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Il futuro in retromarcia

Diciotto anni fa realizzai un documentario sulla Lega. Si chiamava Lontano da Roma e fu il primo tentativo di descrivere il movimento dall’interno. Bergamasco io stesso, avevo visto nascere e crescere il fenomeno anche tra i miei parenti, e non mi accontentavo delle battute folkloristiche con cui tutto quanto veniva liquidato dai media e – ahimé - dalla sinistra.
Il documentario fu realizzato in modo indipendente, in tutti i sensi. Di conseguenza, fece arrabbiare tutti. In primis i leghisti, perchè descriveva la loro utopia politica come il prodotto di un disagio esistenziale, di uno spirito dei tempi volto alla disperazione più che alla speranza; e poi gli anti-leghisti, appunto perchè non era anti per partito preso, ma considerava il boom bossiano come “cosa nostra”, non aliena.
Ho la presunzione di considerare Lontano da Roma un piccolo, umile classico. Lo si vede ancora spesso e, direi, con un certo profitto. Rimettendomi a lavorare sulla “questione settentrionale” per Piazza Garibaldi, la domanda naturale era: cosa è cambiato da allora? E che riflessioni si possono fare su un movimento politico-ideologico che, tra alti e bassi, dopo quasi vent’anni non solo non è morto, ma sembra vivere il suo momento più forte?
Provo a partire dalla questione della violenza. Conosciamo tutti i toni da caserma di Bossi e dei suoi, il modo minaccioso, offensivo e maschilista con cui trattano, in barba al loro ruolo istituzionale, questioni ed avversari politici. Ma dovrebbe anche essere riconosciuto un fatto oggettivo: in tutti questi anni il leghismo non si è mai espresso sul piano della violenza fisica. Anche le tanto discusse ronde, alla fine, si sono rivelate una bufala. Se pensiamo -a parità di radicalismo verbale – cosa ha invece prodotto la sinistra in termini di violenza agita e subita tra il 1965 e il il 1985, è evidente la differenza. I leghisti parlano, ma combinano poco. Sono evidentemente una forza potenzialmente razzista, ma – nonostante le chiacchiere – lontana da una pratica eversiva. Perchè? Per un semplice motivo. Mentre gli uomini e le donne della sinistra avevano un’utopia progressiva, un “ideale” per il quale si poteva anche morire e uccidere, quello della Lega è un pensiero puramente difensivo, per il quale nessun “ padano” sarebbe disposto a dare la vita, alla faccia delle intemerate di Bossi.
Il leghismo non ha in mente un mondo o un’Italia migliore, difende semplicemente quello che c’è: dai meridionali, dai romani, dagli extracomunitari, dai comunisti.... Esprime il senso di cittadella assediata che è diventata la condizione dei cittadini del nuovo millennio, di ogni singolo italiano, soprattutto al nord, dove si è perso ogni senso di comunità.
Girando Piazza Garibaldi è stato interessante constatare come, rispetto al 1992, la Lega si sia data, rispetto a questo, un’impalcatura “culturale”. Diciotto anni fa un docente della scuola-quadri del partito diceva, nel documentario, “La Lega non ha un’ideologia”. Oggi invece vediamo che l’utopia regressiva e difensiva ha prodotto un apparato ideologico imperniato sull’idea di Padania, automaticamente identificata con la storia, l’identità e la tradizione del territorio.
Uno degli episodi rivelatori di Piazza Garibaldii è l’incontro, in Val Seriana, con i discendenti del famoso garibaldino Daniele Piccinini. I Piccinini-Ligato sono una famiglia storica di Pradalunga, legata alla produzione delle pietre coti, che nell’Ottocento avevano una diffusione internazionale. I discendenti aderiscono totalmente a questa tradizione, continuando l’attività a livello artigianale e perpetuandone, attraverso un museo privato, la memoria. Chi meglio di loro rappresenta il territorio? Eppure, quando l’anno scorso hanno voluto commemorare la figura dell’antenato, il Comune ha richiesto, per contribuire all’evento, che sui manifesti non comparisse la scritta “Capitano dei Mille”. E la serata, quando si è svolta, ha glissato sull’aspetto patriottico di Piccinini, concentrandosi su quello di imprenditore locale.
Succede che quando la storia del territorio si presenta più complicata della semplificazione padanistica i leghisti decidono di rileggerla a modo loro, selettivamente. L’obiettivo, evidentemente, è di costruire un canone del “Passato” che corrisponda a un’idea derivata puramente dal presente.
L’amara constatazione è che la gente del Nord si sta inventando un passato principalmente perchè non è in grado di immaginarsi un futuro.
 

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13 Gennaio 2011