La morte e Liala. Quando Jesi esplorò la destra

“Non si può dedicare un certo numero di anni allo studio dei miti o dei materiali mitologici senza imbattersi più volte nella cultura di destra e provare la necessità di fare i conti con essa”. Con questa netta enunciazione di intenti Furio Jesi, nell’incipit dell’introduzione del suo saggio Cultura di destra, stabiliva da subito il compito e i confini che si era prefissato, quando decise di affrontare le pulsioni storiche e culturali che stavano alla base del neo fascismo e della nuova borghesia italiana reazionaria. E non era certo un compito facile, in quanto nel clima di acceso scontro ideologico della fine degli anni Settanta (nel 1979 esce la prima edizione del saggio per Garzanti) il termine “cultura di destra” era considerato come un ossimoro e tutti gli studi sul mito, sul sacro e sul leggendario giudicati materia per ottusi nostalgici in odore di fascismo. Maneggiare quella materia non era facile allora e non è facile nemmeno adesso, per noi che, come piccioni sopra un cornicione, assistiamo attoniti al baratro culturale residuo di quella che è da considerarsi come la fase crepuscolare della televisione commerciale.

Accogliamo quindi con piacere la notizia dell’uscita della riedizione da parte di Nottetempo di Cultura di destra, forte della nuova curatela di Andrea Cavalletti che aggiunge al corpo già noto dell’opera tre testi inediti e un’intervista all’autore. Una buona notizia, in quanto Furio Jesi fu uno studioso importante e solo la sua precoce scomparsa in un tragico incidente domestico, pochi mesi dopo l’uscita del saggio, non ci ha permesso di valutare la maturità di un percorso intellettuale ampio e diversificato.

 

 

L’allievo di Kerényi

 

Storico, archeologo, critico letterario e germanista, Furio Jesi comincia i suoi studi giovanissimo, occupandosi delle religioni dell’Egitto e della Grecia antichi, soffermandosi sui culti misterici, per poi diventare allievo di Kàrol Kerényi, rifiutandone in seguito la svolta umanistica. Questi lavori, insieme a quelli sulla letteratura tedesca contemporanea, saranno fondamentali per la stesura di Cultura di destra.

Scritto con lingua agile e talvolta perfino divertita, il saggio comincia prendendo in esame la “mitologia della morte”, evidenziando le differenze fra il fascismo italiano - più laico, cinico, vitalista e di estrazione piccolo borghese - e il nazismo tedesco, caratterizzato da deliri misticheggianti e dalla rozza manipolazione di mitologie neo pagane che, specie per quello che riguarda le gerarchie SS, diventarono vettore di un nichilismo nutrito dal culto del sacrificio. E se il totalitarismo cattolico del ras rumeno Codreanu, che influenzò non poco il pensiero politico di Mircea Eliade, per Jesi diventa significativo solo nei suoi punti di contatto con il falangismo spagnolo, è quando il saggio affronta le problematiche del dopoguerra italiano che il discorso diventa per noi più interessante. Superata senza troppi traumi la venerazione di un passato glorioso tipica della retorica mussoliniana - che in realtà nascondeva una vera e propria avversione per la ricerca storica documentata - i militanti fascisti e neofascisti sembrano dividersi in due opposti schieramenti: da un parte la minoranza formata dai seguaci di Julius Evola e del suo “razzismo spiritualistico”, confusi fra un aristocratico esoterismo e la condivisione più ampia di una Tradizione con la t maiuscola, dall’altra la maggioranza che cerca di inserirsi nel contesto politico nazionale in rapporto dialettico con le istituzione repubblicane, dando vita a quella politica di rappresentatività borghese definita del “doppiopetto” e che vide in Giorgio Almirante il suo principale rappresentante.

 

 

Le Waffen SS

 

Una divisione piuttosto nebulosa, come la sfera ideologica che la sostiene, ma che caratterizzerà la destra italiana per decenni e che per Jesi sarà responsabile del definitivo superamento della retorica risorgimentale dell’amor di patria, virando decisamente nelle sue frange più estreme verso un europeismo anti comunista e anticapitalista, sull’esempio della legione dei volontari Waffen SS, considerata l’embrione del primo esercito europeo continentale. Ma è in un punto meno celebre e discusso di Cultura di destrache Furio Jesi dimostra di essere acuto osservatore dei prossimi cambiamenti in divenire e studioso ancora attuale, quando analizzando la prosa di Liala, scrittrice rosa di grandissimo successo popolare, afferma che: “il linguaggio di Liala non vuole essere capito, per goderlo basta rimanere nel meno faticoso degli stati di torpore della ragione”.

Altroché fascio littorio o passato mitico da rievocare, questa caustica considerazione anticipa quella che sarà la vera politica culturale della destra italiana degli anni Ottanta fino ad oggi: la sublimazione del vuoto.

 

 

Articolo apparso su L’Unità, domenica 22 maggio 2011

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