Ispica / Paesi e città

“Ispica, Sicilia, sotto il parallelo di Tunisi e Algeri”, canta incerta una voce attorno a un mio video, vanitosa. E s’apre un paesaggio come d’una cartolina rosa che sboccia sbiadita, qualche macchiola qua e là d’unto e di muffa. Lo sguardo si avvicina e ci conduce dentro, verso una collina. Fino a qualche tempo fa - vanitosi! - era leggenda che una celebre canzone si riferisse al paesello - era Spaccaforno -, “Paese mio che stai sulla collina”, cantata dai Ricchi e Poveri, ma si sciusciuliava l’avesse scritta uno spaccafornaro emigrato, e ci piace assai, e ancora, questa increanza popolare.

Ispica è una città che sorge e, a seconda di come ci si arriva, la si raggiunge da tre direzioni diverse, la si racconta e ci si rovescia.

 

Alcuni tentativi di raccontarla, fallendo.

1. Ispica sorge come un incanto in una splendida giornata di sole, uno sboccio di case sopra una collina e tra i vivaci colori d’oggi, così tanto di moda accesi, si mostra bella e ornata di pennacchi delle torri, dei palazzi, delle chiese barocche.

2. Ispica sorge contratta e stretta su se stessa nei giorni bui, quando un manto feroce di nubi la sovrasta minacciosa e l’oscura e si rovescia un inferno d’acqua scuotendola tutta, facendole traballare i pennacchi dei palazzi e delle sue chiese, e la banderuola della chiesa madre girare folle sopra i tetti delle case.

3. Ispica è mondo. Era Spaccaforno ma è stata anche prima, famosa è la sua cava con i suoi insediamenti trogloditici, necropoli.

 

Di questa città le vie sono la cosa migliore, arterie ampie che l’attraversano in lungo e in largo, salgono o scivolano verso le campagne, si sciolgono nella rena, nel mare poi.

 

Una via, Garibaldi, l’ho più volte dipinta. In salita e in discesa. In salita con le sue feste, l’incontro del giovedì santo della Madonna con il figlio flagellato, pesante di sangue rattrappito e oscuro, quando due trombe squillano a lutto e i superbi stendardi si inchinano come a rendere omaggio al dolore di tutti, e i quindicimila esposti per l’occasione stretti, “Colonna, colonna!” gridano selvaggi, di giovedì, e “Croce” o “cruci” di venerdì; la folla strazia, densa, e questo ricorso ebbe inizio dopo il tremolio della terra di Val di Noto del 1693, quando il paese crollò e una testa, si racconta, rotolò nera e all’ingresso della cava si fermò.

 

A Ispica la piazza raccoglie le vie tutte, è il cuore dove sta la sua gente, sempre la stessa, sempre monotona, nessuna vita degna di nota, vite regolate dai ritmi delle stagioni, dalle sue feste e dallo scampanio confortante delle ore battute dal grande orologio che quattrocchi si volge al paese e segna, disegna, i quarti e le ore, il risveglio e la metà del giorno, e che addirittura canta - dopo cinque minuti dalle otto e a mezzanotte - ‘a Cicca & Nina: leggenda racconta d’un canto di due sorelle che, di voce splendide, liete cantavan belle, nel ‘500.

 

Paese di carote. di cave. di cementizio. di feste sante. di cassine. di piccoli alberelli di gelsomini. di tre ingressi. di due rotonde. di conventi due, di splendide chiese. di Palazzo Bruno. del casino. di un B Cool. di un cimitero che lo si può ammirare dall’alto. di mare anche. di pantani anche. di ‘mpanate. di granite con brioche d’estate, potete godere generosamente.

 

Di Ispica si possono individuare tracce anche in alcuni film, e a pagina 109 dell’ultimo romanzo di Nicola Lagioia. Della sua storia basta cercare e vederne qui le bellezze – delle sue cose brutte, grottesche è meglio non parlarne, ma ci sono, confermo io e ognuno può elencarle a suo piacimento.

 

Via Garibaldi l’ho dipinta anche in discesa, accennavo, un funerale lento, ancora una processione, dolce il pendio, e quella discesa scivola come una magia per bellezza, lascia la chiesa di san Bartolomeo in piazza, sfiora la SS. Annunziata in fondo via, poi vira a destra. Lì lascia S. Antonio prima, S. Anna dopo - del Carmine si sente l’odore - e già c’inoltriamo dentro le sue rocce bianche, le sue grotte, la cava, infine la sua terra dolce, il mare, Mediterraneo, dove tutto finisce.

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