Craxismo

Bettino Craxi è alto, prestante e relativamente giovane. Lo è al momento dell’elezione a segretario del Partito Socialista Italiano nel 1976 e lo è nel 1992 quando viene travolto dallo scandalo per la corruzione del sistema politico nazionale. Lo è indefettibilmente al pari del suo gruppo dirigente e, secondo astrazione, anche del suo elettorato. I suoi alleati e competitori democristiani sono invece vecchi per antonomasia, brutti e al limite del rachitismo, “basta guardarli” ebbe a dire una volta il leader radicale Marco Pannella. In realtà Craxi aveva già alle spalle una ventennale esperienza di partito a Milano – il cuore del nuovo miracolo – e da sei anni ricopriva la carica di vicesegretario; un tempo sufficiente per tessere legami e accumulare bile mordendo il freno. Il padre Vittorio, anch’egli socialista, attribuiva la propria trombatura nel Quarantotto alle manovre del Partito Comunista Italiano, cosa che potrebbe non essere secondaria nella collocazione politica del figlio in un paese nel quale il sangue e l’ala familiare, con i relativi gonfaloni e rancori, anima spesso per li rami l’idea e il pugnale.

 

 

L’età bloccata in gioventù politica indefettibile si rispecchia nell’indefettibile sorriso inchiodato largo alle guance. Un sorriso di ferro ben diverso da quello tra il piazzista e il barzellettiere che ha reso celebre Silvio Berlusconi o quello a salvadanaio di sacrestia di Giulio Andreotti, un sorriso pronto a sguainarsi come del capobranco quando mostra i denti superiori alla preda atterrata e ormai disponibile, e non c’è dubbio che il partito foggiato da Craxi sarà una muta di caccia. E’ un sorriso fisso che non trasmette né finge simpatia umana, s’allarga appena quando dall’alto del carro saluta la moltitudine festante approvazione sventolando il garofano. Prendere decisioni con il sorriso sulle labbra. La piallatura del dibattito e del dissenso interni che pian piano trasformano il Partito Socialista in Partito Craxista senza più riferimenti all’antico lignaggio; la molto pubblicizzata disobbedienza agli americani sulla questione Sigonella; la battaglia per un presidenzialismo da sé stesso solamente incarnabile. Una serie di proposizioni lanciate nella mischia a labbra sigillate, “più stile di comportamento che un’effettiva capacità di governo” (Mack Smith).

 

L’insopportabile rimbombo della coppia d’aggettivi, di frequente sostantivati, nuovo e vecchio, che assorda gli spettatori della politica anni Novanta, e di cui Craxi è vittima, l’aveva visto un decennio prima nella parte esattamente opposta del rinnovatore. Barisione individua e spiega varie tipologie di comandante politico: a Craxi meglio s’attaglia, secondo un’anticipazione di almeno un decennio, ancor prima che quella del leader forte quella di leader postidentitario, il cui valore guida risulta “il pragmatismo, o la professione di pragmatismo”. Egli comincia ad erodere le differenze tra destra e sinistra, mantenendo al partito una dicitura non più corrispondente alla politica effettiva ed anzi facendo dell’attacco al P.C.I. uno dei pilastri alla sua strategia opponendovisi su tutti i fronti a partire all’inizio da quello ideologico con il saggio pubblicato sull’Espresso nel 1978. “Craxi esclude l’alternativa in tempi brevi” è il titolo di un giornale che ricordo a memoria personale e che potrebbe essere datato indifferentemente sul cominciare o sul terminare della sua carriera politica. Il sorriso craxiano raggela dall’alto “le vecchie ideologie e le presumibilmente sepolte contrapposizioni di classe.” Ecco che appare il nuovo, il discontinuo, la retorica “del ponte verso il futuro, della fiducia nell’avvenire, della modernizzazione del paese” a fronte dell’archeologia marxista leninista o dell’immobilità democristiana.

 

Il paese reale si mostra in movimento e il leader deve enfatizzare che i suoi competitori restano immobili nelle bare di partiti superati, laddove lui, l’uomo svincolato da ideologie, correnti, “un po’ ghe pensi mi per indole un po’ problem solver per specializzazione va sostenendo che si deve guardare caso per caso, e fare di volta in volta la cosa migliore senza preconcetti.” Questo risulterà possibile solo al condottiero in maniche di camicia e con un velo di sudore virile capace di erotizzare il pubblico e di dominare un gruppo agile, sottomesso eppure aggressivo verso l’esterno. Chi lo intralcia, come i giudici sul caso dell’ex presidente della regione Liguria Teardo, viene azzannato, chi gli si accosta innalzato. Chi contesta è fuori dal corso della storia, che non è più il fiume carsico della rivoluzione, ma un’inedita corsa della società civile sbrigliata, come si suol dire da lacci e laccioli, e intesa “come luogo dell’affermazione individuale, della scalata sociale senza norme, degli arricchimenti illeciti o – se proprio necessario – leciti, purché consistenti e molteplici” (Crainz). 

 

 Ad accorrere al richiamo della foresta lanciato dal grande Tarzan sono categorie intellettuali, creative, produttive con prepotente voglia di affermazione, forse “una piccola borghesia certamente rinnovata: eclettica e nello stesso tempo monoculturale, nemica dei cosiddetti ideali e magnetizzata dalla società dello spettacolo, polimorfa, sradicata, fluttuante, e soprattutto molto più estesa” (Berardinelli) che trova appunto un modello catalizzatore nel neosegretario del P.S.I. Trascinata dal pifferaio l’onda lunga dalla società si riverbera solo in parte in dati politici (il partito cresce tra il 1976 e il 1987 dal 9,7% al 14,3%), pare costituita soprattutto da giovani e si rende visibile nella sua spuma iridescente quando il corteggio favoloso si muove a caravanserraglio e puti puti in missioni all’estero. Sulla cresta gavazza fluido l’eterno delfino Claudio Martelli, bello, davvero giovane e colto, che dichiara il suo innamoramento palingenetico per il capo quando questi gli disse: “Tu leggi troppo Pavese e troppo poco Gian Burrasca”. E’ sempre il principe a dichiarare che “bisogna essere a tutti i costi presenti sui grandi mezzi di comunicazione” e che “per acquistare spazio occorre provocare e dissacrare” (Bocca).

 

 

La vogue pubblicitaria della politica italiana, giunta a compimento negli anni novanta con Silvio Berlusconi, va riconosciuta dunque pretta invenzione craxiana. I manifesti della campagna elettorale sono occupati dal capoccione sorridente per tutto lo spazio che rimpicciolisce simbolo e slogan in peraltro significativa didascalia – L’ottimismo della volontà. Vota P.S.I. -; il maxischermo replica poi al vivo la presenza scenica tanto che “la ripresa e la trasmissione ingigantita del volto dell’oratore e della stessa piazza segna per il comizio il passaggio dalla supremazia della parola alla dittatura dell’immagine” (Novelli). La piazza si riduce quindi agli interni dei congressi dove s’accampa dominante l’oratore nel quadro di una studiata coreografia di cui fa scuola proprio il P.S.I nel 1981 a Palermo. Vengono sfoderate 250 bandiere tricolori, una gigantografia di Nenni e, secondo l’estetica neobarocca del potere, si mira a sbalordire con l’incombente garofano, illuminato in notturna, piazzato sul Monte Pellegrino. Un immaginario regale e tecnologico che degenera presto in involontaria parodia con il tempio eretto dall’architetto Panseca per il congresso del 1987, quando la rana rampante gonfia al massimo volume di bue le sue ambizioni, mentre parallelamente il debito pubblico tra il 1980 e il 1985 saliva dal 60% al 100% del PIL e la corruzione assumeva proporzioni sempre più smaccate per merito anche del sottobosco politico cresciuto all’ombra Supergarofano.

 

Il fisico craxiano si adatta alla progressiva televisizzazione della politica che dalla prima Tribuna elettorale del 1960, ancora assai ingessata, giunge nel 1980 ad introdurre liberi spot elettorali. La parola del leader socialista, così ben connotata, ha dato luogo ad analisi che ne evidenziano l’asciuttezza priva ormai di riferimenti ideologici, la centralità di proposizioni incisive al limite della semplificazione (“la nave va” a sintesi estrema degli interi anni Ottanta), di modi di dire o proverbi (“com’è come non è il tempo ci ha dato ragione”), distanziati dalle celebri pause, assunti a tema di un fare indiscutibile. Tiziano Scarpa si è soffermato in particolare su quei lunghissimi vuoti che interpreta “come un’esibizione di potere concreto” e traslittera in questo modo: “In quanto io ho potere reale… (pausa)… e non in quanto me lo sto conquistando adesso con ciò che vi dico… (pausa)… io mi permetto di essere retoricamente inoperoso, mi permetto di essere lentissimo, … (pausa)… e con questo andamento,… (pausa)… io ottengo un effetto retorico persino più efficace, … (pausa)… un effetto retorico oltre la retorica stessa, … (pausa)… perché voi siete costretti… (pausa lunghissima)… non dalle mie parole brillanti,… (pausa)… non dalla mia presenza di spirito, … (pausa)… bensì dalla vostra soggezione concreta, … (pausa)… cioè proprio dal vostro ruolo di sottoposti al mio potere, … (pausa)… siete costretti a pendere dalle mie labbra.”

 

Di certo però l’impatto più forte si ha nella fusione tra immagine e parola sintetica come negli spot in cui Minoli, già protagonista di schermaglie erotiche con Craxi nel suo programma Mixer (da dove tra l’altro il leader annuncia in diretta, scavalcando i luoghi istituzionali della comunicazione politica, le elezioni anticipate del 1987), gli fa da spalla in efficaci siparietti. Il giornalista di punta è in basso nell’angolo dell’inquadratura mentre l’uomo politico troneggia accosciato su un nastro scorrevole del supermercato; seduti entrambi su una panchina del parco l’uno s’imbatte in una siringa, l’altro promette una gioventù di nuovo sana e robusta. Il magnetismo mediale che aveva attratto gli sguardi, i consensi e i denari per contrappasso è stato fatto bersaglio di caccia, urla e monetine quando la misura colma ha dato luogo alla breve carnevalizzazione detta Mani Pulite. Il politico che ha incarnato giovinezza e novità, scalata al paradiso banale del successo e dell’arricchimento, carisma corporale e televisivo, individualismo prorompente e dissipatorio, arroganza e infallibilità, insomma lo spirito hegeliano dei tempi, ha sofferto più di tutti il ribaltamento di stomaco che tra anni ottanta e novanta ha vomitato la cattiva coscienza italiana, ma ha pure consegnato il testimone, per molti tratti sperimentato, al suo dichiarato erede Silvio Berlusconi.

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