La patria di cui ci parla Primo Levi ha la coloritura della Heimat. Il luogo dove sono sepolti i propri padri, dove si è nati o cresciuti, dove si è costruita la propria vita, si è allestita la propria casa. Quel luogo è tanto più difficile da abbandonare, quanto più non si possiede altro se non tale Heimat, equivalente al significato etimologico di “terra-casa”. Spesso, per legittimare il diritto di sentirsi a casa, gli ebrei italiani (tedeschi, francesi, polacchi addirittura) avevano sposato l’altro significato della parola “patria”. Non erano sufficienti né la nascita né la cittadinanza, bisognava morire o essere disposti a morire per il Vaterland. Nella pagina di Levi, il richiamo alla Prima guerra mondiale è esplicito, la continuità del desiderio di far parte della patria che spinse tanti ebrei italiani a aderire al fascismo, forse adombrato tra le righe.
Privati a tradimento del loro Vaterland, gli ebrei si aggrappano alla Heimat. Restare a casa diventa resistenza a un esproprio: nel paradosso provocatorio di Primo Levi, la forma estrema dell’essere disposti a “morire per la patria”. Nessuna legge dello Stato, nessuna persecuzione detiene in sé il potere di privare gli uomini dell’appartenenza costituta dalla loro storia in un determinato luogo geografico: né ieri, né oggi. Si possono negare diritti e cittadinanza, ma non la lingua appresa sin dalla prima infanzia, l’inflessione dialettale, i compagni di scuola, il bar all’angolo. D’altro canto, tale impossibilità spinge i meccanismi d’esclusione a farsi sempre più esasperati. Per essere “padroni in casa propria”, alla fine, non si può far altro che espellere, sfrattare da un territorio di cui, al pari di uno stabile, ci si erge a proprietari. Però neppure questo basta. Che lo si voglia o meno, la lingua d’origine resiste sino all’ultimo. Nulla, tranne la morte - violenta o naturale - è quindi in grado di estirpare la prima e ultima radice della patria.

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