L’unità d’Italia nella letteratura

Termina oggi la nostra Antologia della Letteratura Italiana dedicata al tema dell’unità. Scrivere anche solo una parola in più a proposito della ricorrenza dell’unità italiana, dopo la pletora di pubblicazioni occasionate dal centocinquantenario che, nel corso del 2011, ha gravato sugli scaffali dei lettori più tenaci, rischia di essere solamente superfluo, se non molesto.

 

Ma, a questo proposito, andrà detto che proporre su doppiozero una serie di testi letterari sull’Italia, lungo il corso dell’anno passato, covava anche l’intenzione di mantenere una qualche leggerezza (leggerazza calviniana, ça va sans dire), lasciando che i testi letterari funzionassero per conto loro, senza sovrabbondanti apparati interpretativi, conservando noi per l'appunto una fiducia forse sovrabbondante nella capacità della letteratura di farsi discorso da sé, pur contando naturalmente nella collaborazione irrinunciabile di chi la legge.

 

Tuttavia saremmo reticenti se non ammettessimo, rispetto al lavoro condotto, la persistenza di un’idea fondativa che lo ha tenuto insieme: il fatto che l'Italia sia stata, prima di essere una nazione e ben prima di essere uno stato, un topos letterario, un tema, un motivo, una retorica, un’occorrenza, un'invenzione dei poeti, ci sembra un patrimonio straordinario, un lascito libertario che conserva quasi intatte le sue promesse future. Resta, ovviamente, a chi avrà voglia di continuare a farlo, il compito di ragionare ancora su come questo patrimonio sia stato travisato, utilizzato ideologicamente, corrotto e misinterpretato dagli usi che ne ha fatto il potere. Tuttavia Fazio degli Uberti o Ciro di Pers, insieme ad Alfieri e a Foscolo, a Leopardi e a Manganelli restano là, e con loro tutte le letture che vi si sono posate sopra, a raccontarci chi siamo meglio di uno spot ministeriale o di un mausoleo alla memoria.

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