Cirigliano / Paesi e città

Le erbe selvatiche raccolgono il vento, iniziando il passante alla legge schiva del luogo.

La mattina lungo i vicoli non si sente una voce né un suono che non sia quello del vento tra la legna accatastata. Appena arrivati si vanno a salutare le comari, si sosta un poco da ognuna, si accettano un dolce fatto in casa per l’occasione, qualche uovo fresco. Si parla della salute, dei figli emigrati a Torino o a Carpi e si passa avanti.

 

Quando muore qualcuno, le anziane lo vanno a salutare con grembiuli neri e antichi gioielli d’oro. In fila l’una dietro l’altra, toccano la bara con un gesto breve delle dita, come in un’acquasantiera.

Il tempo si deve ai frutti della campagna, alla cura degli animali, alla recita dei rosari. A pranzo si cucinano i frutti dei propri campi, sul fuoco del camino, col tempo che ci vuole. Poi, si resta  a chiacchierare di come si è preparato quel piatto, della stagione, dei morti, e di nuovo dei parenti lontani. Le ore passano anche senza fare niente.

 

 

Come molti paesi, Cirigliano è un luogo che stenta a ripartire. Non si può nemmeno dire che sia colpa del sindaco. Fino a tre anni fa ce n’è stato uno che ha fatto costruire un piccolo albergo e persino una piscina, un giardino con le giostre per i bimbi, un campo da calcetto, ha installato pannelli solari per alimentare i lampioni del paese, e promosso in tutta la regione il turismo in questo borgo remoto vicino ad Aliano, inserendolo nel circuito dei percorsi tipici della Lucania. A Cirigliano c’è la seconda torre medievale d’Italia a sezione ovale, e c’è pure “La torre d’Argento”, una manifestazione ideata e curata da anni da Tonino Garrambone, che ogni anno premia personaggi lucani o di origini lucane, che si sono distinti nel panorama culturale nazionale ed internazionale. Poi il sindaco è cambiato. La piscina che prima brillava di un celeste insolito contro un fondale di ulivi e calanchi, giace vuota come l’occhio di un uccello morto. Ha chiuso uno dei due bar del posto. Sono rimasti l’ufficio postale, il cimitero sempre aperto, una salumeria, un negozio in cui puoi trovare dai confetti alla cannella a piccola ferramenta che altrove non produce più nessuno. C’è pure una pizzeria; il muro della scala che conduce all’ingresso reca dipinta l’ombra di un contadino che sale i gradini col suo mulo. Un ospizio con libera uscita: durante il giorno, gli anziani che escono si incontrano coi vecchi che abitano in paese. Siedono l’uno accanto all’altro sugli scalini della Pro-Loco, ed insieme tacciono, fissano la montagna, l’orologio fermo della piazza. Se li riconosci è perché appena vedono una faccia nuova corrono a chiederti una sigaretta, una caramella,  “un soldino”.

 

L’altro giorno è morta Annina, nemmeno 60 anni, un tuppè di capelli castani, un corpo mastodontico. Un tumore, due mesi e via. Il suo sali e tabacchi, pasti e messe regolari, la vecchia madre, la sorella, buongiorno e buonasera a tutti. La sua morte: un crollo di sabbia lungo i bordi di un’orma. Il suo manifesto funebre è stato incollato sull’intonaco di casa. Non come da noi, dove li attaccano con la carta gommata, e dopo tre giorni non ci sono più. Qui la notizia rimarrà a lungo, cancellata piano dalla pioggia e dalle stagioni.

 

A Cirigliano c’è una parte nuova fatta di case bianche, che da lontano sembrano scuole elementari o case circondariali. Di quattrocento abitanti scarsi, i giovani si contano su due mani.

 

Cirigliano è l’ultima nota di un’eco rimasta incagliata nella montagna. Per quanti sforzi si possano fare, il paese sta finendo. Lontano 200 km dal capoluogo di provincia, 70 dal mare, a 700 mt. sul picco della montagna, bruciato dalla neve in inverno, senza lavoro, senza ospedale, senza pronto soccorso,  con una dottoressa che vive altrove e che viene qui due volte a settimana, senza più artigiani. Le loro botteghe vengono riaperte per finta solo ad agosto, quando vi organizzano una specie di mercatino degli antichi mestieri. In estate Cirigliano diventa il borghetto in pietra che qualche turista del Nord passa a visitare tornando da Aliano o da Castelmezzano, e che i figli emigrati salutano per pochi giorni senza troppa nostalgia. Al centro del paese, le case ristrutturate a furia di sacrifici dai genitori defunti si vendono oggi a meno di 30.000 euro. Se hai una falegnameria, una stalla, un antico granaio da cedere, nessuno lo vuole nemmeno regalato, perché ci devono pagare pure il notaio.

 

Io a Cirigliano  ho trascorso l’infanzia. Il fico e il ciliegio, il grano e l’ulivo, i papaveri e le ginestre, la vite e le querce, il passero e il ramarro. La fanfara delle rondini appena nate, il fischio dei falchi sopra i tetti, il Padre Nostro della Messa in TV che migrava dalle finestre delle case. Il vento alzava onde di rose e di cicale,di bande e di Santi che si pregavano ogni sera. La gioia era semplice come un anello di cotone: bastava un canto, del vino con la verdura, canzoni in cui erano gli uomini a cercare le donne. Ricordo le domeniche di fervore  per l’arrivo dei parenti: le uova fresche regalate dalla vicina,  le crostate di frutta, le conversazioni sul tempo e sul lavoro, il vento tra gli alberi con un brusio di miele caldo. E poi la pioggia sulle stalle e sui fiori, il tuono dei tamburi nell’aia. Sul dorso dell’asino di cumpà Peppe incontravo l’odore del cacio appena cagliato, del sugo che borbottava nel coccio di creta, dei dolci appena sfornati, e poi ancora  il respiro tiepido dei nidi, il vento attraverso i camini spenti, il recinto di fresco dipinto.

 

Non è cambiato niente. A Cirigliano, se ti siedi sotto il tiglio nella piccola piazza, puoi sentire lo scroscio del torrente che scava la roccia tra le montagne, a 6 km. da qui. Neanche la casa di mia zia è cambiata. Zia Maria è di quelle che dopo il terremoto hanno rifiutato il contributo per ristrutturare casa, perché non voleva cambiare niente di quando erano vivi i genitori. E così tutto è rimasto fermo al 1937: il camino, la credenza fatta da mio nonno a vernice bianca, l’intonaco verde gonfiato dall’umidità che sale dalla profondità della roccia, il lavabo in pietra, niente acqua calda né riscaldamento, i fili della luce rivestiti di cotone. In salotto, un piccolo altare accanto al telefono, pieno di santi, madonne e prece. Il bagno è di quelli che sporgono all’esterno dell’abitazione; lo scarico fatto da tre secchi di plastica pieni dell’acqua del bucato. In basso, l’orto col pollaio vuoto.

 

 

Di sera mi fermo un poco oltre la balaustra della piazza, che finisce a precipizio nel vuoto del fondovalle. Guardo il nero-verde delle montagne spente, la lucina di un’unica macchina che passa sulla basentana, lo scampanare di una vacca brada lungo il fiume, la luna che irradia un’immensità lieta. Passeggio poi per i vicoli deserti del paese. Il mio cammino continua per un tempo che non saprei definire,  per un percorso che non ricordo, ma che pure più volte ripeto. I lampioni illuminano gechi immobili, insetti dalle zampe lunghissime, falene, i numeri civici scritti a pennello. Sul selciato dei vicoli incontro solo gatti, cacche d’asino e di cane, carte, cicche, scarafaggi schiacciati. Dietro le poche finestre accese, luci basse, il telegiornale di Canale 5, un cucchiaio che rimesta nel piatto e si posa. I balconi aperti, il canto dei grilli, il ronzio di un frigo, il tuono di un aereo lontano.

 

Le case abbandonate restano tra quelle ancora vive, nei vicoli che qui si chiamano “1° vicolo Garibaldi”, “1° vico Regina Margherita”, ferme con le finestre murate o buie, di un nero che somiglia al silenzio del Cosmo. A quest’ora si alza un profumo di fuoco, di pietra, e di frana; un profumo che dice quanto lunga possa essere la nostalgia, garza di lutto che fluttua nella brezza del Nord. Mi viene da piangere. Mio padre è morto: ciclo chiuso, pensiero impensabile. Quand’era giovane, anche lui voleva andarsene da qui, ma poi, quando è venuto a Montoro, per tutta la vita ha scritto poesie sulla sua terra. In particolare questa, che abbiamo messo come epigrafe sulla sua lapide: “Riparto, ma il cuore è là. Vuol vedere, vuol sognare. Sogna mio cuore, poiché nulla è la vita. Dissolviti col respiro del vento. Lascia che il ricordo ti dondoli lentamente sull’onda, cullandoti”.

 

Il mio viaggio è finito. Eppure, ogni momento si salva. Ogni cosa accaduta, come la solenne amarezza delle cose che non tornano, può fidarsi di poche righe, del mio esserci totalmente, fino alla prossima deriva.

 

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