Wirton. Quanto alla sua attività di narratore, mi sembra contraddistinta da un’idea ‘etica’ di letteratura, che è certamente uno dei fattori che qualificano una civiltà letteraria. Per rimanere all’ultima – penultima, anzi – sua prova, L’uomo del futuro. Sulle strade di don Lorenzo Milani (2016) è stato uno degli eventi principali nel cinquantenario della pubblicazione di Lettere a una professoressa. Così ho preso in mano questo nuovo libro, Tutti i nomi del mondo, Mondadori (pp. 282, € 19), con una forte prevenzione positiva. Titolo, bello.     Bella e promettente l’idea di convocare, nella forma di un ideale registro di classe, i nomi delle persone che hanno contato nella vita dell’autore: tanto più che si tratta davvero di un campionario dell’...

Strano, inquietante vivere / Mark Fisher postumo: uno sguardo senza futuro

Mark Fisher si è suicidato il 17 gennaio 2017: la sua scelta di non vivere pertiene ovviamente alla sua sfera intima e privata, ma negli scritti onesti e sinceri, febbrili e lucidissimi di questo critico culturale britannico torna spesso il tema della sua sindrome maniaco-depressiva, e il suo lucido e implacabile pessimismo sul nostro tempo era privo di prospettiva e speranza anche in due suoi lavori ora disponibili in traduzione italiana: Realismo capitalista (Non c’è nessuna alternativa? Il sottotitolo originale) uscì nel 2009 ed è stato tradotto per le edizioni Nero da Valerio Mattioli, che firma anche la prefazione; The Weird and the eerie: lo strano e l’inquietante nel mondo contemporaneo, è di fatto l’ultima pubblicazione di Fisher in vita, ed è appena uscito da minimum fax con la postfazione di Gianluca Didino e l’ottima traduzione di Vincenzo Perna, protagonista dei cultural studies italiani, che regala molte note del traduttore che permettono una completa contestualizzazione del testo di Fisher.   Prefatori e postfatori italiani testimoniano in modo non rituale quanto il brillante docente del Department of Visual Cultures alla Goldsmiths University di Londra fosse...

Un verso, la poesia su doppiozero / Torquato Tasso. O belle a gli occhi miei tende latine!

Ci sono alcuni versi, in tutte le lingue, che sembrano vivere di luce propria. E sembrano compendiare nel loro breve respiro la vita del prisma cui appartengono: frammenti che raccolgono e custodiscono nel loro scrigno, integro, il suonosenso della poesia dalla quale provengono. Con un solo verso un poeta può mostrare il doppio nodo che lo lega al proprio tempo e al tempo che non c’è, all’accadere e all’impossibile. In un verso, in un solo verso, un poeta può rivelare il suo sguardo, in grado di rivolgersi all’enigma che è il proprio cielo interiore e al movimento delle costellazioni, alla lingua del sentire e del patire di cui diceva Leopardi e all’alfabeto degli astri di cui diceva Mallarmé. Un verso, un solo verso, può essere il cristallo in cui si specchiano gli altri versi che compongono un testo. Per questo da un verso, da un solo verso, possiamo muovere all’ascolto dell’intera poesia.   Torquato Tasso. O belle a gli occhi miei tende latine! Il verso appartiene al VI canto della Gerusalemme liberata, ed è l’esclamazione di Erminia giunta in vista dell’accampamento cristiano, dove sorge la tenda di Tancredi ferito. Il verso sopravviene a una descrizione della notte, le...

Perché i social ci rendono cattivi? / Populismo

Le società occidentali hanno creato e progressivamente perfezionato a partire dal Settecento il modello della democrazia rappresentativa. Un modello che si basa sull’elezione da parte della popolazione di poche persone in grado di portarne avanti gli interessi e nel contempo di governare al meglio la società. Questo perlomeno è quello che questo modello promette sul piano ideale. Sino agli anni Ottanta del Novecento esso è riuscito a conseguire un buon livello di efficacia, ma da alcuni decenni è entrato in una fase di crisi in tutto il mondo occidentale. Una crisi che appare ora evidente anche in Italia e che viene solitamente denominata “populismo”, vale a dire un fenomeno che nasce dalla volontà della popolazione di non essere governata da qualcuno, di rifiutare qualsiasi forma di mediazione e di gestire autonomamente il suo destino. Il che, evidentemente, è giusto e auspicabile sul piano dello sviluppo dei principi della democrazia, ma rende difficoltoso il funzionamento della stessa democrazia. All’interno della cultura democratica si genera cioè una situazione paradossale. Si tratta di quel fenomeno che è stato rilevato di recente anche dallo studioso di Harvard Yascha Mounk...

Hangar Bicocca / The last days in Galliate: Leonor Antunes

Sulla soglia dello Shed, la sezione dell’Hangar Bicocca che precede l’area delle navate, una serie di placche di ottone verniciato delimita l’ingresso dell’installazione site specific di Leonor Antunes. L’opera, ispirata da un rilievo di Mary Martin, si intitola alterated climbing form (I, II, III, 2017, IV, 2018) e come una cortina, invita lo sguardo dello spettatore a filtrare fino al campo di azione dell’intervento installativo. Antunes, pluripremiata scultrice portoghese, scompagina la vocazione industriale dello Shed e trasforma l’organismo architettonico in uno spazio familiare, raccolto, di ariosa eleganza, sfruttando la luce solare proveniente dai lucernari solitamente chiusi e organizzando una partitura di oggetti-opere autosufficiente, germinativa, sottilmente ammaliante.   Leonor Antunes, the last days in Galliate, veduta della mostra, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2018. Courtesy dell’artista e Pirelli HangarBicocca. Foto: Nick Ash.   La familiarità delle sculture che modulano l’ambiente non è solo frutto di un’impressione passeggera: The last days in Galliate, l’opera site specific realizzata dall’artista per il polo Pirelli, si sviluppa a partire da...

Adolfo Bioy Casares / Dormire al sole

Nel vasto campo della letteratura fantastica ci sono storie in cui il fantastico si dà per uno sdrucciolamento del terreno, un leggero inciampo che apre non più che una feritoia nel reale.  Non dissimile può essere, in un personaggio, il confine lieve tra pazzia e sanità mentale, talmente sottile in certi casi da rendere difficile riconoscere in un discorso per lo più logico il germe della follia incastonato in piccoli tremori del racconto, in istantanei cortocircuiti che come un’invisibile scivolata portano su un sentiero inaspettato eppure a prima vista coerente all’incedere.   Lucho Bordenave è il protagonista di Dormire al sole, romanzo del 1972 di Adolfo Bioy Casares, pubblicato a luglio da Sur. È un protagonista che contiene in sé la capacità e il piacere semplice di raccontare una storia e allo stesso tempo la possibilità dello slittamento. Il mondo di Lucho è il mondo quasi tipizzato di un quartiere di Buenos Aires, un passaje – che viene chiamato così anche nella traduzione italiana –, microcosmo chiuso al mondo esterno, in cui tutti si conoscono e si incontrano quotidianamente, in cui tutti sanno tutto di tutti e in cui sembra che il tempo storico non entri più...

Fratello e sorella / André e Simone Weil: l’arte della matematica

«Il genio era bicefalo – scrive Sylvie Weil, figlia di André e nipote di Simone, in un suo intenso libro di memorie, sospeso tra rievocazione famigliare e percorso di ricerca interiore (Chez les Weil. André et Simone, Buchet/Chastel, Paris 2009; trad. it. Casa Weil. André e Simone, Lantana, Roma 2013)  –. Mio padre aveva un doppio, un doppio femminile, un doppio fantasma. Sì, perché mia zia, oltre a essere una santa, era un doppio di mio padre, cui assomigliava come una gemella. Doppio onnipresente, come può esserlo solo un fantasma che non ha più altro da fare. Che non è più militante, non insegna più, non parte più per fare la guerra in Spagna, non ha più stupefacenti incontri con Cristo, e ciò nonostante continua, senza tregua, a fare tutto questo, ancora meglio dei vivi. Un doppio per me terrificante, perché le assomigliavo tanto. Assomigliavo al doppio di mio padre».    Una fotografia li ritrae insieme, André e Simone, nel 1922, durante le vacanze estive a Knokke-Le Zoute. Entrambi sono seduti dietro un tavolo – quasi un banco di scuola – e strizzano gli occhi, forse a causa del sole, forse perché entrambi sono fortemente miopi. André, che all’epoca ha sedici...