Fantasma d’amore

L’Italia è un paese di vecchi. E non da oggi. Sono anni che il paese invecchia avvitandosi in patetiche abitudini elevate a tradizioni. Già negli anni Ottanta i sintomi di quella che sarebbe diventata una nazione ad alto tasso geriatrico erano evidenti. E allora come è possibile che gli anni Ottanta vengano ricordati nella retorica nazionale come un periodo di ringiovanimento, tentata modernizzazione, e sostanziale mutazione dei vecchi stili di vita? Molto è stato illusione, un gioco di prestigio. Una tossica scorribanda punk nella nebbia, come ha mostrato Federico Fellini ne La città delle donne del 1986. Una seduzione indotta, per certi aspetti, da una classe dirigente di vecchi, o di chi era ormai sul punto di diventarlo. Una generazione che nulla aveva capito del decennio precedente, quello dei Settanta (definito non a caso «grigio» e «di piombo»), si apprestava all’orgia liberatoria che, in particolare in Italia, riguarderà esclusivamente denaro e potere.

 

Marcello Mastroianni, Fantasma d'amore

 

Il cinema italiano, arte popolare per eccellenza, subisce in questo decennio un colpo fatale: nelle mani di pochi autori sempre più isolati da un pubblico sempre più assente, inizia a perdere forza e dinamismo anche a livello industriale. I grandi divi della commedia all’italiana sembrano un po’ stupiti e istupiditi, ingessati e stanchi: sempre nei medesimi ruoli, non si cambiano più nemmeno d’abito tra un film e un altro. La terrazza di Ettore Scola che apre il decennio ne è forse l’esempio più evidente: l’improvvisazione e l’intuizione si sono tramutati in uno schema prevedibile e fin troppo collaudato. Vittorio Gassman, magrissimo e depresso, attraversa la scena come un’ombra. E il film regge ancora oggi grazie ai suoi difetti, restando come un formidabile documento di quel che stavamo per diventare.

 

 

Dino Risi sceglie una strada opposta, fugge dalla città e dal realismo metropolitano. Forse intimamente conscio, pur senza ammetterlo, che Alberto Sordi «ce lo meritiamo», evita una Roma sempre più insopportabilmente debordante in favore della provincia padana, la più appartata e la meno coinvolta nella grande illusione tutta metropolitana. La sua non sarà una scommessa vinta, ma poco importa, perché il disorientamento stilistico e i buchi della sceneggiatura si sovrappongono allo sbandamento di una società in totale confusione, evidenziandolo.

 

Fantasma d’amore è ambientato tra Pavia e Sondrio, una sorta di ghost story che prende spunto dal romanzo di Mino Milani e ha come protagonisti due star assolute, Marcello Mastroianni e Romy Schneider.

 

 

Risi racconta una Pavia le cui strade ricordano una città del secondo dopo guerra, tutto è buio e desolato, non c’è malinconia, ma una noiosa nostalgia. Quasi rinnegando un boom economico che lui stesso ha immortalato, Risi va, al pari del suo protagonista, alla ricerca di un amore fantasma, di un paese dei semplici e buoni sentimenti. Amicizie di vecchia data fatte da battute crasse e facili, svaghi prevedibili e opinioni comuni che non possono che risolversi in un trionfo di stereotipi e imbarazzanti banalità. Ma è proprio la sciatteria stilistica che sovverte l’ordine stanco e prevedibile del film, una schizofrenia che si sta realmente diffondendo nella società, fino a coinvolgere anche il più sobrio notabile di provincia.

 

Sia Mastroianni che la Schneider danno una grande prova di sé. Forse proprio per i dialoghi a tratti imbarazzanti che sono costretti a recitare, riescono a esprimere uno smarrimento sottotraccia. Le espressioni del viso non corrispondono alle parole, in particolare nel caso di  Romy Schneider, ovviamente per un banale motivo tecnico: il doppiaggio. Ancora bellissima e intensa, l’attrice buca lo schermo come nei suoi anni migliori e le sue labbra in un movimento sfalsato dall’audio rivelano una disperata confusione, una magia inconsapevole che dà realtà ai due amanti in un mondo totalmente fasullo.

 

 

L’Italia del 1981 non sta ancora decadendo, ma si stanno esaurendo schemi sociali solidi e impermeabili a cui potersi tranquillamente affidare per leggere la società. Il cambiamento sarà uno scioglimento che coinvolgerà l’industria cinematografica e l’industria tutta in generale. Una forma liquida e mobile priva di ogni schematismo. Risi scatta la fotografia di un panorama di cartone; ma innumerevoli altri saranno i fondali che si imporranno, in politica come nei costumi, riducendo sempre più l’Italia a un misero teatro off.

 

La colonna sonora affidata al grande Riz Ortolani e interpretata addirittura da Benny Goodman sembra evidenziare che il passato è tutto davanti a noi. Gli anni Ottanta sono alle porte, luccicanti ed eccessivi: l’ultimo ballo del secolo, prima di un faticoso risveglio. Ed è già mezzogiorno.

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