Mi ha sempre colpito che patria non sia un sostantivo, ma un aggettivo, che non si riferisca a padre, ma a terra, a uno spazio dove sono nati gli antenati e dove sono seppelliti i morti. La patria dunque non esiste da sola, ha bisogno di un nome che la sostenga. Nelle parole di Levi si rivela proprio questa insufficienza: per gli ebrei la patria fu quel luogo che credevano proprio e dal quale sono stati divelti. Commuovendosi e sdegnandosi mio padre ricordava un monumento ai caduti ebrei della prima guerra mondiale su cui c’era scritto “alla nostra cara patria”. Per lui la persecuzione era stata soprattutto una viltà, un venire meno all’onore. Quando Levi ricorda che “la maggior parte degli ebrei indigeni in Italia, in Francia, nella stessa Polonia preferì rimanere in quella che essi sentivano come loro patria”, ricorda anche la tragedia di un’illusione, lo stupore di fronte a un comportamento che sembrava incredibile. C’era stato un momento, lo racconta Giacoma Limentani in Scrivere dopo per scrivere prima, in cui un dialogo era stato possibile. Le lettere traHoffmannsthal e Strauss erano la testimonianza di un rispetto reciproco, di un’attenzione consapevole: “un pattinare sul ghiaccio sottile”.La tempesta della Shoah ha confuso i confini. Il vento stordisce, solleva sabbia e polvere, crea spaesamento. Se la Francia è di sicuro la patria di Proust e Praga quella di Kafka, qual è stata la vera patria di Osip Mandel’stam? La Polonia o la Russia? Quale la patria di Paul Celan o di Amelia Rosselli? Rothko è davvero americano? Per questi autori l’unica patria non è forse il linguaggio della poesia, della pittura? Dov’è la terra –come dice Dante nel Convivio- in cui “l’uomo tiene se medesimo”?
Fino a non molto tempo fa, il termine “patria” suonava retorico, morire per la patria ci evocava il massacro in Vietnam. Siamo cresciuti con le parole di Imagine di John Lennon. Come per Lucia Mondella – ma sostituendo il lago di Como con il mare sardo, e le cime dei suoi monti con l’Ortobene – la patria coincideva con il paesaggio, un paesaggio lontano dal Continente, estraneo al Risorgimento, con un dialetto che è a tutti gli effetti una lingua. Eppure, adesso, davanti al nuovo fascismo della lega e alle volgarità della nostra politica, sempre più spesso mi trovo a pensare “patria” anzi “dignità della patria”, sognando di ricostruirla questa dignità, provando a nominarla, l’Italia, senza vergognarmi.

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