I neoborbonici a “Piazza Garibaldi”

Ermanno Rea ha l’età di mio padre e per il lettore impaziente aggiungo che mi ritrovo a navigare con una certa sorpresa verso i sessanta. Credo che il suo ultimo La fabbrica dell’obbedienza sia stato piuttosto sottovalutato: ci si è soffermati sulla diagnosi dell’origine controriformistica dell’inciviltà degli italiani, peraltro condivisibile, trascurando il coraggio ammirevole mostrato nel tracciare le coordinate di una possibile via d’uscita, e nel darle un nome. E quando scrivo di coraggio, intendo quello proprio degli eretici, come proverò a spiegare.

C’è un innegabile furore nella costruzione argomentativa di Rea ed io a quel furore intendo rendere omaggio. Per quanto sappia che l’intransigenza oggi non paga e che, come in tanti ci ricordano, la complessità dei giorni nostri non sopporta semplificazioni.

 

Gli eroi del libero pensiero meridionale sono, per Rea, Giordano Bruno, Tommaso Campanella e l’Università napoletana postunitaria, quella di Francesco De Sanctis e, soprattutto, di Bertrando Spaventa. Alla storia meravigliosa di quel “cantiere napoletano di idee unitarie” e alle proposte di Gaetano Salvemini, Guido Dorso e, più di recente, di Giorgio Ruffolo, Rea si riallaccia per riprendere a parlare di questione meridionale, il grande tema rimosso da queste ultime celebrazioni.

 

L’11 novembre 2009 esce sul Corriere della Sera un articolo dal titolo In viaggio con Servillo sulle orme dei garibaldini: vi si dà notizia del progetto cinematografico di Davide Ferrario: Piazza Garibaldi.

In qualità di cosceneggiatore del film, ho il compito di rispondere alle numerose lettere giunte dai quattro angoli della penisola alla redazione del Corsera, la maggior parte delle quali firmata da discendenti di garibaldini interessati a dare una mano, quando non entusiasti; la più interessante è tuttavia quella del Prof. Gennaro De Crescenzo, presidente dell’Associazione Culturale Neoborbonica, che con parole di fuoco invita Ferrario a compiere un’operazione di verità ovvero a contribuire al ristabilimento di una memoria corretta dei fatti risorgimentali e postunitari accaduti nell’ex Regno delle Due Sicilie.

Gli scrivo, mi risponde, inizia una simpatica corrispondenza, poi arricchita dall’invio di pubblicazioni che diligentemente leggo e annoto. Mi documento su altre fonti e scopro soprattutto sul web la pervasività del fenomeno neoborbonico. Mi convinco, e convinco l’amico regista, della necessità di incontrarli e verso la fine di febbraio del 2010, a Caserta, facciamo finalmente la conoscenza dello Stato Maggiore del movimento neoborbonico.

 

 

È grazie alle loro sollecitazioni che abbiamo poi scoperto i vecchi insediamenti industriali di Mongiana in Calabria e di Pietrarsa a Portici, abbandonati per le sciagurate decisioni di politica economica dei governi “piemontesi”. E nonostante fosse già nelle nostre intenzioni affrontare il nodo del brigantaggio e delle mitologie connesse, per cui ci siamo arrampicati fra i boschi del Potentino per assistere allo spettacolo corale della Storia Bandita, devo ammettere che le parole appassionate degli amici napoletani sui ‘patrioti della montagna’ hanno rappresentato qualcosa di più che una pulce nell’orecchio.

Anche Rea, da questo punto di vista, non fa sconti ai “piemontesi” e ricorda le ossessioni del Presidente del Consiglio Menabrea che nel 1868 avrebbe incaricato l’ambasciatore italiano in Argentina di cercare nelle terre disabitate della Patagonia luoghi adatti ad ospitare colonie penali per i meridionali ribelli!

 

Quello che mi sembra di aver capito oggi , dopo due anni di letture e documentazioni, incontri, sopralluoghi e viaggi al sud, è che nel fenomeno neoborbonico siano di gran lunga prevalenti gli aspetti culturali rispetto alla sostanza politica: a differenza di quanto accade al nord, gli studiosi meridionali elaborano una rilettura nostalgica della storia patria priva di connotazioni politiche autonomistiche. Rivendicano l’esigenza di raccontarla in altro modo quella storia, e di rendere giustizia alle vite spezzate, alle ricchezze perdute, ai primati dimenticati, soprattutto in relazione alla scuola e alle rimozioni che nell’insegnamento della Storia vi si consumano. E fin qui, qualche ragione non si può certo negare che ce l’abbiano.

 

I problemi sono altri, a cominciare da quelli - certo meno decisivi - relativi alla “demolizione del mito di Garibaldi, nemico del sud”, operazione storiografica che, per quanto debole e contraddittoria (gli stessi neoborbonici non negano i ripensamenti del Generale sui disastri compiuti al Sud nel decennio postunitario), a noi di Piazza Garibaldi qualche fastidio ha dato.

No, i problemi veri nascono dal raffronto con il presente e con il passato prossimo delle regioni meridionali, sul cui evidente degrado ambientale e civile la riflessione degli studiosi neoborbonici risulta davvero insufficiente.

 

Abbiamo percorso nel 2010 alcune migliaia di chilometri nelle terre attraversate nel 1860 dai volontari garibaldini e abbiamo visto e documentato quello che tutti sanno: l’incuria e la devastazione del paesaggio, la cementificazione delirante di interi litorali, e su quello Jonico in Calabria e Domiziano in Campania si torna a casa davvero con pensieri disperanti; l’illegalità che spadroneggia sulle strade e nel tessuto economico e produttivo, la presenza soffocante e minacciosa della criminalità e la sostanziale rassegnazione di chi la subisce; il disprezzo delle regole più elementari della convivenza, per cui anche solo tenere pulito il tratto di strada o di marciapiede fuori casa tua sembra idea bizzarra e improponibile, e –in tanta desolazione- la connivenza generalizzata di amministratori, polizie municipali e forze dell’ordine meridionalissimi di nascita e discendenza.  

 

 

Di tutto questo abbiamo cercato traccia nella copiosa pubblicistica neoborbonica e, incuranti dei rischi, dato conto nelle discussioni con gli orgogliosi custodi della passata grandezza duosiciliana, ed è qui, appunto, che si rivela la debolezza di quell’analisi socioculturale e politica: gli intellettuali neoborbonici, in sostanza, continuano ad attribuire a quella lontana annessione forzata e al malgoverno successivo, prima piemontese e poi comunque settentrionale, il peccato originale, la fonte di ogni successiva disgrazia, la responsabilità storica dell’attuale disastro.

Sta tutto qui il carattere regressivo dell’utopia neoborbonica: nell’insufficienza dell’autoanalisi civile, nell’ostinata e desolante rivendicazione di irresponsabilità.

 

Ermanno Rea non ci sta, non mischia la sua alle mille voci della nostalgia e dell’odio antisettentrionale dilagate - anche con successo - sul mercato dei pamphlet svolazzatati come mosche sotto il cielo del 150°, anzi, prende le distanze dall’ “insensata rivalutazione neoborbonica del passato”.

E ci avvince con la sua eresia, questa: è tale la paralisi, oggi, della gente del Sud che solo un trauma spaventoso può risvegliarla “dalla passiva autocontemplazione del proprio disastro” e si chiede se non sia arrivato il momento di“giocarsi la carta della solitudine, insomma dell’autonomia amministrativa dal resto d’Italia”. E spiazza tutti, partito del Nord e partito del Sud, entrambi filogovernativi e ambiguamente federalisti, citando La rivoluzione meridionale di Guido Dorso, pubblicato da Piero Gobetti nel 1925, che scrisse:“la soluzione del problema meridionale non potrà avvenire che sul terreno dell’autonomismo. Ogni altro tentativo ci condurrà nel vecchio sistema della carità statale o minaccia di sbalzarci nel separatismo..”.

E ci accompagna, questo grande vecchio italiano, nel suo sogno, che consiste nel chiamare a raccolta i migliori cervelli del Sud, quelli che anche adesso abitano e fanno funzionare ospedali, università, banche, giornali e case editrici del Nord, come per un “biblico rimpatrio”, per contribuire tutti insieme a ridare vita allo straordinario patrimonio naturale e culturale che nonostante tutto nel Sud ancora resiste. Che sfida, amici napoletani, che coraggiosa sfida.

 

Per tornare ai nostri incontri nelle Due Sicilie, va detto che a consolare chi scrive, insegnante da trent’anni nelle valli lombarde ormai abbandonate al nulla culturale e linguistico della proposta leghista, è stata la sorpresa del buon italiano e dei buoni studi che al Sud ancora resistono, che hanno reso educato e gradevole sempre il conversare con tutti, e che soli fanno sperare nel futuro.

Già, il pensiero del futuro, a ben vedere la vera vittima delle passioni revisionistiche, al nord come al sud.

 

 

 

Foto 1, 4 e 5: Mongiana - ferriere e villaggio operaio.

Foto 3 e 4: Portici - Museo Nazionale Ferroviario (ospitato nell' ex stabilimento metalmeccanico di Pietrarsa).

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