Dante Alighieri / Identità italiana

Teorico della letteratura, linguista, dialettologo, nel De vulgari eloquentia Dante non può esimersi dal fare anche il geografo. Della sua attitudine verso questa disciplina, Alighieri darà prova anche e soprattutto nel Poema: la voce 'Italia', nel Dizionario della Divina commedia curato da Giorgio Siebzehner-Vivanti, è un vero e proprio compendio, regione per regione, di luoghi geografici dedicati alla penisola.
In questo passo Dante traccia precise demarcazioni territoriali per la sua inchiesta linguistico-letteraria sui volgari italiani e su una lingua nazionale, colta ma funzionale, ancora in via di definizione. È interessante notare come l'autore stabilisca il suo immaginario punto d'osservazione, dal quale descrive la penisola e le sue isole e partisce i suoi territori, sull'estremo nord: come se guardasse l'Italia dalla cima delle Alpi, quasi fossero un belvedere dal quale ammirare lo sterminato panorama che si dispiega davanti allo sguardo dell'osservatore. Non una rappresentazione cartografica, dunque, piuttosto una sorta di visione medievale, ma tutta laica e terrena. Viene in mente, se ci si passa l'accostamento irriverente, una straordinaria vignetta di Andrea Pazienza, con Pertini che, scaduto il suo mandato presidenziale, scruta lo Stivale dalla medesima prospettiva e sospira: «Mah! Speriamo bene!».

Matteo Di Gesù

 

Nos vero, iudicium relinquentes in hoc et tractatum nostrum ad vulgare latinum retrahentes, et receptas in se variationes dicere nec non illas invicem comparare conemur.
Dicimus ergo primo Latium bipartitum esse in dextrum et sinistrum. Si quis autem querat de linea dividente, breviter respondemus esse iugum Apennini, quod, ceu fictile culmen hinc inde ad diversa stillicidia grundat, aquas ad alterna hinc inde litora per imbricia longa distillat, ut Lucanus in secundo describit. Dextrum quoque latus Tirrenum mare grundatorium habet; levum vero in Adriaticum cadit.
Et dextri regiones sunt Apulia, sed non tota, Roma, Ducatus, Tuscia, et Ianuensis Marchia; sinistri autem pars Apulie, Marchia Anconitana, Romandiola, Lombardia, Marchia Trivisiana cum Venetiis. Forum Iulii vero et Istria non nisi leve Ytalie esse possunt; nec insule Tirreni maris, videlicet Sicilia et Sardinia, non nisi dextre Ytalie sunt, vel ad dextram Ytaliam sociande.
In utroque quidem duorum laterum, et hiis que secuntur ad ea, lingue hominum variantur; ut lingua Siculorum cum Apulis, Apulorum cum Romanis, Romanorum cum Spoletanis, horum cum Tuscis, Tuscorum cum Ianuensibus, Ianuensium cum Sardis; nec non Calabrorum cum Anconitanis, horum cum Romandiolis, Romandiolorum cum Lombardis, Lombardorum cum Trivisianis et Venetis, horum cum Aquilegiensibus, et istorum cum Istrianis: de quo Latinorum neminem nobiscum dissentire putamus.
Quare ad minus XIIII vulgaribus sola videtur Ytalia variari. Que adhuc omnia vulgaria in sese variantur: ut puta in Tuscia Senenses et Aretini, in Lombardia Ferrarienses et Placentini; nec non in eadem civitate aliqualem variationem perpendimus, ut superius in capitulo inmediato posuimus. Quapropter, si primas et secundarias et subsecundarias vulgaris Ytalie variationes calculare velimus, et in hoc minimo mundi angulo non solum ad millenam loquele variationem venire contigerit, sed etiam ad magis ultra.


Noi però tralasceremo di giudicare su questo punto, e ricondurremo la nostra trattazione al volgare italiano, tentando di descrivere le varietà che ha assunto in sé e anche di compararle fra loro.
Per prima cosa diciamo dunque che l'Italia è divisa in due parti, una destra e una sinistra. E se qualcuno vuol sapere qual'è la linea divisoria, rispondiamo in breve che è il giogo dell'Appennino: il quale, come la cima di una grondaia sgronda da una parte e dal1'altra le acque che sgocciolano in opposte direzioni, sgocciola per lunghi condotti, da una parte e dall'altra, verso i contrapposti litorali, giusta la descrizione di Lucano nel secondo libro: e la parte destra ha per sgrondatoio il Mar Tirreno, mentre la sinistra scende nell'Adriatico.
Le regioni di destra sono l'Apulia, non tutta però, Roma, il Ducato, la Toscana e la Marca Genovese; quelle di sinistra invece parte dell'Apulia, la Marca Anconitana, la Romagna, la Lombardia, la Marca Trevigiana con Venezia. Quanto al Friuli e all'Istria, non possono appartenere che all'Italia di sinistra, mentre le isole del Mar Tirreno, cioè la Sicilia e la Sardegna, appartengono senza dubbio all'Italia di destra, o piuttosto vanno associate ad essa.
Ora in entrambe queste due metà, e relative appendici, le lingue degli abitanti variano: così i Siciliani si diversificano dagli Apuli, gli Apuli dai Romani, i Romani dagli Spoletini, questi dai Toscani, i Toscani dai Genovesi e i Genovesi dai Sardi; e allo stesso modo i Calabri dagli Anconitani, costoro dai Romagnoli, i Romagnoli dai Lombardi, i Lombardi dai Trevigiani e Veneziani, costoro dagli Aquileiesi e questi ultimi dagli Istriani. Sul che pensiamo che nessun italiano dissenta da noi.
Ecco perciò che la sola Italia presenta una varietà di almeno quattordici volgari. I quali poi si differenziano al loro interno, come ad esempio in Toscana il Senese e l'Aretino, in Lombardia il Ferrarese e il Piacentino; senza dire che qualche variazione possiamo coglierla anche nella stessa città, come abbiamo asserito più sopra nel capitolo precedente. Pertanto, a voler calcolare le varietà principali del volgare d'Italia e le secondarie e quelle ancora minori, accadrebbe di arrivare, perfino in questo piccolissimo angolo di mondo, non solo alle mille varietà, ma a un numero anche superiore.

 

(Dante Alighieri, De vulgari eloquentia, a c. di Pio Rajna, Società Dantesca Italiana, Firenze 1960. Libro I, cap. X. Traduzione a cura di Pier Vincenzo Mengaldo, Dante Alighieri, De vulgari eloquentia, Ricciardi, Milano–Napoli 1996)

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