L’elezione alla presidenza degli Stati Uniti di Ronald Reagan, rappresentante della destra repubblicana, segnerà la diffusione in tutto il mondo occidentale dell’ideologia ultra liberista i cui guasti sono alla base della crisi economica attuale. Quelli di Reagan, è il caso di dirlo, furono gli otto anni che sconvolsero il mondo.

 

Reagan era stato preceduto dall’inconsistente Carter, e prima ancora da Ford e dal poco raccomandabile Nixon, tuttavia il risveglio quella mattina per l’America liberal e dissidente fu traumatico. Quelli erano ancora gli anni di John Lennon e Yoko Ono, della New Hollywood e di film come Manhattan in cui Woody Allen metteva in scena esplicitamente un rapporto di coppia tra un maturo intellettuale ed una ragazza minorenne (impensabile anche oggi), e infiniti potrebbero essere gli esempi di vivacità culturale, di lotta sociale, di attenzione alle minoranze che in quegli anni scorrevano nelle vene della, seppur conservatrice, società americana.

 

Con Reagan il colpo sarebbe stato letale perché non solo i reazionari restavano saldamente al potere, ma perché la sua politica da ex attore western s’impadroniva dell’immaginario e della forza comunicativa degli Stati Uniti. Il cinema fatto di eroi fragili e dolenti nato con Gregory Peck e in particolar modo con Marlon Brando e proseguito con Al Pacino, Robert De Niro e Jack Nicholson cedeva il passo a quello muscolare e nella retorica sostanzialmente fascista di Arnold Schwarzenegger, Kurt Russell, Sylvester Stallone fino a Bruce Willis e ai più scadenti emuli televisivi.

 

L’America, si diceva, era cambiata senza che New York se ne fosse accorta. Tuttavia ci fu chi riuscì a opporsi giocando sullo stesso campo di Reagan e a proporre un’alternativa che tuttavia i democratici non seppero, o non vollero, cogliere. Il terreno fu ancora una volta il cinema e la sfida fu lanciata da uno degli attori allora più in vista di Hollywood: Warren Beatty.

 

L’attore, da sempre un democratico convinto, della sinistra del partito, al punto da sostenere fortemente la fallimentare, utopica campagna elettorale di McGovern, era tuttavia pienamente, e forse inconsciamente, all’interno di quella che solo anni dopo si sarebbe potuta chiaramente definire retorica reaganiana. Noto per i suoi molti flirt, la leggenda parla di un rapporto sessuale al giorno ogni volta con una donna diversa, mascella prominente, capelli lunghi e gellati, ma corti ai lati, Beatty era più simile ad un eroe anni cinquanta che a un capellone stile Dennis Hopper o Peter Fonda e così i ruoli da lui interpretati erano sempre all’interno del cliché, magari tragico, dell’eroe dannato, ma senza incertezze.

 

Beatty decise di produrre, dirigere e interpretare un film, Reds, sulla vita di John Reed, giornalista, attivista comunista e unico americano sepolto al Cremlino. Al suo fianco volle la sua compagna di allora Diane Keaton e l’amico che più lo aveva spinto a quell’impresa, Jack Nicholson, che interpretò il premio nobel per la letteratura Eugene O’Neal. Raccontare la storia di un comunista americano durante la presidenza Reagan, prima che il disgelo tra le due potenze fosse anche solo pensabile, aveva certamente una componente di follia, ma l’impresa riuscì. Beatty utilizzò gli schemi più efficaci del cinema classico e popolare americano per veicolare un messaggio che di popolare negli Stati Uniti aveva (e ha) ben poco: la lotta di classe, l’emancipazione femminile, la libertà sessuale sopra tutto. Reds è un film epico della durata di più di tre ore, con grandi scene di massa, solo che al posto dei romani di Ben Hur o dei sudisti di Via col vento mostra i bolscevichi in marcia sul Palazzo d’Inverno o le nascenti organizzazioni comuniste e sindacali americane oggi totalmente rimosse.

 

Warren Beatty raccontò l’autore de I dieci giorni che sconvolsero il mondo raggiungendo anche gli americani della provincia più dispersa, il film vinse molti Oscar ed ebbe un grande successo nelle sale. Quasi sicuramente Beatty non avrebbe mai immaginato che la presidenza Reagan avrebbe segnato così duramente la fine del Novecento e l’inizio del nuovo secolo, ma seppe comunque interpretare i tempi parlando al pubblico con una lingua riconoscibile e non per forza scadente o limitata.

 

Quella lezione non sembra essere stata compresa dai democratici né con Clinton che più che altro rappresentò l’ennesima rivendicazione del provinciale fatto da sé, né tanto meno dal corpo elettorale di sinistra che troppo spesso ha mascherato con un falso elitarismo una forma subdola di conservatorismo che prima di tutto tocca l’intimo delle persone. Mettere in discussione l’ordinamento sociale significa prima di tutto mettere in discussione la propria giornata, così dice John Reed, e il moralismo beghino misto all’egocentrismo saputello e stronzo che si annida anche tra i più indignati non sembra andare proprio in quella direzione.

 

Warren Beatty ha raccontato una storia senza l’obbligo della fronte corrucciata dell’impegno, ma raggiungendo milioni di persone. Lo ha fatto con la scanzonata gioia che nulla ha a che fare con il successo (per altro da allora declinante), ma molto con la forza diretta e incontestabile di una bellezza che non si fa superficie, ma che entra nella profondità delle cose. “I’m 28 years old, diceva. I’ll give you five seconds to name me another Hollywood leading man under the age of 35”. Questo non è John Reed, è Warren Beatty, ma è già qualcosa.

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