Erba / Paesi e città

Ci devi arrivare in treno. E poi, dalla banchina, con il profilo del Resegone che chiude a destra il campo visivo, seguire con lo sguardo la linea della ferrovia, i binari che subito dopo la stazione proseguono sotto il ponte, quasi inghiottiti dalle pareti di terreno che si fanno più alte, per poi scomparire dietro la curva, verso quelle montagne che in certi giorni particolarmente tersi potresti proprio giurare che si siano fatte più grandi e più vicine, e che ti consegnino così allo sguardo ogni dettaglio, la forma degli alberi, dei sentieri, dei rifugi.

 

Ci devi arrivare in treno. E poi, lasciarti alle spalle la piazza, e camminare in salita costeggiando la ferrovia, i Corni di Canzo davanti a te, guardando distrattamente i SUV che ti sfrecciano davanti, e quel cartello “Piazza Padania (ex Piazza Roma)” che campeggia sulle pareti della vecchia stazione, testimonianza fastidiosa di due retoriche che si scontrano sul nulla. Ma è proprio per questo ed è proprio così, arrivando in treno, che puoi prendere Erba da lato, e circumnavigarla piuttosto che attraversarla. Non c’è un’identità che occupi il centro della città. Meglio: un centro, a voler ben guardare, proprio non c’è.

 

 

Erba è in pianura, all’incrocio tra la Valassina che parte da Milano e l’attraversa, e la Como-Lecco, ma Erba è più di tutto i piani d’Erba di pliniana memoria, la sua identità viene dalle colline che la circondano, quei “placidi colli delle pendici preandine, che, manco a dirlo, ‘digradano dolcemente’”, quei colli ingioiellati, dagli architetti “pastrufaziani” “di ville! Di villule!, di villoni ripieni, di villette isolate, di ville doppie, di case villerecce, di ville rustiche, di rustici delle ville”.

La valle è uno squarcio con mille agglomerati abbarbicati ognuno con la propria particolare capacità di raccontare una storia, identità accostate che talora si fondono, ma con sospetto, e che più spesso fanno bella mostra della propria irriducibile singolarità: Caslino e i suoi caprini; Longone che celebra la magia del suo lago tra le montagne ove ancora si sente la bellezza malinconica della Celeste, la pazza del Segrino, emanazione delle acque immobili e pure e limpide che Nievo fece rivivere passeggiando lungo le rive; la “mia” Buccinigo, quelle quattro case, con la lapide della Teresa Confalonieri in bella mostra, e con l’eroica Villa Varenna dalle cantine strategiche, un intrico di collegamenti sotterranei, così vuole la leggenda, in direzione dei due castelli, punti significativi di questo immaginario contorno alla città: Pomerio e Casiglio, nella cui piana antistante, a fianco alla roggia Tassera, si scontrarono le truppe di Buccinigo, Carcano e Orsenigo contro il Barbarossa e i comaschi traditori, in una battaglia che durò un’intera giornata e nella quale i lombardi imposero all’imperatore una rotta disperata in cui si racconta, con qualche imbarazzo, il Barbarossa fuggì solitario con il sedere di fuori, avendo nella battaglia strappato le sue vesti.

Buccinigo da cui, come amava ripetermi mio nonno, “Erba la puoi guardare dall’alto”.

 

Attraversato il Lambro, all’altezza del ponte che dà il nome alla località, Arcellasco, si erge la fatiscente mole del Cutun, il cotonificio. Ci hanno lavorato tutte le donne, tutte le ragazze per anni: il borgo si è via via ingrandito, ne hanno costruito la storia, narrato l’identità. La casa dove Giuseppe Pontiggia trascorse la sua infanzia si trova a poca distanza da qui: Incasate, frazione che ancora conserva un sapore antico. Qui lo scrittore sfidava natura e fantasia nelle acque del Lambro, le sfidava trasformandosi in Yanez e affrontando con Sandokan, l’esuberante cugino Ezio Frigerio, le insidie di un’ostile Erba/Mompracem.

 

Mantenendo questo movimento circolare, ti ritrovi a percorrere i luoghi di confine, camminando lungo una sorta di linea naturale tracciata dalle montagne, lungo il dosso lieve dove la pianura si fa collina. In alto le poiane volano in cerchi lenti e ci si può immaginare di vedere davvero l’artiglio che afferra la preda disegnato da Metlicovitz, il cartellonista triestino che qui ha vissuto e ha realizzato il marchio del celebre amaro che efficacemente esprime la durezza di questi pendii che diventano sasso. Lezza, e poi le salite di Crevenna, fino alla Villa Amalia: “mio” Liceo fatiscente e ricco di fascino, la villa con lo splendido giardino del film Allonsanfan dei fratelli Taviani, il severo ambiente monastico trasformato dalla sensibilità neoclassica del Pollak, il luogo ricco di leggende e storie ove scrissero Foscolo, Monti, Stendhal, e Parini, che ne celebrò la salubrità dell’aria e dello spirito, in contrapposizione alla degenerazione milanese.

 

Da Villa Amalia, scendendo attraverso Erba Alta, costeggiando un muro a secco che affianca un viottolo di campagna di reminescenze manzoniane, fino al teatro Lycinium: una costruzione meravigliosa e assurda dell’inizio del XX secolo, edificata come rudere, un palcoscenico rotondo con perfino il golfo mistico e uno scenario che incanta. Le quinte sono costituite da due file di alberi leggermente divergenti in modo da aumentare la profondità prospettica della scena, una sorta di naturale trompe l’oeil; tra di loro un prato verde che sapienti luci nascoste illuminano; e infine la platea, un piano inclinato, un prato da cui godere lo spettacolo. Tutte le estati viene messa in scena una grande tragedia classica e Erba si prepara all’evento, per arrivarci sempre troppo elegante.

 

 

Percorrendo il prato, raggiunto il fondo della scena, si apre davanti agli occhi, maestosa, la scalinata del Terragni, che la volle così ampia per nascondere alla vista dal basso il cannone puntato sulla città del suo Monumento ai caduti. I difficili gradini di questo imponente monumento vanno percorsi lentamente: ed è così bello e importante, che pare passaggio obbligato per raggiungere qualcosa. Ma cosa? È davvero soltanto il retro di un teatro, via di fuga, uscita di emergenza? No: dall’altro lato ci si ritrova nel punto più alto dell’arteria centrale della città, il Corso XXV aprile, quella linea diritta che la taglia in due. Eppure questa via tanto diritta attorno a cui tutta la vita degli erbesi si dispiega, non appaga il bisogno di una meta: è una via, un passaggio da attraversare, punto di unione di due altrove: ci transitava il tram che univa Lecco a Como, i due rami del lago antagonisti da sempre.

 

Sul corso si affacciano negozi e officine, parrucchieri e gioiellerie, ingressi di attività familiari; nessun tavolino, pochi bar, una sola libreria. Perfino la chiesa della Prepositura mostra il retro, un’abside mascherata da costruzioni aggregate e successive, e il parco che vi si affaccia è abitato soltanto da sporadici gruppi di nonni con nipotini e qualche badante ucraina con una vecchia a fianco. Ci sono più di trenta banche qui, e altrettante agenzie immobiliari. E la popolazione non supera i 17000 abitanti, che in fondo non è poco, ma di sicuro nemmeno abbastanza. Una città laboriosa, dicono.

I giovani vanno altrove, il punto di ritrovo è un parcheggio: alla sera si svuota di macchine e si riempie di ragazzi che sciamano dopo poco: vanno in città, vanno sui colli, vanno al lago.

 

A Erba, in quel corso che puoi soltanto attraversare e che non ti porta ad alcuna piazza, hai tante cose da fare,ma non hai un punto da cui guardare e a cui guardare.

Dall’alto e di fianco: va guardata così Erba, lo diceva anche mio nonno del resto.

La Piazza, quella del mercato, quella che ospita, e significativamente nasconde, la meravigliosa chiesa romanica di Sant’Eufemia, quella che in ottobre, una volta all’anno, raccoglie questa popolazione dei colli per la tradizionale festa del Masigott, è una piazza fuori dal centro, o un centro che non è capace di essere tale, in cui nessuna strada arriva naturalmente, come deve accadere quando ti perdi per le viuzze di una città senza curarti di una direzione che dovrebbe essere scritta nella forma delle strade. Anche il cuore della città vecchia, Incino, con le sue viuzze e il lavatoio e i muri antichi, ospita oggi soltanto la maestosa casa di riposo, costruzione orribile e moderna, e il silenzio.

 

La grande identità della sua cerchia collinare, la grande cultura contadina, non è arrivata in città, non ha creato un centro. E una città senza centro non è una città, come una nazione senza stato non è una nazione. Mille chiese e mille campanili. E piani, e colli, e montagne che trattengono insieme.

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