La bandiera attorcigliata

 

Il 17 marzo 2011 sono stato a Marsiglia. Era previsto un incontro presso l’Istituto italiano di cultura. Sono partito la mattina presto da una Torino in piena ossessione tricromatica –le bandiere ai balconi, gli adesivi sulle vetrine dei negozi, oltre le vetrine i manichini abbigliati in bianco rosso e verde, nei banconi degli alimentari i cibi ugualmente armonizzati a tre colori, e ancora bandierine sparse sui tavolini dei caffè, in cartoleria le penne tricolore, in panetteria le focacce condite con mozzarella lattuga e pomodorini. In Galleria San Federico ho visto anche una cantante con una specie di turbante tricolore, e sulla superficie di una pozzanghera in piazza Carlo Alberto il residuo di cherosene non era al solito iridescente ma di un partecipe oleoso tricolore.

 

Durante il viaggio in treno ho letto Repubblica. Tra una notizia e l’altra comparivano le pubblicità. La maggior parte si collegava esplicitamente all’unità d’Italia. Le ho contate: ventisei su settantasei pagine. I salami Beretta sono fratelli d’Italia dal 1812, Superga è la scarpa degli italiani, Conad ha l’unità d’Italia nel cuore, Trenitalia festeggia l’unità a prezzi mini, Granarolo dice che c’è una storia italiana di alta qualità. Mi colpisce la pagina di Cuki: un’Italia di stagnola increspata e luminosa.

 

Quando rientro vedo che nel piazzale dell’Istituto, oltre il cancello d’ingresso, stanno allestendo lo spazio per una breve cerimonia che – mi hanno informato – celebra i 150 anni e che precederà il mio incontro. Una serie di addetti, uomini e donne, prova a stendere una guida rossa al centro del piazzale e di issare il tricolore in alto sul pennone. Solo che è un pomeriggio ventoso e la guida si capovolge di continuo, la bandiera si attorciglia. Dall’Istituto e dall’adiacente Consolato arrivano altri addetti a dare man forte. In effetti il vento fa del tappeto oblungo una specie di spira di vellutino. Gli addetti lottano come i figli di Laocoonte contro i serpenti di Poseidone, a gambe divaricate provano a fermare il tappeto con i talloni, evitando di sporcare nel mezzo, ma il vento è forte e il tappeto si divincola insofferente. Qualcuno porta del nastro adesivo, quello marrone da pacchi, e per una decina di minuti si cerca di assicurare il tessuto infeltrito all’asfalto che però è troppo poroso, l’adesivo non ce la fa. Dunque si prova con chiodi e martello. Mentre alla spicciolata arrivano gli invitati alla cerimonia, nel piazzale schioccano le martellate, i chiodi si spaccano contro il cemento ma la determinazione è tanta e finalmente qualche chiodo riesce a penetrare la stoffa e a mordere la pietra. Intanto la bandiera viene tirata giù, srotolata, issata nuovamente. Arriva la banda di Marsiglia, è azzurra e bianca, si dispone, la cerimonia comincia. Prima l’inno nazionale francese, poi quello italiano. Il tentacolo ammansito della guida rossa se ne sta lì, al centro del piazzale, a separare musicisti e pubblico. Nessuno lo percorre, non c’è mai un momento in cui qualcuno si azzarderà a calpestarlo. Quando la musica cessa il console dice qualcosa ma il vento spazza via la voce, poi indica l’ingresso del Consolato e ci si avvia verso il rinfresco.

 

In fondo, mi dico, è andata bene. Perché se proprio devo pensare a qualcosa come a un’identità – non semplicemente italiana bensì umana – allora credo possa somigliare a ciò che ho visto. Non alla cerimonia, al tentativo formalizzato, alla ritualità prescritta (per quanto ironicamente e meravigliosamente disfatta dal vento), ma al suo allestimento, ai preparativi, a tutto quel lavoro al contempo serio e giocato che si è sviluppato tra ipotesi, tentativi, errori, battute, scherzi, gente che arrivava a dare aiuto, la piccola giostra di azioni utili a stabilizzare la guida e la bandiera, il desiderio impossibile di contrastare il vento.

 

L’identità che riesco ad accogliere – penso, mentre all’interno del Consolato si beve e si mangia, fuori la bandiera si è di nuovo attorcigliata al pennone e il tappeto si scuote nervoso svellendo i chiodi dal cemento – non è un tessuto intatto, sempre uguale a se stesso, imperturbabile, come la retorica istituzionale indurrebbe a credere. L’identità che accolgo è una cosa che trema. Per essere viva, per essere fertile e reale, deve poter vibrare. Ingenuamente cerchiamo di definirla, di trattenerla, di costringerla allo stato solido. Poi a qualcuno scappa da ridere perché il vento è anarchico, serenamente irrispettoso e anti-istituzionale, e nel momento in cui ride ha ragione perché l’identità è questo: una gola che trema.

 

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