Italia spartita

Primo Levi parla di un'Italia di piccole patrie, di terre di nascita e terre di radici. In fondo l'Italia è questa: un patchwork difforme e macchiato di realtà che per millenni abbiamo chiamato comuni, e che oggi chiamiamo province. Ma cosa sta succedendo oggi a questo amalgama? Tante cose ma forse su tutte una in particolare: l'abbandono del sud. Negli ultimi dieci anni (questo nuovo millennio doppiozero), oltre trecentomila persone, ogni anno, sono emigrate dal sud al nord. Andate via. Una città grande come Bologna, o Firenze, o Torino, ogni anno lascia la terra in cui è nata. I numeri dicono che sia pari, come dato europeo, solo alla grande emigrazione del dopoguerra, dove orde di contadini lasciarono i campi per finire a Sesto San Giovanni, Mirafiori, nelle acciaierie o in semplici producibottoni brianzoli.
Negli ultimi anni si è consumata nel silenzio la più grande desertificazione del sud, il più grande svuotamento delle città (più che dei paesi) mai visto in Italia.
Tanto per squadernare un po’ di numeri: Il sud ha perso negli ultimi dieci anni 2 milioni di abitanti in favore del nord, di cui l’80% ha meno di 40 anni. Di questo passo fra soli dieci anni il meridione avrà perso il 20% della sua popolazione, e solo un meridionale su tre avrà meno di 40 anni. Il 50% degli emigrati sono laureati, e l’80% dei laureati a pieni voti sono emigrati.
Una cosa di tali dimensioni, per dire, negli anni 50 ha prodotto una letteratura, una filmografia, una discografia e un dibattito culturale durato decenni, sulla geografia sociale di risulta, che dura fino ad ora. Oggi avviene come sottobosco della nostra vita sociale. Decine di migliaia di giovani senza soldi, accampati come possono nelle periferie di Milano, Torino, Firenze, non hanno nessun diritto e nessuna rappresentanza. E vivono fra stage, contratti precari, e carte di credito prepagate, privi di assistenza medica vera, privi di automobili, contratti di affitto, referenti, aiuti, possibilità e futuro. Lavorano in città il cui costo è sproporzionato alle possibilità economiche loro e delle loro famiglie, attaccati a internet e al computer, come unica possibile riscossa sociale.
È emigrata, appare nei dati, soprattutto la classe borghese (non quella contadina e operaia, rimasta alla malavita), spostando risorse per la prima volta in Italia dal sud al nord: sono emigrate le energie migliori e le risorse intellettuali, sostanzialmente consegnando il sud a un inaridimento civile e culturale di cui gli intellettuali, ora silenti, parleranno fra venti anni.
E se, come è vero, la grande emigrazione del dopoguerra ha raccontato un esodo disperato (la vicenda storica della classe operaia), sarebbe pigrizia intellettuale non rilevare come quella generazione aiutò se stessa nella disperata ma sensata ricerca, in effetti poi esaudita, di un futuro migliore, aiutando le famiglie rimaste al Sud, e persino in qualche modo avvicinando Italie diverse (ricordate il Mimì della Wertmuller?). Mentre quella di oggi appare come una migrazione del declino, in cui i figli di una borghesia oramai impotente e svilita si consegnano, pre-sconfitti, come meri operai di un’economia del terziario.
A me accade sempre, quando torno a Napoli per le festività, andando in giro per bar e contrade, di vedere che la domanda che tutti si fanno una volta reincontrati, molto prima di “come stai?”, è: “Dove stai?”. Una domanda che risuona ovunque, di bicchiere in bicchiere, come l’eco di ogni abbraccio. Sembra che il destino collettivo di una generazione, lì giù, non sia più legato a una condizione di esistenza ma di perdita, di disunità, di lascito. In una bellissima parola, come direbbe Bordonaro, di “Spartenza”.

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