Carrara / Paesi e città

Ci s’arriva arrancando, in prima e fermandosi ogni cento metri, per non fondere. Una qualsiasi delle quattro valli: Boccanalia, Torano, Fantiscritti e Colonnata. Dall’alto di questa carie mastodontica la vista giù di sotto vale la pena: la guglia del duomo dugentesco, al centro dell’intrico contorto dei tetti medioevali spunta appena, grigia e con quattro pinnacoli agli angoli. E poi attorno e più giù la frittata rosso mattone sempre più fitta verso la pianura larga, verso il porto in fondo, a sud, col nero del molo foraneo che zigzaga uno specchio abbacinante di luce dove l’orizzonte è marcato solo dallo spuntare lontanissimo del Tino, un po’ sulla destra, a ovest, dietro Punta Corvo.

 

Cattedrale 1: il centro storico visto dall’alto di una valle con la guglia del duomo del Duecento e il fiume Carriona.

 

Questo vide trecent’anni dopo quella guglia e lo vide tutti i giorni, dopo aver scarpinato con gli stivali che non smetteva mai, neanche a letto, colui a cui dobbiamo la prima scultura di vuoto. Ripeto: di vuoto. E questo vedo ancora io cinquecento in più ancora. Ancora si respira, respiro ancora largo, e ancora il mento in su a guardare dove si staglia la volata lenta del falco nero ali ferme. A volte hai la fortuna di intravedere le remiganti che vibrano. Il silenzio lassù è impagabile. Il silenzio domenicale del tutti a casa. È blu di cielo, è grigio di cielo o di monte ancora intonso, è bianco di squarcio a geometria euclidea scomposta, è polvere gialla sul verde spento delle foglie delle eroiche buddleie davidii, resistono, o violetto spento dei suoi pampini odorosi.

È natura, è cultura? Non saprei.

 

Cattedrale 2: Parziale sulla Cava dell’Amministrazione (valle di Torano).

 

Cava Michelangelo - ho fatto in tempo a vederla in funzione quarant’anni fa quando ancora girava sul letto di sabbia e acqua, a tagliare, il filo elicoidale - sepolta sotto un ravaneto di mille metri: la sua inquietudine, la sua di M e la sua della Cava, è rimasta memoria: la frenesia da taglio continua in alto, a rettangoli scanditi, si muovono a scatti nervosi, spuntano scalette d’acciaio sul nulla o braghe contorte o cespi di fili conficcati sul liscio di una parete alta oltre cinquecento metri: la vera nuova cattedrale mondiale, altro che S. Pietro. Qui però niente baciapile, la gente dura e rozza, come una volta, come sempre. Cararin, ladri e asasin, come Gaetano Bresci, nato a Prato con la Nazione Italia, ma vissuto qui, a Torano, salvo una parentesi fra i pistoleri della Colt, in Arizona, a fare esercizio: non c’è da scherzare. Non c’è da scherzare: sei a mangiare il tuo panino e scampi la varata improvvisa dove cinque minuti prima eri a lavorare, qualcuno rimane sotto oppure si immobilizza con gli stivali nelle sabbie mobili della palta d’acqua e polvere di marmo segato. Non scherzo: io, un sabato sera; ho dovuto aspettare il lunedì mattina che mi tirassero fuori, bianco come un cadavere, quasi cadavere.

 

Generale pianura: Vista dall’alto verso mare.

 

“Qui la vita è sempre la stessa; cambia la montagna: quel che si cavava quarant’anni fa in un anno ora lo si fa in un mese”: Arimante Buffoni, nome e cognome tutto un programma: s’è beccato un sasso sulla zucca, non è rincitrullito, 54 anni di lavoro, chiamato qui ancora da Barattini, il padrone dell’Amministrazione, la cava più grande di tutta la montagna, baffi e cuticagna bianchi, ancora qui anche lui, anche lui settant’anni suonati e su a Ravaccione, con la Panda quattro per quattro, e giù all’Avenza, nel Laboratorio, a sfruttare il denaro del mercato americano dell’“arte”con una pletora di schiavi del compressore-scalpello. Non scherzo: schiavi. Ora me ne scendo giù anch’io, ho fame. E sete. Col riflesso dello statuario o ordinario c’hai gli occhi che ti fan male, stenti a entrare nel disastro del soldo del privato del casino generale dell’Italia di centocinquant’anni dopo, dell’anarchia del Politeama delle mille segherie e blocchi delle non regole dell’anarchia bakuniniana trasformata nel monopolio politico tangentizio che cosparge perfino i cessi di cartelloni pubblicitari insegne motorette motorone Suv Pikup Jeep.

 

Braghe su parete: Cavi d’acciaio conficcati sulle pareti.

 

Non scherzo: all’Avenza o a Marina trovi tutto di tutto: un migliaio di tipi di dischi d’abrasivi o di martelloni per punciotti di trans altissimi con la voce gutturale, l’outlet di costumi da bagno o se preferisci di biancheria intima o ruote dentate o libri da messa o padri Pio di tutte le dimensioni o di tutti i tipi di macchine movimento terra Caterpillar Fiat voluntas tua Hyundai Volvo Komatsu o massaggio tailandese funi per navi-container container braghe d’acciaio di canapa di corda di nailon di seta di sexi shop locali per jazz caldo freddo tiepido sale porno pornostar sale giochi internet points laboratori funerari mille statue di formazione paoline borghesi nanetti di Walt Disney lavandini vasche cessi in massello azul du brazil ordinario travertino calacata rosso di levanto verde alpi onix iraniano cipollino nuvolato bardiglio cremo rosa portogallo portoro ecc. Giuro, di tutto: vuoi passare una notte con un cardinale? Qui è possibile: Carrara , Italia.

 

Cuscini su parete: Strumenti per il distacco dei blocchi.

 

Beh, siamo seri, cerchiamo d’esser seri per un attimo, parliamo di rivoluzione antropologica: avviata qui. Che dico avviata, conclusa ormai, qui, ma anche altrove: in mezzo a questo grandissimo casino il piccirillo ha perso la mano di suo nonno: quello aveva fatt’in tempo a sentirlo ma non a dirglielo il profumo d’aghi quand’Eolo Scirocco fuor discioglie nella Pineta dove cavalcava nudo il Vate delle tamerici, la stessa ma proprio la stessa in cui cent’anni prima trovarono la buccia lasciata lì gonfia di gas bruna di cotanta disfazione dall’altro poeta inglese stavolta e dal suo amico e dal suo Ariele scuffiato giù in quel mare di fronte all’Alpe, alla montagna lassù, dove remiga il nero angelo della Morte.

Lasciata a me, solo a me: la piedra es una frente donde los sueños gimen

La piedra es una espalda para llevar al tiempo

Duerme, vuela, reposa: tambien se muere el mar.

 

Fotografie di Federico De Leonardis.

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