Alessandro Tassoni / Filippica prima

Che tutti i letterati italiani del Rinascimento fossero rimasti beatamente indifferenti alle sorti dell’Italia e della sua indipendenza dal dominio delle potenze straniere, è un luogo comune ancora duro a morire. Può tornare utile a smentirlo questa filippica dell’autore della disimpegnata Secchia Rapita, vibrante di passione civile contro l’occupazione spagnola.

 

E fino a che segno sopporteremo noi, o prencipi e cavalieri italiani, di essere non dirò dominati, ma calpestati dall’alterigia e dal fasto de’ popoli stranieri, che, imbarbariti da costumi affricani e moreschi, hanno la cortesia per viltà? Parlo ai prencipi ed ai cavalieri; ché ben so io che la plebe, vile di nascimento e di spirito, ha morto il senso a qualsivoglia pungente stimolo di valore e di onore, né solleva il pensiero più alto, che a pascersi giorno per giorno, senza aver cura se mena la vita a stento, come gli animali senza ragione, nati per faticare. Ma negli animi nobili non credo che sieno ancora svaniti affatto quelli spiriti generosi, che già dominorno il mondo, benché i nostri nemici gli abbiano con gli artifici loro quasi tutti infettati di non meno empi che servili pensieri; empi e servili, dico: imperoché l’accettar promesse di previsioni e croci e titoli vani, per dovere ad arbitrio loro impugnar l’armi contra la propria nazione, non si può scusar d’empietà; né sono cotesti, segni o fregi d’onore; ma vili premi di servitù patteggiata.

 

Tutte l’altre nazioni, quante n’ha il mondo, non hanno cosa più cara della lor patria, scordandosi l’odio e l’inimicizie che regnano fra loro, per unirsi a difenderla contro gl’insulti stranieri; anzi i cani, i lupi, i leoni dell’istessa contrada, del medesimo bosco, della foresta medesima, si congiungono insieme per la difesa comune; e noi soli italiani, diversi da tutti gli altri uomini, da tutti gli altri animali, abbandoniamo il vicino, abbandoniamo l’amico, abbandoniamo la patria, per unirci con gli stranieri nemici nostri! Fatale infelicità d’Italia, che dopo aver perduto l’imperio, abbiamo parimenti perduto il viver politico; e senza riguardo di legge umana o divina, abbiamo in costume di abbandonare i nostri e aderire all’armi straniere per seguitar la fortuna del più potente; sì che se il Turco medesimo passasse (che Dio nol voglia) in Italia armato, in cambio di unirci tutti contra di lui, ci troverebbe in gran parte seguaci suoi. Cosí è cresciuta la viltà e la dappocaggine in noi, che siamo più avidi di soggettarci, che non sono i nemici nostri di riceverne in soggezione; e ci rallegriamo d’essere comandati da coloro, che già solevano gloriarsi d’essere nostri vassalli.

 

Io non favello a quelli infelici popoli o prencipi, i quali col mal governo loro furno già i primi a tirarsi addosso questa ruina; imperoché il lor male già si è convertito in natura; e sono sforzati, quando anco ciò non fosse, di accomodarsi al tempo; ma parlo a’ sani e incontaminati dalla superba tirannide, che tutti biasimano e tutti adorano, chi per timore, chi per ambizione, chi per avarizia, e corrono a truppe nell’esercito regio per venturieri, non s’accorgendo i miseri, che tanto le minacce quanto le promesse, che di là vengono, sono larve notturne che spariscono al tocco.

 

[...]

 

Noi siamo in casa nostra, la giustizia è per noi, e questa provincia ha più armi, più soldati, che alcun’altra del mondo! Se abbiam cacciato i goti, gli eruli, i vandali, gli unni, i longobardi, i saraceni, i greci, i tedeschi e i francesi, perché non cacceremo ancora gli spagnuoli?

 

Meschino e infelice è colui che si reputa tale. Se ci mettiamo in cuore di non voler essere più soggetti a’ popoli stranieri e di volerci eleggere i prencipi del nostro sangue, nati ed allevati con i costumi nostri d’Italia, tutta Europa insieme, non che tutta la Spagna, non ci farà violenza. È vero che vi è quell’antica difficoltà di congiugnere il volere di tanti prencipi in uno; ma io ricorderò l’apologo di Menenio Agrippa, e con questo finisco, cioè: che tutti sono membri d’un medesimo corpo, che è l’Italia; e che se si ritireranno dalla causa comune per rispetti privati, interverrà loro come alle membra del corpo umano quando tutte s’appartarono dal servizio del ventre, per vana pretensione di precedenza.

 

 

Edizione di riferimento: Alessandro Tassoni, Prose politiche e morali, a c. di P. Puliatti, Roma, Laterza 1980

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