Alghero / Paesi e città

Fine corsa. Bar “Il Capolinea”

 

Pellegrini che arrivino camminanti ad Alghero oggi non se ne vede, ma se vi capitasse di dare le spalle al mare e camminare tutta la XX Settembre, lo troverete allora come casetta delle fiabe, a segnare il fine corsa e dar ristoro. Un angolino dove il tempo è ancora alle convergenze parallele, dove l’orario del treno non è mai stato esposto ma qualcosa continua a ticchettare. Probabilmente vive una doppia vita: la signora gentile di giorno; la notte i giovani del posto assiepano gli anfratti foderati – peccaminosi e casalinghi – occulti all’occhio della tv.

Che vita!… Sedere di fuori, al tavolino cumano, smemorarsi di sé sul ciglio della strada. Un lieve venticello, che sa di viale Monza e di mare lontano, ecco, già si leva, contro il logorio della vita moderna.

 

 

Sipario bianco. Bar “La Piazzetta”

 

Dove Alghero finisce e più somiglia alle periferie del dovunque, è lì che espone il retro delle cartoline di vedute: lì mette i nomi. Che piova pure, o venga la calura d’estate: il nomade troverà sempre da accamparsi sotto i teli di polietilene, nel bianco sporco di questo spazietto dove la tirannia della vacanza perde il nerbo. Dentro, è tutto un luccicare di ricercatezze, di finti vimini intrecciati: cappuccini con tanta schiuma. È nel segreto della piazzetta che tutto tende a quietarsi, umori e rumori, in quello strano appaesarsi tra l’algherese e il sardo, tedesco e fransuà. Dopo, al risveglio, tocca raccoglierla tutta la speme e la fortuna che resta – un colpo solo e via, a vuotar le tasche per due palline di winforlife.

 

Lemonade! Lemonade! “Lemon” & “Orange” Bar, passeggiata a mare

 

I miraggi delle plaghe deserte sorgono anche sul lungomare, su passeggiata Garibaldi, negli estivi passeggi al solleone. Quando è stagione risbocciano, questi tondi chioschetti al colore d’arancia o di limone, come i ghiaccioli d’una volta; arrivano con i sudori primaverili, i tentatori, schiudendo le labbra al desiderio di frescura. Non son luoghi per la fedeltà coniugale, ma per le rapide passatelle di giovinezza, leggere toccatine, limonate a basso prezzo.

Eccolo, arriva il diaccio bicchiere che ti spetta: la ragazzetta splendida ti porge la polta gelida da tirar su a lunghi sorsi bramosi. C’è caldo, ronzio: tutto s’appanna sotto i tuoi occhietti appena schiusi, le labbra in fuori vanno a brucare i sugosi bocciòli, sotto le scorzette del bikini. E questo sapore di limonina chiama una pila di piatti da lavare.

 

 

Borderlife sull’orlo del bicchiere. Bar “la Plata”

 

Attento, è una trappola sottile, la stanzetta dove hai messo il piede: una gabbietta ormeggiata al pontile, che scricchiola alle brezze di ponente. E ogni volta pare la città ti saluti: con cenni tremoli sventola tovaglioli di carta all’abbrivio apparente del vagone. 

Credi tu di prendere il largo, mentre sbirci l’acqua nera dei moli, e veleggiare per l’aria limpidissima lasciando che ti porti? L’algherese incanto qui sortisce un’ottusità cristallina, tirata su dal fondo dei bicchieri; qui, tra lucori e stolidi riflessi, l’incantamento spossa e sperde. 

Ronza una moschina vanesia: batte e batte le ali, fragilissime, a cogliere l’inghippo della dura trasparenza.

 

Tirami su in paradiso. Pasticceria “Ciro”

 

Lo sfavillio delle cere e degli ottoni lustri si spande sulle maniglie delle porte a vetri, a preparare l’incanto, e le bellezze ti sorridono dai banchi carichi di paste. Ma i tre tavoli son sempre inospiti e contesi; i posti in piedi, alla mangiatoia, esposti al motteggio dei barman in divisa. Non lo diresti affabile né grato, questo luogo: ricco sì, ricchissimo di lusinghe per la lingua e gli occhi. Luogo dove la parca vita, di sé paga, cede al desiderio senza requie che si rammarica di più non potere. 

Avidamente ingolli bocconi dolcissimi di paradiso, a tirar su le fiacche energie, e nel mentre sorbisci la créme della città, che qui si frolla e sfila nelle delizie del bengodi. 

L’eterna Padrona siede al pulpito del registratore di cassa, tutto osservando, compiaciuta. È lei la regista occulta del baratto: lei che scandisce, con voce inerte, il prezzo dell’antichissima fame dell’oro.

 

 

Odori di mare in bottiglia. Bar “in Centro”

 

Zuppo di sfiati grossi e di umani afrori, questo posto è un limbo opaco, denso, come l’acqua dei moli pur lontani: stesse sono le fioriere di cemento, gli sbarramenti fuori, stesse le difese. E come il liquido nero del porto, qui l’acquavite accoglie ogni cosa che si attarda al margine del vivere: gli alcolici effluvi sono meduse ardenti, sospese a mezz’aria sopra il sapore delle bibite al banco. 

Uno silente, l’altro baldanzoso, i due baristi si danno il cambio notte e giorno a sorvegliare gli avventori silenziosi: gli habitué immersi come pesci ciechi in acque dure, ammutoliti al ronzio dei televisori che cantano catastrofi improbabili o lontane. Troppo lontane sempre, per turbare chi ne ha sentite ormai di tutti gli odori.

 

 

Da sorbire con moderazione. “Agorà” Caffè

 

Per i viottoli della città vecchia, i senza paese vagano in cerca dell’altro lato d’una cattedrale ancipite, traviati dallo stridore degli stili. Succede anche qui, ai bordi del quartiere popolare, dove due ingressi opposti, segretamente complici, dànno accesso ai medesimi fasti. Pareti tirate a stucco, dentro, neri parterre ti aspettano: ripiani lindi a specchio fan mostra di accoglierti, viandante, con sorrisi equivoci di riconoscenza. E dappertutto un’aria di vanità metropolitana, di locale à la page. Dappertutto è il sogno di un’Alghero da bere che sorge agli orli inzuccherati del Santagostino: si è scrollata di dosso le proprie origini dubbie e sputa il nocciolo oscuro con garbata educazione. 

Ah via, via sotto gli ombrelloni del recinto: unica oasi qui di vivo silenzio – deserta agorà dove è concesso starsene in pace con i fantasmi del vecchio, del bianco.

 

L’eterno “Judge”

 

Se tu t’infili per le strettoie del bancone, se trovi posto sotto la volta sassosa, alle remote panchette di legno o per le sediòle abbarbicate ai muri, allora lo schermo dispensatore d’immagini potrà sottrarti allo spettacolo sottile. Attento, è inaudibile quasi: dall’alto del bancone, il giudicante barista squadra il tempo immobile di sua giurisdizione, emette verdetti brevi, in algherese stretto. A te tocca tacere: non dovrai chiedere il solito, ché l’eterna bibita ti è associata ab origine, con impronta a fuoco. Dal primo passo compiuto sei predestinato a quell’ordine, hai posto a sedere tra gli avventori eterni, come sassi scolpiti da un dio immemore per un rito negletto di riconoscimenti e riconoscenze. Violoncellisti, pescatori di orate, portatori di barche da riccio, li vedi scorrere e fissarsi silenziosi, lentissimamente, sulle pareti sgocciolanti del vivere. Tu afono, tu pure fatto testimone di questa galleria o grotta muta, che si confida una volta per sempre.

 

 

Fotografie di Vinicio Bonometto.

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30 Novembre 2011