La Milano-Sanremo: oltre la diade unità/disunità?

Cosa può dire, circa la questione unità/disunità d’Italia, una corsa ciclistica come la Milano-Sanremo? Forse poco, forse nulla. Del resto, nessuno sa che cos’è l’Italia: possiamo solo de-scriverla, mostrarne il funzionamento e le antropologie, le geografie o le topografie. La Milano-Sanremo può essere, credo, una forma di discorso sull’Italia, a metà strada fra l’indiretto simbolico di una narrazione e il godimento diretto, prelogico e icastico, di un’evidenza plastica. Ce lo dicono i suoi percorsi, i suoi attraversamenti, i suoi incantesimi, e quindi le sue logiche invisibili, sempre oscillanti fra l’elemento fisico e l’elemento del racconto, e dunque del sogno.

Si tratta di prolungare la corsa sino al punto limite, per così dire, di lasciarla parlare. Ma buona parte del suo senso è contenuto nel piccolo segno grafico, il trattino che unisce/disunisce Milano, da una parte, e Sanremo, dall’altra. Due nomi, due polarità simbolico-geografiche: la corsa si produce proprio nella separazione, nella distanza – 298 chilometri – e quindi nel distanziamento reale di queste due polarità.

 

1946. Coppi in fuga  

 

Il problema Italia ha a che fare anche con questioni molto elementari, quali: in che modo collegare Milano a Sanremo? Il che significa immediatamente: quale forma topologica o geografica prenderà quel trattino, quale scrittura sulla mappa o sul territorio? Ogni corsa ciclistica è un segno grafico, trait d’union fra due città. Un sospetto: che l’Italia possa essere concepita come sommatoria di percorsi, di corse, di tracce topografiche? Una risultante di grafismi, virtualmente infiniti, che congiungono campanili, coste, vette, fiumi e campi, e una continua ri-significazione delle proprie singolarità, cioè delle varietà e degli attraversamenti, delle linee di scrittura sopra la sua carta (d’identità?) geografica? Ognuno può divertirsi a fare, disfare, cucire immaginari percorsi, come in una favola di Gianni Rodari, e annodare invisibilmente i fili del tessuto-Italia. Geografia e invenzione.

 

Innanzitutto, allora, va detto che, nel caso della Milano-Sanremo, tale segno grafico è lunghissimo: 298 chilometri e 7 ore di gara. Un dato che, da solo, trasfigura la corsa, la quale diviene dapprima un correre senza fine, e poi il simbolo della lunghezza eccessiva, o dell’eccesso stesso della lunghezza. Il ciclista prende parte a tale sospensione dello spazio e del tempo, gettato in un buio autistico senza speranza. Ma così, una pedalata dopo l’altra, suo malgrado e passivamente rapito dall’automatismo, il ciclista – e, insieme, la sua finzione: non dico altro – diviene il vettore scrivente della corsa. Dal centro logico-produttivo del nord, Milano, chilometri di grafie si irradiano verso il sud, generati dalle centinaia di colpi di pedale che cigolano nella spianata pavese e rilanciano il gruppo. Esso varca il Po, sul piccolo ponte di Mezzana, proseguendo quindi nella campagna fra Voghera e Novi Ligure, facendosi via via più nervoso nell’avvicinamento al Turchino, prima della discesa sul lungomare ligure. E mancano ancora 150 chilometri.

 

 

                                                                                   

Arrivo: 1946 Coppi; 1975 Merckx, secondo Moser 

 

Più che una corsa, la Sanremo è una perfetta drammaturgia, che vanta almeno due autori: l’uomo e la natura. Diluisce le salite nella lunghezza e nel tempo; sfinisce l’atleta seducendolo. Lo svuota irreversibilmente con l’inganno della facilità. Soltanto in quella manciata di metri finali, tanto conosciuti quanto interminabili, in un lampo tutto riaffiora, come in un giallo psicologico. Ma è troppo tardi. Il rettilineo da cartolina, fra le palme, è il perfetto riassunto della Sanremo perché, si sa, è una corsa che sembra facile, ma che, alla fine, soltanto i grandi campioni riescono a vincere. Merckx, sette volte, Girardengo sei.

 

Questa corsa scrive e mostra un passaggio: quello dall’inverno alla primavera. Dopo la partenza nelle brume del nord – densità padana che silenziosa penetra i corpi – si sale adagio, sul Turchino, ancora nella rarefazione del letargo. Poi, tutto a un tratto, il gruppo scollina: è allora che cambia la luce, e cambia la corsa. Si spalanca il Mediterraneo, e acceca. Il profilo roccioso indossa un collier di piccole ruote, ornamento meccanico della natura ligure, aspra e preistorica. Il gruppo sibila lungo l’Aurelia, nell’aria solare. Là in fondo, il mare. Va in scena l’enigma degli elementi (sole, vento, roccia, mare) e dell’uomo fra questi elementi, tramite il rituale delle immagini ripetute, attese e tuttavia sempre nuove. Differenza nella ripetizione: essenza del ciclismo. Per lunghi minuti, anzi per ore, il gruppo serpeggia fra ulivi e limoni, fra ascese e dirupi. Cosa va in scena? Il prodigio del sinolo immagine-natura, ri-presentazione della divina indifferenza – sono i luoghi di Montale – entro la quale il ciclista sfiora in curva un rovente muro d’orto, lasciando a sinistra il mare, poi la roccia, e più su la nuvola, e il falco alto levato.

 

 

Galleria del Turchino; ponte sul Po

 

Ma solo al termine di queste chicanes, visuali prima ancora che ciclistiche, si produce l’immagine più incredibile. Penso, cioè, alla telecamera fissa, posta dietro al traguardo, e dunque fuori dalla corsa e dal tempo storico. Contrappunto inimitabile – alla sinuosità subentra la stasi irreale del rettilineo di Sanremo – e tipico italiano: quanti rettilinei risolvono improvvisamente un gomitolo di strade, se non, talvolta, un intero paesaggio? Qui è Roma che firma, e rende visibile il suo retaggio geneticamente topografico, il segno retto – ottuso e razionale al contempo – innestato sul disordine che lo precedeva. Proprio come l’antico popolo dei Liguri precedeva quello romano. Nel rettifilo di Sanremo, dunque, tutto si annulla e un’altra corsa s’invera. La fontana sullo sfondo, la nuvola umana del pubblico – fuori fuoco – e poi, dopo attimi che sembrano non finire mai, quel nodo in gola: un drappello di sagome buca la scena, poi s’ingrandisce, sempre di più, e ci viene incontro, palpitante forma che muore sulla linea bianca, in un soffio.

 

Lo scollinamento del Turchino

 

Altre volte qualcuno arriva da solo. Fausto Coppi, dopo una fuga solitaria di quasi 150 chilometri, vinse con 14 minuti di vantaggio sul secondo (non è Bar Sport di Stefano Benni, ma pura cronaca). Nicolò Carosio, in quell’occasione, annunciò alla radio: “primo Fausto Coppi, e in attesa degli altri corridori, trasmettiamo musica da ballo”. Era il 19 marzo 1946, l’Italia usciva dalla guerra – forse non a caso pedalava e, talvolta, ballava – e, appena tre giorni prima, Umberto di Savoia firmava il decreto sul referendum istituzionale popolare, quello per scegliere fra monarchia o repubblica.

Coppi staccò tutti sulle rampe del Turchino, decidendo di uscire solitario dal buio della galleria, il suo corpo-carena proteso verso il mare e il sole. In quell’uscita dal buio, si lasciava dietro non soltanto i rivali, fra cui Bartali, ma anche le ombre della guerra. Mi piace pensare che il genio inconsapevole di Coppi ci stesse indicando il Turchino come snodo sportivo, ma soprattutto simbolico, di un passaggio.

 

La Milano-Sanremo ci parla di quella X – al secolo, l’Italia – come nessun’altra corsa, tramite il suo carattere morfo-logico, cioè tramite una scrittura in cui il sincretismo di geografia e immagini trova una propria forma (morphé) logica. Esistono molte altre corse sparse per l’Italia, sparse come lo è, in fondo, l’Italia nell’Italia. Ciascuna scrive un proprio arabesco. Il giro di Lombardia, il giro del Veneto o quello dell’Emilia, sono tutte corse magnifiche. Così come quelle che oggi non esistono più, come il giro di Sicilia, combattuto fra le polveri e l’incanto greco dei templi, e quelle che muoiono, come la più antica, la Milano-Torino (prima edizione, 1876: partirono in 8, arrivarono in 4). Ogni corsa è uno spostamento di accento nell’attraversamento dell’Italia. Ma nessuna, mi pare, esprime il senso violento del passaggio come la Sanremo. In un ideale inventario degli attraversamenti, forse può avvicinare il binomio della ‘Milano-Sanremo’ quello della ‘Tirreno-Adriatico’, corsa che offre notevoli scollinamenti e inattesi spettacoli naturali; ma il verticale ­– l’ascesa – è neutralizzato dall’orizzontale, dal piano del ‘da mare a mare’. E poi è una corsa a tappe, che tutto stempera, un po’ come accade, sebbene in questo caso il confronto sia più complesso, con la signora delle corse: il Giro d’Italia.

 

   

Il gruppo serpeggia lungo la via Aurelia, fra gli elementi: mare, roccia, vento, sole 

 

Il Giro espande gli spazi e i tempi scenici. Scrivendo tutto – pangrafismo di monti e pianure, grandi città e piccoli borghi senza nome – riunifica le fratture italiche e tende a riassorbirle in sé. In ciò è consolatorio. La Sanremo no: amplifica le differenze. Il Giro prolunga tutto: le strategie, i percorsi, le pause, comprese le notti insonni dei ciclisti, fra un capitolo e il successivo del suo romanzo a puntate. La Sanremo, al contrario, condensa e non dà tempo, e coglie il carattere contraddittorio propriamente italico, rimettendo totalmente in questione la logica stessa della scelta fra unità e disunità: la disunità, ci dice e ci mostra, è nel cuore dell’unità italica.

Lo snodo, narrativo e simbolico, è allora in quel tratto che unisce e separa, sinossi di una differenza, colta in apnea, nella scrittura – la cui grammatica è ciclistica, ma la cui natura è onto-geo-grafica – di una discontinuità, quella che già Coppi ci suggeriva sul Turchino-spartiacque, e declinabile come nord-sud, nebbia-sole, placida coltivazione dei campi-veemenza degli elementi, e in molti altri modi.

 

 

Del resto che cos’è l’Italia, se non la fragilità di un ‘appena’? Peninsula, dunque: ‘appena isola’, corpo a stento unito alla terra. Penisola, ma non nel senso esibito dal greco chersoneso, che risolve il problema nel troppo semplice accostamento fra chersos (terra asciutta) e nēsos (isola), bensì nella tensione del latinopeninsula: quasi isola. L’Italia è terra circondata dall’acqua, ma che rimane aggrappata al continente per mezzo di un istmo. L’Italia è tutta, e da sempre, nella poesia del quasi, che spalanca l’abisso di una minaccia mortale, di un autoinghiottimento nella propria evanescenza.  

 

 

La Milano-Sanremo scrive la forma fondamentale che sta alla base dell’essere-italici, cioè l’istmo, prolungamento improbabile del continente nel mediterraneo. Tale istmo è sempre in pericolo: alternativamente può essere sommerso dalle acque, oppure può essere interrotto, da noi uomini. Nelle logiche caotiche della storia umana e geologica, resta questo passaggio sul Turchino, questo cambio di versante, che, tramite la corsa ciclistica, ogni volta, richiama inspiegabilmente il versante complementare. Ciò che è rilevante è appunto la complementarietà: né soltanto Padus, né soltanto forza degli elementi.

Il lembo, che unisce ciò che qualcuno vorrebbe isola, è quasi nulla, ma c’è. E resta, resiste.

 

E pensare che verso la fine degli anni Settanta, in leggero anticipo rispetto al diffondersi della vague decostruzionista, c’è stato anche chi ha riflettuto sulla possibilità di decostruirlo, il Turchino, anzi di distruggerlo per davvero. Piero Diacono, tranviere di Milano (a suo modo nel solco della grande tradizione di inventori italici), durante una trasmissione televisiva suggeriva l’ipotesi, con tanto di progetto e calcoli, di radere al suolo il passo del Turchino, al fine di “aprire una finestra in Val Padana” e, così, risolvere il problema della nebbia.  

 

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