Milano / Paesi e città

Ricordo perfettamente quando mi portarono a Milano la prima volta. Era il 1954, avevo cinque anni. Della Stazione Centrale non mi colpì tanto la maestà delle campate di ferro, quanto il nerume, la polvere, la tetraggine. In quegli anni, oltretutto, erano ancora in funzione – accanto alle motrici elettriche – le vecchie locomotive a vapore: la stazione era un antro di Vulcano, vaporante e fetente, echeggiante di inafferrabili comunicati; un rombo sotterraneo inghiottiva le nostre voci. Questo il benvenuto.

A me bambino, con ancora negli occhi la luce della Liguria, la metropoli che mi avevano tanto magnificato faceva un’impressione di squallore, di angustia. Tutto mi stringeva il cuore: gli stenti giardini pubblici, le latterie e i prestinai, i muri foderati di carbone, i pavimenti tirati a cera. “Sarà anche una grande città, ma le case sono piccolissime” dicono sia stato il mio commento, mentre ispezionavo l’appartamento che i miei avevano preso in affitto. Ancora oggi, se penso a quegli anni, vedo Milano immersa in un buio e in un freddo senza fine. Certo devono esserci stati anche i fiori e il cielo azzurro, ogni tanto; ma nella mia memoria c’è solo nebbia e notte, grigiume e fanali gialli. E gli odori: di tartufo, sotto i portici di piazza Duomo, dove strillavano le ultime notizie e i biglietti della lotteria; di plastica, ferro e sapone nel quartiere dove abitavo (Romana-Vittoria), allora popolato di fabbriche piccole e grandi; sentore di verze e rape fradice vicino alla mia scuola elementare, la “Morosini”, a pochi passi dall’Ortomercato (Gadda gli dedica pagine indimenticabili nelle Meraviglie d’Italia; oggi è un parco, con al centro la Palazzina Liberty, unico edificio rimasto del vasto complesso); sui tram, nei paltò e nelle sciarpe, stagnava un tanfo di vinaccio e cicche rifumate. La folla – sui mezzi pubblici, per strada, nei grandi magazzini – mi irritava più di ogni altra cosa; a muovermi nel gregge non avevo ancora imparato: ogni spintone, ogni gomitata, ogni alito, erano un attentato alla mia dignità. Non sopportavo di stare stretto in mezzo a gente che non sapeva nemmeno chi ero, come mi chiamavo.

 

A tutto si fa il callo. Nel giro di non molti anni, Milano mi aveva assimilato. Alla sua tristezza non facevo quasi più caso. Arrivò il Sessantotto: ora guardavo la città come un posto fra i tanti che possono capitarti, un luogo incerto e provvisorio, dal quale presto sarebbe sorto il mondo vero, giusto, compiuto. Piazze, strade, quartieri erano solo l’arena delle idee, delle lotte, degli scontri. Un luogo comune bolla i Settanta come “anni di piombo”; anch’io, certo, ricordo bene i lacrimogeni, le bombe, le pistole, anch’io ogni giorno facevo i conti con la violenza; ma ho anche in mente una Milano aperta, civile, culturalmente vivacissima. Un’immagine che mi torna spesso alla memoria è quella della folla rimasta fuori dalla chiesa di S. Stefano (vicino all’Università Statale) dove si teneva un concerto: quasi due ore in piedi, ad ascoltare dagli altoparlanti il Deutsche Requiem di Brahms. Nei cosiddetti anni di piombo – oggi si tende a dimenticarlo – in ogni parte della città c’erano mostre, concerti, spettacoli, conferenze, sempre affollati. I milanesi vivevano in pubblico, si incontravano, discutevano, la città era una diffusa agorà dove si avvertiva il senso di un destino comune in gioco.

 

Tutto questo svanì come un miraggio negli anni Ottanta, segnati da un altro luogo comune, altrettanto insopportabile: quello della “Milano da bere”. Da bere per me, allora, c’era solo l’infinito amaro della caduta delle illusioni. Fine delle speranze politiche, dei progetti musicali, fine della giovinezza. Dopo anni in cui ero sempre in giro, sempre in viaggio, mi sono ritrovato incatenato al punto di partenza. È stato uno dei periodi più bui della mia vita; ma proprio da quel buio Milano mi è apparsa: era come se non l’avessi mai vista. Sulle meste aiuole spartitraffico, sui palazzi scialbi e spigolosi, splendeva il sole; ed era come se dicesse: anche qui è mondo, anche qui si vive. Nelle polaroid che scattavo girando ore e ore a caso per i quartieri, le facciate e i muri ciechi erano immersi in una luce quasi mediterranea. Lo squallore che da bambino mi opprimeva ora si rovesciava in gloria: le case di Milano mi parlavano, mi insegnavano a stare al mondo. Quello che nell’infanzia mi era sembrato un luogo estraneo, inabitabile, si rivelava come la terra che pietosamente, in Africa come in Siberia, regge gli uomini.

 

Mi capita oggi di ripercorrere – in bici, come allora – le vie dove cercavo le mie facciate illuminate dal sole. Un’ombra gigantesca si allunga su interi isolati: un grattacielo. Ha i colori accesi e luccicanti di un ghiacciolo o di un giocattolo di plastica, di un accendino, di un portachiavi. La settimana scorsa non c’era.

Da qualche pianeta di un’altra galassia, calano a decine su Milano queste ridicole astronavi, si pavoneggiano come showgirls sotto i flash dei fotografi. Quante finestre, quante stanze. Chi le riempirà? E per fare che? Alzo gli occhi, ma subito li abbasso; meglio guardare bene a terra: all’ombra di questi totem avveniristici, le strade sono piene di buche peggio di una mulattiera della Sila. Un orologio pubblico segna le 14.30; il successivo le 20.00. Che siano le cinque del pomeriggio, me lo dice il sole. Nemmeno lui, però, riesce ad animare le facce di caramella dei torracchioni; nemmeno la sua luce riesce a farle parlare.

 

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