Leonardo Sciascia / Identità italiana

Perdita dell'innocenza dell'Italia democratica, inizio della fine della prima repubblica, allegoria della nazione: in via Fani, quel giorno di marzo del 1978, più che un crimine, sembra essersi compiuto il destino di un paese. Ne ebbero contezza immediata e precisa, quasi istintiva, alcuni scrittori: In questo stato di Alberto Arbasino, L'affaire Moro di Leonardo Sciascia, - libri che, oltretutto, sul 'caso Moro', muovono da posizioni assai difformi e pervengono a conclusioni altrettanto divergenti – vanno letti per comprendere chi siamo e come lo siamo diventati.
Se il sequestro e l'uccisione del presidente democristiano sono ferite che lacerano e infettano il corpo sociale, l'abnorme distorsione del discorso pubblico che avviene durante la prigionia, per lo scrittore siciliano, è piuttosto il sintomo drammatico di un tralignamento irreversibile del tessuto civile. E della definitiva degenerazione delle sue cellule, corrotte da mali antichi e persistenti.

Il giorno stesso del “Prelevamento”, l'onorevole Ugo La Malfa, leader del Partito Repubblicano, dichiara: “È una sfida allo stato democratico. Bisogna reagire accettandola”. La retorica nazionale, antica brace sotto la cenere, torna a divampare. “Il paese accetta la sfida” ne è, nei titoli dei giornali, la sintesi: tragicomica sintesi, a rivederli quattro mesi dopo e nel bilancio di un solo brigatista arrestato: quel Cristoforo Piancone che la guardia carceraria Lorenzo Cotugno riuscì, prima di abbattersi colpito a morte, a ferire.
Una delle tante ondate di retorica raggiunge e coinvolge la signora Eleonora Moro. Le viene attribuita la frase - da eroica donna dell'antica Roma e a segno “che l'antiquo valore ne l'italici cor' non è ancor morto” - “Mio marito non deve essere barattato in nessun caso”. La signora Moro declina un tanto onore, smentisce. Ma l'apocrifo è da imputare soltanto al divampare della retorica? Non comincia proprio da lì, da quel momento, da quel falso, il giuoco dell'intransigenza, della durezza? Comunque: che muova da impeto retorico o da freddo e spietato calcolo, il tentativo di fare di lei una Volumnia – contro quel Coriolano che, chiedendo di essere riscattato, poteva diventare Moro – la signora Eleonora Moro prontamente lo respinge. Ma una frase così “bella”, e soprattutto così utile, non bisognava farla dimenticare: e non potendo, per la decisa smentita, continuare ad attribuirgliela, si disse che la donna era ben degna di quella frase non detta, che ne era all'altezza, che quella frase era “sottintesa nella grande dignità civile del suo comportamento”. Atroce mistificazione, tra le tante che si disegneranno sull'affaire e vi si compenetreranno a renderlo più atroce.


(Leonardo Sciascia, L'affaire Moro, in Opere 1971-1983, a c. di C. Abroise, Bompiani, Milano 1989)

 

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