Napoli / Paesi e città

Santa Lucia e poi il numero civico. Avevo parlato velocemente al tassista salendo sull’auto a Piazza Garibaldi. Lui mi aveva guardata attraverso lo specchietto retrovisore mentre io come sempre cercavo la targhetta col suo numero di licenza e il suo nome.

 

Poi aveva osservato ammiccante: “Lato destro?”.

 “Sì, lato destro, il palazzo ad angolo col Pallonetto”.

L’accordo era stato fissato così, tacito e solido. E il percorso deciso, quello più corto. Corso Umberto, via Depretis, Maschio Angioino, un breve tratto di Marina e poi la discesa di Santa Lucia fino a casa.

Sei euro e trenta a tassametro acceso.

 

Santa Lucia non è una strada, non lo è nel senso corrente. Santa Lucia è un luogo di confine, un margine, un orlo sfilacciato che è stato malamente ricucito dopo un taglio.

 

Al suo lato destro che, fino agli inizi dello scorso secolo, era l’ultimo avamposto di case prima del mare, è stato rubato lo sguardo, gli occhi dei luciani hanno dovuto abituarsi all’ombra artificiale dei grandi palazzi che hanno imposto una nuova linea di confine. Quegli occhi che erano da sempre accecati dal sole e dal riflesso marino, semichiusi e, spesso, chiarissimi, fissati su corpi asciutti da pescatori, hanno visto la volgarità e lo scempio dell’uomo contemporaneo abbattersi sulla spiaggia, sul porto, sulle barche, sui gozzi e tutto inghiottire e dimenticare. Per questo Santa Lucia non è una via delimitata da file di palazzi su due lati, è, invece, uno strappo che non si è rimarginato, una ferita recondita che ancora divide un mondo arcaico da uno recente, l’uno nemico dell’altro. Il primo ostile per la violenza subita, il secondo vergognoso dei suoi dirimpettai. Ci sono due mondi a via santa Lucia, due popolazioni e due Napoli, una borghese, ricca, recente, informe e taciturna, chiusa e riservata, quasi invisibile ma proterva come ogni classe sociale elevata che venga da un altrove imprecisato e malamente mescolato, l’altra popolare, superba, radicata ai basoli di pietra lavica, materia viva e pulsante, feroce e disperata, mai quieta, mai pacificata, mai placata.

 

Esiste una precisa differenza per chi nasce qui, un muro che divide i suoi abitanti e i suoi palazzi. Chi ha respirato l’aria ingrigita che galleggia nelle stanze del lato destro conosce la distanza e la rispetta in silenzio. Così chi guarda a Napoli come una città senza limiti interni, un luogo dove la vita si mescola indistintamente, commette l’errore più abusato e retorico. Qui, a partire da qui, ogni cosa, ogni corpo, ogni respiro ha un confine, a partire dal mare, superbo impedimento, pur se violato e insozzato, a ogni velleitaria costruzione umana. Ogni ambiente ha le sue ferree regole, le sue siepi nascoste, le sue mura invalicabili. Qui tutto è nato e vive e muore all’interno di misure stabilite, gli sfoghi, i gesti smisurati sono eccezioni consapevoli, concessioni per acquietare un’intolleranza silente, momenti di un’esistenza basata sulla distanza.

 

Qualche volta, da bambina, salivo con mia nonna per il Pallonetto. Andavamo a trovare le famiglie, ricordo il caffé che ci offrivano e il fondo di zucchero che mi lasciavano leccare dalla tazzina marrone e bianca come quelle dei bar.

 

 

D’estate una donna anziana con una lunga gonna nera, i capelli, sistemati confusamente in una crocchia, bianchissimi e sfuggenti, si sedeva sul marciapiede davanti alla farmacia sotto il nostro palazzo, vicino teneva un grosso barile di ferro con un fuoco di braci sempre accese. La sedia di paglia che quasi non reggeva il peso e quel corpo sontuoso. Aveva occhi sottili ma di un colore così cupo che non riuscivo a distinguere l’iride dalla pupilla, uno sguardo severo, doloroso, accigliato, e mai nemmeno una parola. Solo una voce, ogni tanto, le usciva dalla gola. Chiamava un nome di donna a ore esatte, modulando le vocali. Possedeva, nella sua infinita povertà, una voce propria, un suo suono, un’anima. La voce veniva da una vita precisa, costruita negli anni, impastata di quell’aria sfatta e immobile che respiravano gli abitanti del vicolo. Ma nel fondo aveva una limpidezza meravigliosa, mai rauca, come a voler ricordare un’altra era, quella del sole che ora solo a mezzogiorno riusciva a rompere il velo di Pallonetto e sfiorava le soglie delle porte dove l’impagliatore di sedie si accucciava per ore intere sull’ingresso del basso, dove Annarella vendeva le sue sigarette di contrabbando agli americani degli hotel di lusso o ai marinai appena sbarcati, dove i turisti si affacciavano col loro passo avvisato e cauto, freddi entomologi alla ricerca di rarità da fermare in uno scatto.

 

Tutto si confonde nei ricordi, ogni cosa perde il suo tempo, e ciò che più mi restava, mentre vagavo nel tardo pomeriggio indugiando a entrare nel portone enorme del palazzo, erano ancora gli odori, i volti, le voci, i suoni. Ero sul limite, il posto dove avevo vissuto e dove ora mi trovavo era il limite tra le due città. Non appartenevo né al mondo di destra né agli edifici eleganti di fronte. Sentivo il mio esilio, sentivo che nessuno di quei due luoghi mi riconosceva, mi accoglieva. Guardai la mia camera, quella al terzo piano nella quale avevo dormito per anni, lo spazio tra il balcone e la casa di fronte era il Pallonetto che all’inizio è assai stretto, per poi allargarsi man mano che sale. Mi avvicinai con aria smarrita, avvertendo che tutto, adesso, ogni gradino, ogni muro, ogni vicolo mi era interdetto, perché ci entravo per frugare. Il mio passo non era più quello distratto e sapiente di chi appartiene a una strada, di chi torna accolta da sorrisi e sussurri di benvenuto, la mia postura non mi rendeva amici i monacielli, le fate che conoscevano il mio scopo. Era ormai il passo di una ladra che cercava particolari da digitare su una tastiera, da usare per il suo racconto. Il passo e gli occhi furtivi di chi sente su di sé la colpa che sta per commettere e che si porta dietro.

 

Provai a sedermi sulle scale della chiesa della Catena che si affaccia sulla strada principale, il cancello di ferro era chiuso, come sempre, la piccola campana in alto segnava i quarti d’ora. Pareva anch’essa dirmi che non c’era nulla che io potessi vedere ormai. Quell’edificio così solitario e sempre interdetto alle visite che prende il nome dal miracolo di condannati a morte innocenti che videro le loro catene spezzate dall’intervento della Madonna, che rimanda alla speranza libertà degli oppressi, dei poveri, dei derelitti, accoglie i resti di Jusepe de Ribera, splendido e visionario pittore barocco. Lì, i pescatori di Santa Lucia decisero di deporre, dopo la rivoluzione del ‘99, dopo il sogno di libertà affogato nel sangue e nell’ignoranza meschina del potere, il corpo di Francesco Caracciolo, eroe della rivoluzione napoletana fatto uccidere da Nelson, appeso alla chiglia della nave Minerva e poi gettato nelle acque del Golfo. Un luogo che da solo sussurra la forza di questi cuori, capaci di pietà e di amore anche verso chi voleva togliergli il loro Tata Lazzarone.

 

Mi alzai prendendo fiato, girato il vicolo la chiesa si muta in un palazzo, perché nulla qui è ciò che sembra, perché il sacro e il quotidiano si appoggiano l’uno all’altro dandosi le spalle, ignorandosi in un continuo sgomitare per assicurarsi il respiro, la luce, l’aria. Lo spazio della chiesa scompare e la vita occupa l’oltre, l’aldilà da esso. La Chiesa della Catena con i doni dei marinai, dei pescatori mi aveva ridato forza; bruscamente tornai indietro, avevo deciso di risalire verso il santuario di Santa Lucia a mare, dove ero stata battezzata e dove da sempre andavo a sedermi quando cercavo silenzio e odore di incenso bruciato.

 

Strozzata fra gli orribili palazzi signorili, il santuario, ricostruito dopo la seconda guerra mondiale, e, un tempo collocato sulla spiaggia, si offre alla strada con il suo aspetto severo e triste, ma, entrando, l’anima bizantina, pagana e scintillante di questo luogo di nuovo si svela. Le pareti interamente coperte da ex voto in argento e oro. Occhi, centinaia e centinaia di occhi fissi, ovali, incollati ai muri che si scrutano l’un l’altro. La vista, questa ossessione così naturale nell’uomo, l’orrore di perderla e, con essa, i colori vividi di questo mondo una volta fatto d’azzurri e ori e gioielli, ora secchi ma ancora puri sotto la polvere e il grigio scuro della mano dell’uomo e il suo delirio di costruire, di fare, di arrivare al cielo e di negarlo. Santa Lucia era là e mi guardava coi suoi tanti occhi. Non c’era angolo nel quale potessi nascondermi. La mia paura di perdere la vista aveva ripreso prepotente il sopravvento, il fiato iniziava a farsi corto e spezzato. Ripresi a scendere in questo vagare a vuoto, cercando di ignorare tutto ciò che mi soffocava, i citofoni con i numeri in codice, le targhe degli studi di consulenza, gli studi medici, le traverse anonime, i garage e l’odore di scarico, i ristoranti, il palazzo della regione e le sue bandiere lise.

 

 

Raggiunsi il fondo della strada, la fontana dell’acqua ferrigna era imbrigliata da impalcature perenni. Tutto il costone del Monte Echia era stato nascosto all’angolo col Chiatamone. Pareva che la città si vergognasse di venire da lì, dalla terra, dal tufo, dalle cavità. Pareva che facesse di tutto per dimenticare quella sporgenza che aveva dato vita a tutto il resto, Palèpolis doveva stare in disparte, lasciar il passo ai nuovi abitanti.

 

Di questo nome, della vecchia città, rimaneva traccia solo nella targa di una strada sul lato sinistro, Via Palepoli, dritta, lineare, tracciata sul foglio e poi sistemata tra i palazzi, una strada volontaria, disumana come tante. Alzai la testa in un altro gesto consueto. Cercavo dei volti dietro ai vetri degli appartamenti eleganti, cercavo dei segnali di vita. Nulla, solo luci tenui accese, solo sembianze di tempo che scorre nel frettoloso susseguirsi di giorno e notte. Loro, gli usurpatori della spiaggia, non si affacciavano mai, solo le cameriere si vedevano ogni tanto, con le crestine bianche e le divise blu. Cingalesi, filippine, anche italiane, col giovedì e la domenica libere e la stanza da letto che dava all’interno del palazzo. Anche ora, al terzo piano dell’ultimo numero civico dispari, c’era una donna che spolverava le persiane marroni. Nient’altro che facesse intendere che quelle case erano abitate da donne, uomini, padri, madri, bambini, animali.

 

I palazzi del lato destro sono scavati nel monte, nati dal suo tufo rimodellato e posato, pietra su pietra. Si sono appoggiati lentamente al fianco della montagna e l’hanno sventrata senza far chiasso scavandola piano piano per farsi più alti e più ampi. Al terzo piano del palazzo ci sono le cantine, lunghi e stretti cunicoli che s’infilano nel corpo di Pizzofalcone e lo esplorano. Le pareti portano ancora i segni degli scalpelli, l’aria lì dentro è pulita, asciutta.

 

Ci andavo ogni volta che potevo, ci tornai anche quel pomeriggio. Ai miei occhi stanchi e sfiancati dalla vista delle auto e da quel sembiante di esistenza tutta uguale dalla quale ero fuggita attraversando di corsa la strada per ritornare sul lato destro, quel pezzo di primitivo legame tra l’uomo e il mondo naturale apparve come un tesoro.

 

Avevo trovato di nuovo una via segreta per entrare nella città, nel suo grembo, nella materia di cui era fatta. Lì, dopo i colpi che il vivere attuale mi aveva inferto, dopo le lacrime trattenute per il tradimento che credevo di compiere verso un mondo che sentivo lontano, lì, in quell’utero buio e salvo e severo, mi vidi parte di qualcosa. Compresi che la natura si era rifugiata nei posti più reconditi e impenetrabili ma che non aveva abbandonato il mondo. Compresi che c’era ancora una speranza per ritornare ad essa, per chiederle di accogliermi come sua figlia, senza parole. Sapevo che la pietra proteggeva la tenerezza e il candore di un’anima negletta ma non perduta, non ancora corrotta del tutto. Sentivo che finalmente avevo varcato il limite, che ero dall’altra parte anch’io e che potevo sopportare e accogliere con infinita clemenza i rumori attutiti di tutta quella fragile ed effimera vita che si animava sopra di me.

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