L'Italia è meglio disunita

commentato da Marco Belpoliti

Auguste Comte leghista? L’interrogativo è provocatorio, ma non troppo e ci serve ad attirare l’attenzione su un aspetto particolare della sua opera di filosofo dedicato all’Italia e alla sua disunità politica. Questo articolo-saggio di Claude Lévi-Strauss pubblicato nel 1994 in traduzione italiana ci fa riscoprire infatti un aspetto dell’opera di Auguste Comte, il fondatore del positivismo, poco nota e per noi molto interessante. A metà dell’Ottocento il filosofo francese cominciò a dedicare all’Italia uno spazio sempre crescente nei suoi scritti; l’idea di fondo è che il nostro paese appariva ai suoi occhi più vicino al Medioevo, intesa come epoca di grande religiosità, rispetto alle altre nazioni europee. Come scrive Lévi-Strauss quello che a noi appare come un difetto, il particolarismo politico – la divisione dell’Italia in stati e staterelli – è per Comte invece un pregio. Nella sua visione d’insieme, visione complessa e articolata della nuova organizzazione culturale, sociale e politica portata dal progresso scientifico e tecnologico, che Comte chiama “filosofia positiva”, un posto essenziale avrà la nuova religione dell’Umanità. Alla base del suo sistema c’è la famiglia insieme all’Umanità, ideale a cui tende tutta la sua filosofia negli Opuscoli di filosofia sociale; ma tra famiglia e Umanità s’interpongono delle istituzioni intermedie che Comte chiama “patrie”: associazioni libere, durevoli, fondate sulle diversità locali e costituite da comunità rurali e comunità cittadine che vivono vicine. Il filosofo è contrario agli Stati; li interpreta come l’effetto dei conflitti politici dell’ancien régime. La divisione in piccole comunità è dunque per lui un vantaggio, e non un difetto. In questa visione incide notevolmente anche la lettura di Dante, eretto da Comte a vera e propria guida spirituale e letteraria, come ci spiega Lévi-Strauss. Quella di Comte è una visione eccentrica, e tuttavia ci aiuta a riflettere. Nella lettura della Storia – una storia allora ancora in corso, dato che l’unità italiana non si era ancora realizzata – esiste anche la possibilità di pensare in modo differente gli avvenimenti passati, di ripensarli attraverso idee o categorie differenti. L’unità italiana è un dato incontrovertibile ed essenziale, da cui non possiamo prescindere, tuttavia ci è possibile pensare la nostra identità nazionale in modo diverso, e ripensare la nostra storia particolare con un’altra ottica. Le differenti identità che abitano la nostra penisola sono un valore che è ancora tutto da scoprire andando al di là della diatriba su unità o disunità. Un atteggiamento culturale e politico per nulla leghista, così come Comte non è arruolabile per i suoi ragionamenti e convinzioni nelle file del separatismo nordista. Lévi-Strauss ci sollecita a sapere, pensare e capire. 

M. B.


 

Auguste Comte, il fondatore del positivismo, consacrò all’Italia uno spazio via via sempre maggiore nel proprio sistema filosofico, nella misura in cui la filosofia della scienza perdeva ai suoi occhi di importanza di fronte alla necessità di instaurare una nuova religione; ma sicuramente l’idea religiosa, capace, essa sola, di disciplinare il progresso per mezzo dell’ordine, non fu mai del tutto assente dal suo progetto. All’inizio, Comte aveva immaginato di organizzare la sua chiesa, dandovi la precedenza, dopo la Francia, alle nazioni germaniche, in cui il protestantesimo e lo spirito del libero esame avevano favorito lo sviluppo del pensiero razionale. Il Grande Sacerdote dell’Umanità avrebbe dovuto risiedere a Parigi, assistito da un Collegio composto da otto francesi, sette inglesi, sei tedeschi, cinque italiani e quattro spagnoli. Gli italiani avrebbero rappresentato, rispettivamente, il Piemonte, la Lombardia, la Toscana, lo Stato pontificio, il Napoletano. Meditava poi scriveva di getto. Questo progetto è ricapitolato nel primo tomo del Sistema di politica positiva, pubblicato nel 1851 e scritto nei mesi immediatamente precedenti (Comte, infatti, aveva l'abitudine di pubblicare i suoi scritti immediatamente dopo averli redatti: meditava a lungo, poi scriveva in un solo getto e non si rileggeva): alla vigilia dunque dell’avvento di Cavour. Da questo momento, però, Comte cominciò ad annunciare un progetto diverso. Nel quarto ed ultimo tomo, comparso nel 1854, egli spiega che il protestantesimo, il quale ha prodotto la nascita della filosofia dei Lumi, ha tuttavia contribuito ad incatenarla nello stadio del pensiero metafisico. Inoltre, sul piano politico, il protestantesimo, incapace per la sua essenza di generare un potere spirituale, ha messo la religione sotto l’egida del potere temporale, come si è visto in Inghilterra, con la Chiesa anglicana e, in Germania, negli Stati protestanti. In realtà, agli occhi di Comte, la separazione dei due poteri, lo spirituale e il temporale, fu il più importante conseguimento del cattolicesimo medievale, e dunque la religione dell’Umanità avrà come primo compito quello di ristabilirla. A questo riguardo, i popoli occidentali rimasti al riparo dal protestantesimo, i quali meglio degli altri hanno preservato "la felice cultura del Medioevo", saranno anche quelli che meglio potranno ricostituire l’ideale di nazioni indipendenti dal punto di vista temporale "ma collegate sul piano spirituale dall’aspirazione ad una aggregazione liberamente consentita". Nell'evoluzione storica dell’Occidente, la tappa del negativismo protestante, nelle cui secche si sono arenate la Germania e l’Inghilterra, o anche quella del deismo voltairiano che lo ha rimpiazzato in Francia, non erano affatto inevitabili. L’Italia, e anche la Spagna, potranno agevolmente superarle, così come la Francia ha superato il calvinismo. Compensando l’apparente ritardo, i meridionali passeranno direttamente dal cattolicesimo al positivismo. La religione dell’Umanità, liberata dallo spirito teologico e dalla fede nella rivelazione, sarà un nuovo cattolicesimo, nel senso etimologico del termine, di vocazione all’universalità. In conseguenza di queste considerazioni, nel sistema comtiano, l’ordine di precedenza tra le nazioni cambia. La Francia resta preminente, ma l’Italia viene ora al secondo posto, seguita dalla Spagna, poi dalla Gran Bretagna, con la Germania per ultima. Attorno al Pontefice dell’Umanità, ogni Paese sarà rappresentato da un Superiore nazionale; vi saranno poi altri tre delegati (non previsti all’inizio) per le "espansioni coloniali dell’Occidente". L’Italia assume così la precedenza sulla Spagna, proprio perché la sua inferiorità militare, risultante dalla mancanza di unità politica, l’ha salvaguardata pura da ogni tentazione di colonialismo. "Spesso oppresso, il popolo italiano non si fece mai oppressore", mentre i popoli iberici conservano ancora, del passato di colonizzatori, una disposizione oppressiva, che forse, secondo Comte, potrebbe un giorno turbare l’armonia del mondo occidentale. La mancanza di unità politica è dunque, per contro, tutta a vantaggio dell’insieme degli Stati italiani. Comte si dice convinto che l’aspirazione all’unità nazionale, così viva in questa prima metà del XIX secolo, si limita a coinvolgere i soli letterati - noi diremo oggi i ceti intellettuali - e non ha radici popolari. Il positivismo libererà l’Italia dal giogo austriaco; ma, ottenuto ciò, non darà ascolto alle "guide spirituali del popolo, le quali non hanno cessato di rimpiangere l’antico dominio e anche di sognarne il ritorno universale". Con più di un secolo di anticipo, Comte prevedeva dunque quali avrebbero potuto essere le conseguenze future, in Italia e in Francia, dell’esacerbarsi del sentimento nazionale, simili a quelle che egli stesso aveva visto verificarsi in Francia, sotto la dittatura napoleonica, scaturita dagli ardori nazionalistici della Rivoluzione. In Italia, l’aspirazione all’unità nazionale sarebbe stata dunque un’aspirazione retrograda, ancora peggiore delle aggregazioni posticce che in quel periodo (nel 1850, non dimentichiamolo) davano spettacolo: "Soprattutto quelle il cui nome molteplice indica esplicitamente l’eterogeneità, e specialmente nel gruppo confuso che riunisce, al nord, cinque Stati incompatibili". Comte, in realtà, è profondamente ostile agli Stati. Egli vi vede il prodotto di un bellicoso ancien régime che prima dell’avvento della scienza positiva, "non poteva intraprendere la conquista di un mondo che sembrava tanto invincibile quanto inesplicabile, e in cui ogni associazione parziale si sforzava soprattutto di sottomettere le altre". La nuova religione avrà certamente bisogno che tra le famiglie e l’Umanità si interpongano alcune istituzioni intermedie, che si potrebbero chiamare "patrie". Comte le concepisce come associazioni libere e durevoli, molto meno estese degli Stati, fondate sul rispetto delle diversità locali, e costituite, ognuna, sulla base dello spontaneo radunarsi delle popolazioni rurali attorno ad una città preponderante. Questa, del resto, era la situazione prevalente nel corso del Medioevo, e che l’Italia ha saputo, meglio di altri, preservare. La Francia darà l’esempio agli altri La Francia darà l’esempio agli altri Paesi. Promuoverà il proprio smembramento e si sfalderà in diciassette piccole repubbliche. L’Europa occidentale ne conterà settanta e l’insieme del pianeta cinquecento, ognuna composta in media da trecentomila famiglie, e dunque dello stesso ordine di grandezza, della Toscana, della Sicilia, della Sardegna. Comte, in questo, si rivela profeta. Qui e là, in Europa, si osserva infatti, oggi, una spinta verso rivendicazioni minoritarie, una esasperazione dei particolarismi che, almeno in alcuni casi, è già sfociata nello smembramento degli Stati. L’Italia si accosta maggiormente, secondo Comte, a quella situazione ideale della società umana, proprio perché, attorno al 1850, vive ancora in un regime di disaggregazione politica. Se riuscirà a far prevalere lo sviluppo intellettuale e morale rispetto alla rivendicazione politica, essa potrà, meglio dei popoli settentrionali, passare direttamente dal cattolicesimo al positivismo e ricostituire tutte quelle condizioni che caratterizzarono la società del Medioevo. Ora, prosegue Comte, queste condizioni erano determinate più dal sentimento che dalla ragione, scaturendo essenzialmente da assunti di ordine morale. Non a caso, proprio sul piano sentimentale e morale, il genio italiano afferma ancor oggi la propria preminenza. Comte riconosce all’Italia, come merito, il fatto di aver sempre anteposto l’arte alla scienza. Dimostra perfino di nutrire un vero e proprio culto verso colui che chiama costantemente "l’incomparabile Dante", in parte, senza dubbio, per ragioni di carattere essenzialmente intimo e personale: l’amore platonico che per Clotilde de Vaux, da lui fatta assurgere, dopo la morte prematura, al rango di "madonna" della religione positivista, riproduce ai suoi occhi, al di là dei secoli, quello di Dante per Beatrice, di Petrarca per Laura: "Proprio attraverso le donne - dice -il positivismo potrà penetrare in Italia e in Spagna". Da sette anni, scrive nel 1853 (questa affermazione ci riporta al 1846, anno della morte di Clotilde), egli legge ogni sera un canto di Dante; poiché il Pontificato della religione dell’Umanità avrà la sua sede in Francia, gli altri Stati dovranno rinunciare al possesso nazionale dei nobili resti: destinato ad essere "meglio onorato nella sede principale della religione universale", il feretro di Dante, già rapito da Ravenna a Firenze, sarà trasferito a Parigi. Inoltre, affinché la religione positiva possa estendersi all’intero pianeta, bisognerà dotarla di una lingua comune, necessariamente fondata su una elaborazione popolare: non una lingua artificiale, ma una lingua già esistente, che sarà oggetto di un’approvazione unanime. Quale lingua potrà rispondere a questa esigenza, se non la lingua italiana, che la poesia e la musica hanno meglio illustrato e coltivato, nata dal seno della popolazione più pacifica e più "estetica", la sola che si sia mantenuta pura da ogni forma di colonizzazione? Le cinque lingue occidentali Il positivismo compirà dunque la fusione delle cinque lingue occidentali - francese, inglese, tedesco, spagnolo, italiano - "sotto la presidenza della più musicale". La lingua di Dante e di Ariosto, consacrata ulteriormente dalle necessità di culto dell’Umanità, sarà dunque la lingua universale. Insomma: se Comte fosse riuscito ad attuare i propri fini, nelle riunioni internazionali, si ascolterebbe oggi parlare italiano, invece che anglo-americano. Con la propria lingua, l’Italia porterà inoltre un contributo determinante al nuovo ordinamento mondiale: essa sola potrà fornire un complemento estetico concreto al culto dell’Umanità. Toccherà infatti a un italiano di genio, preventivamente convertito al positivismo, l’incarico di comporre una epopea, un grande poema che celebrerà il compimento della rivoluzione occidentale, di cui "l’incomparabile componimento di Dante istituì i fondamenti". Il poema sull’Umanità, che Comte si confessa incapace di scrivere, dovrà tuttavia ispirarsi alla "crisi cerebrale" che egli stesso attraversò durante la giovinezza. Ne risulterà un progresso decisivo, rispetto all’opera dantesca. Quest’ultima, semplice escursione attraverso diversi livelli, presenta un carattere statico, poiché traduce una visione. Comte, al contrario, fornirà la materia di una esperienza vissuta. Durante la follia giovanile, egli percorse infatti un cammino inverso rispetto a quello che l’umanità compì nel corso della propria storia, regredendo dallo stadio positivo a quello metafisico, poi a quello politeista, fino allo stadio del feticismo. Dopo questa discesa, durata tre mesi, egli, in cinque mesi, risalì progressivamente la china. Questa opposizione dinamica detterà la strutturà del poema, che comprenderà tredici canti: il primo, preliminare, esalterà l’integrità "cerebrale"; i tre seguenti saranno consacrati alla discesa, dal relativo all’assoluto, del pensiero "che aspira costantemente all’armonia senza poterla mai raggiungere". Gli otto canti successivi mostreranno cuore e spirito che risalgono a poco a poco verso l’unità positiva; il tredicesimo "idealizzerà" l’esistenza ridivenuta normale. Attraverso una simile produzione, il genio italiano compirà la propria missione, al tempo stesso intellettuale e sociale, di cui la religione positiva fa risaltare il carattere poetico più che filosofico: sintesi che "il più estetico tra tutti i popoli" avrà l’incarico di realizzare. Il posto eminente attribuito all’Italia, alla sua arte e alla sua lingua, chiarisce uno degli aspetti più significativi del pensiero comtiano. Comte ha concepito il progresso secondo tre fasi di sviluppo, che conducono successivamente l’umanità dallo stadio teologico allo stadio metafisico a quello, infine, positivistico; ma, all’interno del suo pensiero, uno stadio non abolisce quello che lo precede. Sebbene compia un salto decisivo, ogni fase, e soprattutto l’ultima, recupera e prende in carico quel che costituiva la ricchezza degli stadi anteriori. Proprio perché l’Italia e, a un minor grado, la Spagna hanno conservato alcuni tratti arcaici, esse potranno mettere al servizio dello stadio positivo una ricchezza affettiva che questo, da solo, non saprebbe produrre. Comte va ancor più lontano, spiegando come, una volta che la scienza si sia liberata da ogni antropomorfismo, le risorse poetiche ed estetiche del pensiero umano delle origini, ormai innocue per il pensiero positivo, potranno essere reintegrate nelle credenze e nelle pratiche collettive. L’umanità non volge le spalle al feticismo Pur pervenuta allo stadio positivo, l’umanità non avrà dunque volto le spalle al feticismo delle antiche età (noi diremo oggi alla mentalità primitiva). Essa potrà al contrario rifarle posto, come fece Dante, la cui opera non oppone i due modi storici di rappresentare il cielo: come sede delle influenze astrologiche, secondo l’eredità pagana e, con il cristianesimo, come provvidenza di un dio supremo. Comte pensa ancora a Dante mentre redige il suo ultimo lavoro, la Sintesi soggettiva, di cui, prima di morire, riuscirà a scrivere e a pubblicare soltanto un volume. In questo saggio, egli annuncia alcune regole che, in questo stadio del suo pensiero, sono ugualmente applicabili sia alle opere filosofiche che a quelle poetiche, e che si ispirano ad una aritmetica applicata, la quale attribuisce ai numeri primi un valore simbolico: "Le stanze, i gruppi che hanno già sette versi, combineranno, nella struttura e nella successione, i due modi propri all’epopea italiana, fondendo l’unità dell’ottava con la continuità della terzina mediante l’incrocio delle rime e l’incatenamento delle strofe. Il primo verso di una stanza rima sempre con l’ultimo della precedente (N.d.A.: o piuttosto, come sembrerebbe, con il penultimo), la cui consonanza finale viene così ad essere triplicata, come le altre due". Sebbene Comte si sentisse, nel 1854, incapace di comporre il poema dell’Umanità, del quale pretendeva di fornire soltanto la materia, incaricando della stesura qualche italiano di genio - novello Dante -, dodici anni più tardi, egli crede di poter impartire una forma poetica al proprio pensiero filosofico, e perfino, anche, di poter fondere i due generi, la filosofia e la poesia. Il primo tomo della Sintesi soggettiva, che conta da solo circa ottocento pagine, si presenta infatti come un gigantesco componimento sottoposto alle regole della metrica. Ogni frase consta al massimo di duecentocinquanta lettere. L’opera è divisa in sette capitoli, formato ognuno da tre parti, esse stesse divise in sette sezioni composte da sette gruppi di frasi. Sostituendo il verso, come elemento base, alla frase, ritroveremo la partizione dei canti in stanze, così come l’ha praticata "il popolo più estetico". Qui, ancora, è evidente il rinvio a Dante. Il godimento estetico per un’élite Quale equivalente della rima, Comte inventa un gioco incredibilmente complicato di assonanze. Ogni paragrafo ha come emblema, potremmo dire, una parola presa in prestito da una delle cinque lingue occidentali, più il latino ed eventualmente il greco, e la parola, compitata, fornisce nell’ordine le iniziali (che danno a loro volta origine a altre parole-emblema) dell’inizio di ogni frase. L’opera intera riposa così su una combinazione di parole emblematiche, di iniziali e di corrispondenze fonetiche, alla maniera - lo stesso Comte fornisce l’accostamento - degli acrostici doppi, tripli, quadrupli e talvolta quintupli, che furono tanto di moda nella poesia rinascimentale. Ma Comte non sembra accorgersi che, prolungato per ottocento pagine, per decine di migliaia di righe, per centinaia di migliaia di parole, il procedimento perde tutto il sapore. Non si percepisce più alcun legame tra il contenuto e la forma. Più precisamente, poiché il contenuto di un’opera filosofica consiste in idee astratte, tutto vi si riduce a forma. Comte ne prende oscuramente coscienza quando riserva il godimento estetico della sua costruzione a una élite di iniziati: "Sarei dunque sorpreso", scrive, "che essa fosse immediatamente sentita al di fuori della cerchia dei positivisti assoluti, cioè dei religiosi, ai quali offre un’applicazione universale e permanente della formula a loro sacra, combinando l’amore con l’ordine, per il bene del progresso". In questo senso, si può dire che Comte, spesso profeta, ma questa volta inconsapevole, prefiguri un’illusione divenuta frequente negli artisti contemporanei. Che si tratti di poesia, di pittura, o soprattutto di musica, essa consiste nel credere che, poiché ogni opera capace di suscitare emozione estetica ha una struttura, basta inventare e realizzare una struttura perché ne risulti un’emozione estetica. L’ingegnosità di Comte può stupirci, ma il lavoro dell’intelligenza non crea emozione estetica se non ha nella sensibilità le sue radici. L’ammirazione che Comte tributava all’Italia e a Dante non è senza riserve. L’arte di Dante, e anche quella dei pittori del Rinascimento, patisce le conseguenze dell’esser nata nel momento in cui l’ordine feudale e l’ambizione di universalità che fece la grandezza del cattolicesimo medievale erano giunte già alla fine: "L’arte dovette così idealizzare credenze e costumi il cui declino, già avvertito, impediva al poeta e al suo pubblico di nutrire quelle intime convinzioni che ogni grande impressione estetica esige". E Comte prosegue: "L’incomparabile componimento di Dante risulta dal concorso eccezionale di due impulsi contraddittori. Quella situazione anti-estetica, in cui tutto si trasformava, e perfino si snaturava prima di aver potuto essere rappresentato, obbligava l’arte ad aprirsi una via d’uscita fittizia cercando, nei ricordi più antichi, quei costumi austeri e forti che essa non poteva più trovare attorno a sé". Con questo giudizio sullo spirito del Rinascimento italiano delle origini, Comte rivelava, come sempre, un potente intuito analitico e dimostrava di essere un grande filosofo della storia. Ma, d’altro canto, egli non possedeva alcuna educazione artistica, cosa che spiega senza dubbio come mai provasse un sentimento di disagio di fronte alla ricchezza e alla sovrabbondanza delle opere che quell’epoca ha prodotto. Egli vi vede, in qualche modo, un fenomeno patologico, effetto dei vani tentativi volti a superare le contraddizioni. "L’ammirevole cultura italiana", scrive, "fino ad oggi fu spesso considerata eccessiva, lungi dall’aver realizzato la sua vera destinazione". Dubitiamo che, se egli avesse convertito l’Italia al positivismo e dato così all’arte "la sua vera destinazione", avrebbe saputo proporle qualcosa di diverso da quel bizzarro insieme di sciarade, di rime obbligate e di allitterazioni attraverso le quali si esercitavano, alla vigilia della morte, quelle che egli credeva essere le sue facoltà poetiche. Tuttavia, ed è bizzarro notarlo, questa illusione fa di Comte più un precursore delle eccentriche avanguardie che fiorirono alla fine del suo secolo e nel corso del nostro, che il degno continuatore di Dante, di cui pensava di raccogliere e perpetuare l’eredità per compiere la missione che era stata assegnata al suo personale genio. Ma poi, ed è bizzarro notare anche questo, l’Italia non ha, anch’essa, prodotto il Futurismo?

(Traduzione di Simona Cigliana)
 

 

 

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16 Febbraio 2011