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La Busa / Paesi e città

Per il suo apparire improvviso tra le catene di montagne, la pianura che corona a nord il lago di Garda viene chiamata, con voce dialettale, Busa, Buca. La continuità dell’abitato e delle coltivazioni ha reso, nel corso degli anni, sempre più insensibile il passaggio tra i territori dei diversi comuni della Busa, e non è escluso che tra qualche decennio la pianura non diventi la sede di un’unica grande città. Ricordo che quand’ero bambino un signore mi fece più o meno questo stesso discorso, mentre guardavamo la Busa dall’alto, e mi disse che quella città avrebbe unito sotto di sé Torbole e Riva del Garda sulla riva del lago, e Arco più all’interno; mi disse anche il nome che avrebbe avuto quella città, ma l’ho dimenticato. Eravamo seduti sui gradini di una chiesetta e vicino a noi c’erano delle bombe disinnescate, il vento era forte e io pensavo che se mi fossi lanciato giù sarei atterrato nei campi senza farmi nulla.

Nella stagione secca, sopra la pianura si solleva un pulviscolo che rende i contorni più indistinti, come se il paesaggio fosse il disegno sull’ala di una farfalla, e verrebbe quasi da grattare via il colore per vedere la cartilagine trasparente.

 

Un altro nome, più antico, del lago di Garda è Benaco, “Cornuto” in lingua celtica, non so se per le montagne che lo circondano come una cresta di corna, o per la sua forma allungata, proprio come il cranio di un unicorno. In Irlanda Garda è il nome del corpo di polizia.

Il luna park arriva in novembre, a Riva del Garda, e dalla finestra di camera mia vedevo un gardino, e in mezzo agli alberi dondolare il barcone dei pirati, con le lampadine intermittenti, il suono dei fischietti e i pupazzi con le gambe di legno e le bende sugli occhi. Quando ero sdraiato vedevo solo le cime degli alberi e il pennone del barcone che ci dondolava attraverso.

 

Un racconto di Bernhard parla di un uomo che viveva a Riva del Garda ed era innamorato di una grossa bambola, come Chagall. Le faceva fare delle gite sul lago con il motoscafo. Anche Kafka, e anche Sebald, hanno messo Riva del Garda nei loro racconti. Da bambino, tutti i turisti che venivano a Riva del Garda per me erano “i tedeschi”, e a volte “i tedeschi di merda”, e la prima volta che ho visto una fotografia di Sebald ho pensato che la faccia era proprio quella di un amante del windsurf. A Riva del Garda hanno intitolato una via a Kafka; è una via dall’apparenza insignificante, un semplice collegamento tra la città e l’acqua.

 

La Busa è perfettamente piana, quasi una solidificazione del lago, e i due unici corpi che ne interrompono la linea, il monte Brione e il castello di Arco, sembrano oggetti caduti di tasca a un gigante. Il monte Brione è come un immane spicchio di mandarino, mentre il castello di Arco, così attorcigliato ad una roccia a strapiombo, ricorda l’avanzo fossile di una qualche stella marina mutante. Nei dintorni di Arco e del castello ci sono molte rocce buone per arrampicare; a forza di essere toccati, alcuni appigli sono diventati scivolosi, come gli scalini dei palazzi antichi.

Senza colore, le ali delle farfalle sembrano ragnatele di Latrodectus.

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