Fermo / Paesi e città

Ricordo perfettamente il giorno in cui vidi L’inquilino del terzo piano di Polanski. Ero minorenne all’epoca, e uscendo dal cinema avevo ancora addosso un tremendo senso di paura nel corpo. Protagonista il grande Roman, regista e attore, nella fattispecie l’imbranatissimo impiegato Trelkovsky, che parlava con una erre moscia imbarazzante, ansiogeno come pochi. Il film è davvero il parossismo di quello che può essere il rapporto tra vicini di casa. Claustrofobico nell’insieme, misterioso non poco per le sue simbologie, racconta la storia di un uomo che cerca casa e cade in un delirio irreversibile, con gli affittuari e i coinquilini che in crescendo lo stremano psicologicamente e poi lo spingono al suicidio.
Per fortuna non ho mai avuto vicini di questa fatta, però mio padre Mario, suo malgrado, ha conseguito un record di quelli davvero straordinari al giorno d’oggi. Ereditò dal nonno qui a Fermo un terreno di famiglia, lì edificò la casa dove abitiamo dal 1961: una volta intorno c’era una periferia e oltre la nostra dimora solo la campagna e lontanissimi, bellissimi e irraggiungibili, i Monti Sibillini. La villetta è fatta di tre piani più mansarda, divisi con equità tra me e i miei genitori, e in alto c’è il minuscolo studio dove adesso sto scrivendo, impraticabile e afosissimo d’estate. La casa ha quattro lati, come tutte, ovviamente. Ebbene, mio padre è riuscito nel tempo a collezionare per ognuno di loro un contenzioso con gli avvocati, persino con quelli dell’Anas, per via di cose che avevano a che vedere con un cancello troppo vicino alla strada, credo. E poi, nell’ordine: passaggio prediale, non rispetto dei confini, e persino il lascito di un tot di terra che avrebbe fatto cubatura per edificare di più e meglio, richiesta fatta a voce da un compagno di scuola imprenditore edile che si rivelò poco affidabile, come gran parte di quelli della sua razza bastarda, anche se il mio vecchio si rifece, si fa per dire, quando questo signore spregiudicato si ammalò di un tumoraccio alla prostata, dicendo per mesi a noi tutti che dio esiste. “Vedete, dio esiste!” urlava ogni volta. Con un altro, ex sindaco democristiano e consulente del Tribunale invece andò in causa sempre per questioni di confini. La vicenda è complessa, ma in pratica, quando mio padre decise di recintare si incontrarono “sul campo” di battaglia i due geometri di parte, compresi gli eserciti delle famiglie, così misurarono. Ma a lavoro finito il vicino ci ripensò. Disse che gli spettavano altri 30 centimetri di terra e querelò. Avevamo ragione piena, era cosa conclamata, ma il giudice ci diede torto, e oltre alle spese processuali dovemmo indietreggiare il cordolo di quei miseri centimetri che ci venivano richiesti. La legge non è uguale per tutti. Lo capì anche mia madre, che quel giorno pianse di rabbia.
La contiguità è qualcosa di umano, troppo umano. Il vicino di casa è icona assoluta del mistero esistenziale. Per esempio, da ragazzino – quando gli ormoni andavano a mille - dalla finestra della mia camera spiavo col binocolo una donna bionda molto appetibile, moglie immagino immacolata e grande frequentatrice di chiese, nei confronti della quale nutrivo desideri sessuali inconfessabili. Non è uno scherzo, ma ho desiderato quella donna per diversi anni. Vederla ora sullo stesso balcone, senza binocolo (mica voglio farmi del male!), fa una tristezza infinita. Per due motivi: lei è una vedova di ottant’anni, io di cinquanta. Però mi ricorda il Decalogo di Kieślowski, e cioè l’impiegato della Posta che spia una donna che fa la prostituta. Il titolo del comandamento è Non desiderare la donna d’altri. L’associazione è fortissima, solo che - al contrario del personaggio del film - non usai mai le armi del mio mestiere, quello di portalettere, per conquistarla.
Ma fortunatamente i classici rapporti di buon vicinato, normalmente pessimi, non sono sempre così. Per esempio su un lato della mia casa c’è una famiglia che non conosco. So poco di loro, per tanti anni non ci siamo salutati. Arrivavano le raccomandate quando c’erano le potature, perché anche una fronda d’albero caduta sul suolo nemico viola la proprietà privata. Però dalla finestra del mio bagno spio a volte una badante che carezza la testa di un vecchio in carrozzina. Lei non mi vede, lo fa per amore puro, credo, carezza quest’uomo in stato vegetativo e non sa che la sto guardando. Ma un giorno di pochi mesi fa avvenne un fatto clamoroso. Un amico di mia figlia piccola parcheggiò il motorino nello spazio privato di questi vicini. Quando andò a riprenderlo, e pioveva abbondantemente, lo trovò incatenato. Così chiamai al telefono il tizio in questione. Vero, era stato lui ad incarcerarlo, ammise, e poi mi comunicò che aveva letto il mio ultimo libro e gli era piaciuto molto. Pochi giorni dopo fu lui a chiamarmi. Quando risposi si scusò, poi disse che dalla mia parte di giardino doveva esserci un piccolo passero caduto dal nido, il suo cane da caccia puntava da quella parte. Scesi, trovai per davvero il volatile rannicchiato sotto una pietra, e glielo consegnai sul confine. Debbo ammettere che questa cosa mi commosse parecchio. Due uomini, uno dei quali – lui – cacciatore conclamato, che salvavano la vita a un passero. Per giunta due persone che pur vivendo a un palmo dal naso non si erano mai salutate. Pensai fosse un miracolo, e la cosa mi ricordò un racconto di Claudio Piersanti, Il muro verde, che sta nella raccolta L’amore degli adulti (Feltrinelli): bellissimo, lo assocerei volentieri ad un dipinto di Hopper, è pura metafisica del quotidiano. Col vicino Aldo parlano raramente da un varco, sul confine. Si osservano, si sentono, uno partecipa da lontano alla vita dell’altro. “Per mesi i nostri rapporti si riducevano a un cenno del capo, che non bastava alla mia curiosità”, scrive il narratore. Sempre in quel lato, nello stesso palazzo, c’è anche un altro signore, lavora per la Confindustria, il suo cane che vive in balcone infatti è un levriero un po’ snob come il padrone. La cosa strana è che non l’ho mai sentito abbaiare. Forse è talmente colto ed educato che parla come gli umani, forse è muto o ha perso la parola, pensiamo ridendo io e le mie figlie certe volte.
Invece i miei nuovi vicini del lato nord, sono praticamente invisibili. La ristrutturazione della vecchia casa è durata credo cinque anni, ma ora appare quasi fobicamente perfetta. Non c’è una cosa che stona: i balconi, le persiane, gli intonaci, tutto impressionante per quanto in ordine. Non so praticamente nulla di loro ma immagino siano persone molto tolleranti, in quanto hanno un figlio piccolo, appena nato, e credo soffrano molto del fatto che i miei due cagnetti, Lilly e Zorro, possano abbaiare ad ogni piè sospinto. I cani, si sa, sono una specie di estensione dell’aggressività di una famiglia. I miei sono gioviali, specie Lilly, che fiuta il cane da caccia del vicino, quello che puntava il passero, e flirtano lungo la rete di recinzione in una specie di amore tantalico. Viene in mente I vicini di casa, film esilarante con un John Belushi come al solito magnifico. La classica curiosità per l’altro che può persino cambiarti la vita. Ma noi siamo troppo disordinati, e forse l’attrazione e l’invidia, si fa per dire, nasce proprio da questo. Come cavolo fanno, ci chiediamo con un po’ di comica disperazione, ad essere così perfetti nel loro fare?
Per non dire di un magistrale racconto di Raymond Carver intitolato, per l’appunto, Vicini. La storia di Bill e Arlene Miller, middle class, ai quali Harriet e Jim Stone, che si assentano per un viaggio, lasciano le chiavi di casa affinché possano dare da mangiare al gatto Kitty e annaffiare le piante. I due cominciano a visitare, uno all’insaputa dell’altro, la casa straniera. Si sentono dei falliti, e vedono in quella coppia che immaginano felice qualcosa che può salvarli dalla mediocrità, fin quando da queste frequentazioni non assumono nuove energie, quelle degli altri da sé, possedendo spazi, oggetti, vestiti. Fanno spesso e di più l’amore, si concedono momenti di abbandono e gioia. Ma una inaspettata disattenzione, quella di aver lasciato la chiave all’interno della casa dei vicini, li lascerà soli e smarriti in un’epifania che lascia nel lettore uno sgomento molto forte.
Ma la più bella metafora della convivenza nella contemporaneità, quella del qui e ora, viene da Strane storie, piccolo ma intenso film a episodi di Baldoni (fratello del nostro Enzo). È un film a cornice, dove c’è un narratore che racconta alla figlia storie lungo un viaggio in treno. Una di queste è quella di due famiglie che vivono nello stesso condominio in una Milano che può essere il Mondo. Comincia un’escalation di violenze partite da motivi futili, tipo un gatto fastidioso che poi viene pitturato per dispetto con la vernice, fin quando le due famiglie non si armano e si dichiarano guerra, e alla fine una delle due sgancia la bomba atomica. Qui per fortuna non è così, oggi ho parlato col mio vicino carabiniere sul confine a nord scusandomi per il baccano che fanno i nostri cani di notte. Sua moglie, civilissima al massimo, si è invece rammaricata per i pianti del loro bambino, che noi non abbiamo mai sentito una sola volta. Forse adesso la storia della nostra famiglia potrà avere finalmente un nuovo corso.

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