Abruzzo / Viaggio in Italia

Chi abita al nord, o meglio, è originario del nord Italia, di norma non fa differenze: per capirsi, a Torino si dice che da Cuneo in giù sono tutti terroni. Abitudine ormai talmente radicata che addirittura Flaiano ironizzò sull’argomento in questo articolo del '45 dal titolo Terroni e polentoni: “In questi giorni i quotidiani hanno riportato la notizia di un manifesto che circolerebbe nel Nord, incitante quelle laboriose e integerrime popolazioni contro i ‘terroni’. I terroni sarebbero quegli italiani che vivono al di qua della linea Spezia–Rimini. La notizia ha fatto il suo chiasso. Qualcuno l’ha commentata con amarezza, scagliandosi contro i campanilismi, un giornale ha preso addirittura le cose al tragico. Pacifici lettori hanno visto, nell’immaginazione, chiudersi le porte delle città degli affari, altri hanno meditato in cuor loro le più tremende rivalse. Intanto occorre notare che gli autori del manifesto hanno fatto le cose troppo in fretta. Stabilendo una linea di demarcazione Rimini–Spezia, hanno lasciato insoluto il più grande problema della nostra storia e cioè se Mussolini dev’essere considerato terrone o polentone. Difatti la linea attraversa per l’appunto il paese di Predappio; a meno che questa licenza geografica non denunci un’accorta diplomazia, volta ad accantonare la più delicata delle nostre questioni: ché infatti i terroni dichiarano che il fascismo è un regalo dei polentoni, e questi sostengono esattamene il contrario”.
Invece. Invece: quello che chi è originario del sud ben sa è che non tutto il sud è uguale. Meglio: non tutto il sud è sud. Meglio ancora: un pensiero del genere tende a stuzzicare chi dal sud proviene ma non ci abita più. Noi, come molti italiani, abbiamo per buona parte radici laggiù. Più che in caserma, l’idea che ci siamo formati nei lunghi viaggi notturni in cuccetta da sei – ma più spesso con posti in pelle estraibili che si tramutavano fantasiosamente in letti inclinati e in cui si poteva stare anche in sei, tra parentesi tra parenti ma soprattutto estranei, con un aroma di calzini e collant che abbatteva ogni forma di intimità non appena ci si cavava le scarpe per predisporsi al sonno; dopo aver sporto biglietti e prenotazioni al controllore e in seguito consumato il rito dei panini alla mortadella e dell’acqua comunitaria, in prime time, ore 20 e 30 – è che il sud comincia a un certo punto. E per l’esattezza: dalla Puglia, sulla costa adriatica. Non prima. Prima ci sono solo le generalizzazioni di chi definisce tutti terroni. Prima c’è un concetto ineffabile come quello di centro Italia. Il sud comincia dalla prima provincia della Puglia, cioè Foggia, da cui metà dei Perturbazione provengono, tra hinterland e città. Quando capitiamo a Pescara da Vittorio e Brunella, che ci ospitano spesso nei nostri giorni vuoti, senza concerti, aiutandoci a digerire l’attesa tra una data e l’altra, finisce che gli raccontiamo tutto. Anche quello che non va. I soldi che non ci sono. I lavori che neppure. Il che li lascia spesso ammutoliti a) perché pensano che al nord – anche in questo caso concetto indistinto a cui si piegano pure le menti migliori – non esistano problemi del genere; b) perché ci dicono voi queste cose non ce le dovete raccontare, ché noi ci emozioniamo, ci commuoviamo, siamo meridionali.
Meridionali sì, ma che vuoi capire, si pensava le prime volte, quasi con supponenza. Poi però viene in mente quella storia breve di Andrea Pazienza chiamata Una Estate. Dove la famiglia Pazienza (genitori + due figli) va in vacanza, abbandonando la terra d’origine (la Puglia, il Gargano) per muovere verso San Benedetto del Tronto (fatto che agli occhi di un meridionale pare quanto di più astruso: ma come, uno che abita sul Gargano si dirige verso il nord per andare in vacanza?). Andrea e suo fratello Mik vanno in spiaggia, tornano a casa per pranzo e subito dopo arriva l’agnizione: nel primo pomeriggio – definito “il momento più nero della giornata” – devono andare a dormire. Non per semplice volere della famiglia, genitori o nonni (questi ultimi titolari della casa al mare) che sia. Ma perché pure lì, a San Benedetto del Tronto (provincia di Ascoli Piceno, basse Marche) si usa così.
Epifania.
E noi che pensavamo che la storia della pennica pomeridiana, da associarsi alla nozione di controra, esistesse solo da un certo punto in giù d’Italia. Per spiegarsi meglio: se di Controra parla uno scrittore tipo Antonio Pascale come ha fatto nel racconto omonimo (contenuto nel suo secondo libro, La manutenzione degli affetti) è un discorso; lui è di Caserta, parla di Caserta, l’appendice di Napoli, ci può anche stare, anzi, ci sta. Ma se questo medesimo concetto – ossia il silenzio e il rispetto sacro della quiete propria del primo pomeriggio; anzi, il timore che viene installato nella mente di un bambino, al quale viene detto di non uscire prima delle 17 perché in giro, almeno in provincia di Foggia, guai, ci sono solo gli zannieri: creature non meglio identificate ma evidentemente pericolosissime già solo per la durezza con cui si presenta e pronuncia il loro nome – ma se il medesimo concetto, dicevamo, si palesa più a nord, in quella zolla di province di norma considerate centro dai meridionali “autentici”, allora c’è qualcosa che non va. Cioè: allora è vero che anche loro sono meridionali, anche a Pescara, a San Benedetto del Tronto, Vasto, Ortona, Chieti, conoscono la controra e l’impossibilità di rispondere a quell’immobilità. Anche lì hanno reagito allo stesso modo ogni volta che s’inghiottivano panini alla mortadella nello scompartimento del treno che da su portava a giù, prima di allungare i posti per assopirsi. (E vale qui la pena ricordare come lo stupore che colse Pazienza nella storia autobiografica da lui raccontata sia completamente diverso da quello qui raccontato; anche se l’impulso di reazione alla controra ne rimane la causa scatenante).
“Se mai qualcuno capirà/ sarà senz’altro uno come me” cantava Rino Gaetano nel '74 in Ad esempio a me piace il sud, quando seriamente, da qualche anno, si cominciava a parlare di questione meridionale. Ne deduciamo: che gli abitanti di Pescara e dintorni capiscono e sono senz’altro – anche se ciò non intende marcare un tratto distintivo o un pregio – come noi. Anche loro non capiscono perché non si possa uscire alle due e mezza per giocare a calcio o con una palla di tennis contro una serranda. Anche loro, in Abruzzo, conoscono quel senso di marginalità e di mancanza di cui spesso (troppo spesso, per la verità) sono farciti i discorsi dei meridionali, ma che solo loro possono capire.
Però c’è qualcosa che il meridionale assoluto non può capire. E per meridionale assoluto intendiamo quello che non ha mai aderito allo sradicamento, che non si è mai spostato altrove, armi e bagagli, per vivere. È una cosa un po’ difficile da spiegare, proviamoci. Il meridionale assoluto ha un’idea di meridione scolpita nel tempo: il sole, certo, ma anche il dolore dello scarso lavoro, della povertà incipiente. La delinquenza, certo, ma anche la bontà e/o unicità dei prodotti alimentari locali. Per cui forse sì, da un parte trasferirsi ne varrebbe anche la pena, ma come si fa col costo della vita in altitalia? Da soli, poi? Con uno stipendio, poi? Questa cosa fa un po’ venire in mente quella scena del film L’imbalsamatore dove, appunto. l’imbalsamatore Peppino Profeta cerca di convincere il suo giovane assistente (di cui è innamorato) a non trasferirsi a Cremona: perché lì diventerebbe uno come tanti, uno che si perderebbe nella nebbia e nel gelo. Al sud avrebbe tutto, al nord non sarebbe niente. Volendo è facilmente rintracciabile l’antesignano di quanto detto, se si considera che già nel 1787 il “nordico” Goethe, in visita a Napoli, scriveva: “Il napoletano crede veramente d’essere in possesso del paradiso, e dei paesi settentrionali ha un concetto molto triste: ‘Sempre neve, case di legno, grande ignoranza, ma danari assai’. Questa è l’idea che hanno delle cose nostre”.
Quei milioni di persone che hanno provato quel senso di allontanamento, spesso isolati, lontani dalle famiglie che abbandonavano per non trovare altro che la fatica al nord, e con essa la costanza tutta solitaria di immaginarsi una famiglia, una casa e la crescita dei figli, quelle persone lì, stese negli scompartimenti col panino alla mortadella ancora nell’esofago e le gambe mai completamente tese su sedili estraibili e il sonno mai completamente pieno perché da un minuto all’altro sarebbe arrivato il controllore, molto spesso hanno dovuto provare – loro sole – quel senso di inospitalità che le grandi città del nord sanno offrire. Crescere in una grande metropoli come Torino, tra i ’60 e gli ’80, profumava di visite ai parenti che stavano in un altro quartiere, la domenica pomeriggio. Parenti anche alla lontana, e che abitavano lontano. Che però funzionavano da astuccio temporaneo dei luoghi andati, dove ritrovare il passo della lingua e dei modi. Perché il resto della settimana, la fatica se li portava via. E restituiva in cambio, agli adulti al lavoro, la stanchezza e il gomito a gomito con altri meridionali e settentrionali assortiti. Mentre per le generazioni successive, stipate dentro aule con crocifissi di scuole medie ed elementari dove un genitore su due lavorava alla Fiat – quella Fiat che a Natale tramite il dopolavoro elargiva omaggi ai figli dei dipendenti e che i figli dei non dipendenti invidiavano per tutto l’inverno successivo – in quelle classi si consumava il rito del napuli. Della meridionalità con cui si faticava a convivere. Di questi figli “da basso” che si vergognavano un po’ nel sentire i genitori parlare in dialetto di là, nel tinello. E che speravano segretamente un giorno di riscattarsi da quella parlata; che gli amici e i compagni di classe e neanche i professori se ne accorgessero, fuori da scuola, o durante i colloqui coi genitori. Per vergogna, sì, pura vergogna: perché poi era un attimo sentirsi chiamare napuli.
Quelle stesse famiglie, dopo essere venute su, durante le vacanze tornavano giù, in auto, corriera o treno. E quando tornavano giù c’era sempre qualcuno che diceva: come si mangia qui non si mangia da nessun’altra parte, senti che buone le mozzarelle. E nel frattempo quei figli che ogni tanto qualche compagno di classe chiamava napuli stavano zitti, sperando in silenzio di tornare al più presto al nord: dove qualcuno li avrebbe chiamati sì napuli, ma loro non l’avrebbero mai confessato ai genitori e si sarebbero tenuti il soprannome in tasca, sperando che domani, chissà.
Molte di quelle famiglie che ancora tornano al sud, tendono a idealizzarlo, il sud. Tendono a pensare che lì è sempre tutto meglio. Che appena possono tornano e si ritrasferiscono giù. Che come si mangia lì, da nessun altra parte. Il clima, poi. E i parenti che sono rimasti, in quelle discussioni – pur sapendo che al sud la delinquenza, la disoccupazione e bla bla bla – fanno finta di niente e fanno sì, perché quelle angherie tanto gliele vomitano addosso già tutti i giorni tutti i mezzi di comunicazione. Allora si tengono il complimento, come fosse rivolto a loro e dicono che in fondo in fondo poi non si sta male lì, che si è tutti un po’ più elastici, al sud. E così facendo ci si rinforza l’opinione a vicenda che il sud sia un posto meraviglioso, nonostante quegli angoli di abbrutimento civile e urbanistico. Anzi, proprio per quello: si nota una famiglia di quattro persone su una vespa, la raccolta indifferenziata, quasi nessuno che indossa la cintura di sicurezza, gli abusivi che da Roma in giù salgono sui treni prendendo possesso del commercio ambulante, scalzando così quello ufficiale (la stessa bottiglietta d’acqua a Roma costa due euro, a Napoli uno, tra l’altro) e si pensa: ah, il sud, e ci si fa una risata. Come se quello fosse il bello: del sud. Come se squallore dovesse fare rima con folklore. Ecco, forse una cosa che i figli di chi si è trasferito al nord hanno capito – magari solo pochi, alcuni, una manciata – è che quello squallore, non fa e non deve e non può fare rima con folklore. Questa cosa – cioè il sentimento di camminare per Pescara, Napoli, Foggia, Catania e così via, e del sentirsene perdutamente innamorati, ma avvertendo allo stesso tempo che si nasconde qualcosa dietro quella fascinazione – l’ha spiegata molto meglio Francesco Piccolo nel suo libro di viaggio “svogliato” Allegro occidentale parlando di “pericolosa commistione tra benevolenza e degrado”.

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