I vecchi e i giovani

Quando tutto stava per iniziare, fra il 1820 e il 1825, Giacomo Leopardi affida al suo Zibaldone intuizioni importanti e dolorose sul tema della giovinezza, ne trascrivo una breve e personalissima campionatura: Il giovane non ha passato... I desideri e le passioni sue sono ardentissime ed esigentissime. Il giovane non ha provato né veduto. Non può esser sazio... L’ardore giovanile non sopporta la mancanza di una vita presente, non è soddisfatto del solo vivere nel futuro, ma ha bisogno di un’energia attuale… I giovani disprezzano e prodigano la vita loro, ch’è pur dolce, e di cui molto avanza loro; e non temono la morte… e così il giovane scialacqua il suo, come s’egli avesse a morire fra pochi dì… i giovani non solamente soffrono più dei vecchi… ma eziandio s’annoiano più dei vecchi e sentono molto più di questi il peso della vita… Perciocché ne’ giovani è più vita o più vitalità che nei vecchi…

Ho ripensato a Leopardi durante la lettura del recente e ammirevole Troppo umana speranza di Alessandro Mari, epopea vitalissima d’ambientazione prerisorgimentale con al centro i destini di quattro giovani, fra cui Garibaldi, giovane e innamorato negli anni sudamericani e poi quarantenne fra gli sconfitti della Repubblica Romana, ma deciso a tornare perché deve seppellire Anita e c’è l’Italia da finire. Colombino Leda e Lisander inseguono con la stessa determinazione i propri umanissimi sogni: l’amore, il riscatto dagli errori e dalla miseria. Attorno a loro il mondo cambia, si cospira e si costruisce il futuro, a Milano Genova e Roma succedono grandi cose, le Cinque Giornate e la Repubblica Romana finiscono per coinvolgerli senza travolgerli. E noi lettori con loro, indenni, dopo le 746 pagine del romanzo, e riconoscenti.

Su La Stampa-Tuttolibri del 12 marzo, in Italia forever giovane e forte, Mari ritorna sul sogno del Risorgimento che coincide con “la speranza di abitare una terra unita e di maggiori diritti… una nazione da non subire ma alla quale partecipare”. Poi, dopo generose considerazioni sull’istintiva solidarietà verso i popoli oppressi che nascerebbe in noi dalla memoria genetica dell’esperienza risorgimentale, Mari conclude il suo bell’articolo con l’invito a fare del 150° l’occasione per recuperare quel “sentimento vivificante della gioventù che precede ogni declinazione politica”. Ma qui mi vengono dei dubbi.

 

E se la vera ragione della fatica italiana a ritrovarsi attorno al compleanno della Nazione fosse di natura anagrafica? Non sarà semplicemente che siamo diventati un paese troppo vecchio per festeggiare? L’esperienza comune d’altronde ci rivela il fastidio col quale spesso i nonni condividono le proprie feste di compleanno con figli e nipoti…

Nel 1961, all’appuntamento del centenario, la situazione era ben diversa e non solo per gli indici dello sviluppo economico: il paese era giovane e in forte crescita demografica, ci si sposava prima e si facevano più figli, il futuro non faceva paura.

Di fronte alla mole sterminata di suggestioni provocate dalla ricorrenza del 150°, non faccio che ripensare alle giovani camicie rosse lombarde, sulle cui lettere abbiamo in parte costruito il percorso di Piazza Garibaldi, il film di Davide Ferrario a cui sto lavorando come sceneggiatore. Come dimenticare quella seconda liceo classico che nella primavera del 1860 vede di colpo partire da Bergamo 13 dei suoi 35 alunni di diciassette anni?

L’età media dei 180 volontari bergamaschi nei Mille era per il 60% inferiore ai ventidue anni e dati molto simili si possono riscontrare fra quanti partono da Pavia, Brescia, Milano, Mantova, Padova, Genova… Nelle lettere a casa e nelle memorie si confessano.

Il varesino Giulio Adiamoli si racconta impaziente soltanto di far vela per l’isola misteriosa… l’isola dei nostri sogni. Il riminese Raffaele Tosi, arrestato a Genova dai piemontesi prima del 5 maggio quando era certo ormai di salpare per l’Isola bella, si ritrova in carcere ad Alessandria (ma per poco) a sbollirvi i facili entusiasmi giovanili. Di lì accompagnavo con l’anima in tumulto quei Mille gloriosi veleggianti alla morte.

Sì, d’accordo, gli studi classici forse inducevano ad eccessi retorici, ma la giovinezza si esprimeva anche nella baldanza e nella spensieratezza del bergamasco Francesco Cucchi, che al fratello Giggio scrive da Palermo il 4 settembre 1860: quanto prima, accomodate le cose d’Italia come vogliono gli italiani, ricominceremo le nostre passeggiate allo Stelvio e ci divertiremo; oppure nella rustica autoironia di un altro bergamasco, Daniele Piccinini, che dopo essere stato nominato da Eber presidente della Commissione straordinaria incaricata di reprimere reati nella Sicilia interna, scrive al padre nel luglio ’60: tu riderai a sentirmi Presidente… è il tempo di veder Gioppino re!

Mario Isnenghi, peraltro, maestro di forse due generazioni di storici italiani, cita nel suo (e di Eva Cecchinato) La nazione volontaria le memorie di un colonnello di Stato Maggiore della Marina, il siciliano Giacomo Fazio, giovane quando insieme al fratello assiste al passaggio di Garibaldi da Alcamo e pronto a “saltar dentro il gran sogno che d’improvviso si materializza e passa dal suo paese”; più tardi, ormai militare di carriera, rievoca i giorni gloriosi del 1860 e scrive: Molti dei ragazzi garibaldini non avevano mai visto un fucile (...) gli ordini non esistevano: ora oso dire che l’ordine stava appunto nel disordine abituale di tutta quella ragazzaglia… quando talvolta… ridotti alla disperazione assaltavano alla baionetta… I soldati provetti avrebbero fatto altrettanto, uno contro dieci? Avrebbero avuto quel cuore che non apprezza il pericolo perché non lo conosce?... Sì, la guerra del 1860 fu vinta dai fanciulli e dalla incoscienza dei fanciulli.

 

Ancora i giovani, quindi, la giovinezza. Sull’argomento direi proprio che c’è poco da inventare: è tutto scritto, basta studiare.

Ma riprendiamo il filo. Ad accompagnarci durante le riprese del film in Sicilia, fra i numerosi testimoni volontari, ricordo Sabina Di Cristina, architetto responsabile di parte del nuovo allestimento del Museo del Risorgimento di Marsala: ci raccontava di aver speso un anno della sua vita a tentare di mettere ordine fra le carte e le foto dei Mille sbarcati a Marsala e di essersi fatta delle domande in proposito: che ne hai ricavato, le abbiamo chiesto in uno dei dialoghi del film che più ho amato: sorpresa e stupore, racconta, così giovani e così convinti che quella cosa pazzesca fosse possibile.

 

Pochi giorni fa, il 5 marzo 2011, qualcuno s’è ricordato del naufragio dell’Ercole, la nave che esattamente 150 anni fa scompariva dal Tirreno mentre trasportava Ippolito Nievo da Palermo a Napoli con la documentazione contabile della spedizione di Sicilia, che Nievo voleva mettere al sicuro in nome dell’onore suo e del Generale, infangato quell’inverno dalla stampa filocavouriana; mancavano ancora dodici giorni alla proclamazione del Regno e già iniziava una stagione di veleni. Ma questo adesso non m’interessa.

Nievo, come tutti sanno, tre anni prima aveva scritto un romanzo meraviglioso, Le confessioni di un Italiano, che si fosse fatto leggere agli studenti almeno quanto il Manzoni sarebbe stato meglio per tutti. Bene, nel XVIII Cap. il giovane protagonista, Carlino Altoviti, commenta da par suo l’incoronazione nel 1805 di Napoleone a Milano, quella famosa della corona ferrea che Dio me l’ha data e guai a chi me la toglie, ecco, qua c’è tutto Carlino, beffardo e generoso, che rovescia la celebre boutade con Dio m’ha dato una coscienza, nessuno la comprerà.

 

Nel 1859 a combattere contro gli Austriaci al fianco di piemontesi e francesi regolari si arruolarono, insieme a Nievo, circa cinquantamila volontari italiani, giovani in gran parte: mai dimenticarsene, soprattutto oggi che in tanti e con troppa disinvoltura si esercitano a rileggere quegli anni. Anche per la nascita della Nazione, in fin dei conti, così come accadrà dopo l’ultima guerra per la Repubblica, si trattava di mettere al mondo qualcosa di nuovo, senza svendersi la coscienza, roba da giovani.

 

Così, per tornare al 150°, credo davvero che sia meglio occuparsi dei giovani, che sono in minoranza, come a Torino stanno facendo i curatori di Esperienza Italia e, nelle scuole pubbliche, quegli insegnanti che stanno inventando cose bellissime, dai calendari patriottici alle rassegne dei canti risorgimentali, o come ha fatto Maurizio Maggiani con il suo appassionato Romanzo dell’Italia – La leggenda di Garibaldi e Anita raccontata agli italiani distratti, pubblicato dal Secolo XIX di Genova: ho provato a proporlo in classe e vi assicuro che funziona. Perché il Risorgimento non è una storia per vecchi e il nostro vecchio paese, purtroppo, da quell’orecchio non ci sente più.

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