Nel corso del tempo, Piazza Garibaldi

“Scrivici qualcosa di accattivante per l’uscita del film”, questo in sintesi il messaggio di Marco Belpoliti dal Dodecaneso. Era agosto, anch’io ero in vacanza, impegnato a cucinare per gli amici, come spesso mi succede d’estate. Mai capito quelli che in vacanza si annoiano e faticano a riempire la giornata. Io cucino e il tempo non basta mai. E intanto riposo.

Così, m’era venuto in mente di raccontare l’avventura di Piazza Garibaldi attraverso le variegate, spesso eccellenti, occasioni d’incontro con la cucina italiana, che hanno accompagnato i nostri viaggi attraverso la penisola sulle orme dei Mille. Ma poi ho pensato che forse i lettori di Doppiozero non sarebbero stati così interessati a leggere di gastronomia il giorno dell’uscita del film alla Mostra di Venezia. Un’altra volta, magari.

 

Bisognerebbe tornare a ragionare sull’anniversario dell’unità nazionale, di cui più nessuno parla o scrive dopo la sbornia dei mesi primaverili. E ti credo, con quello che sta succedendo e tutte quelle nubi cariche di pioggia all’orizzonte. Ma è anche vero che nel dossier “Unita e disunità d’Italia” Doppiozero ha già ospitato due cose mie collegate al film su 150°, Vecchi e Giovani, Neoborbonici e questione meridionale. Insomma.

 

C’è un’inquadratura, dopo circa mezz’ora di film, ironicamente wendersiana, che forse merita di essere raccontata. Siamo poco dopo l’inizio della parte siciliana del film, appena prima della sequenza di Calatafimi. Più precisamente ci troviamo sulla strada fra Marsala e Salemi, dove il 14 maggio 1860 Garibaldi proclama la Dittatura del Regno delle Due Sicilie in nome di Vittorio Emanuele II: “Siciliani! Io vi ho guidato una schiera di prodi accorsi all’eroico grido della Sicilia, resto delle battaglie lombarde. Noi siamo con voi! Non chiediamo altro che la liberazione della nostra terra. Tutti uniti, l'opera sarà facile e breve…”.

La voce fuori campo legge la lettera di un ventenne del nostro tempo, pubblicata sul Manifesto, una lettera dura e un po’ disperata sul disincanto dei giovani italiani cui “è stata rubata la speranza della gioia”. Il contrasto con le lettere a casa dei garibaldini, piene di fiducia nel futuro e animate da passioni oggi impensabili, non potrebbe essere maggiore.

Ma torniamo all’inquadratura: è una splendida giornata di primavera, il cielo è terso, la luce perfetta; ci fermiamo nei pressi di un vecchio distributore di benzina abbandonato da chissà quanto, invaso dalla ruggine e dalla sterpaglia. Era solo per fare manovra, ma a Davide il posto piace: giriamo, disponendoci nell’inquadratura come in un vecchio film di Wenders. A me viene da sorridere e me ne difendo accendendo una sigaretta. (vedi foto).

 

Marzo 1977: io e Davide siamo a Monticelli Terme, vicino Parma. Accompagniamo il nostro mentore, Piercarlo Nolli, agli Incontri Cinematografici che quell’anno, per la prima volta, faranno conoscere ai cinefili italiani i film di Wim Wenders. Nolli è il fondatore di uno dei più gloriosi cineforum italiani, quello di Bergamo, attivo fin dalla fine degli anni ’50, un vero personaggio della vita culturale cittadina.

Bene, ci vediamo quattro film bellissimi, fra cui Nel corso del tempo che davvero ci impressiona, e quell’entusiasmo una volta tornati a casa convincerà i soci della Cooperativa di distribuzione cinematografica di Bergamo, Lab 80, ad acquistare i diritti dei film di Wenders per il mercato italiano. Abbiamo poco più di vent’anni. Piercarlo, che quest’anno ci ha lasciati e al quale tutti noi ragazzi di allora a Bergamo e innamorati del cinema dobbiamo moltissimo, si fidava di noi, anche perché spesso durante le proiezioni si addormentava (e così era capitato anche a Monticelli) ma poi si metteva in ascolto, si faceva raccontare, e decideva. Non era certo il coraggio a mancargli, aveva quindici anni più di noi ma era giovane dentro e resterà giovane sempre.

Ho ritrovato in questi giorni una vecchia copia della rivista del nostro Cineforum, datata novembre 1978: la doppia pagina centrale è dedicata a Nel corso del tempo. Davide Ferrario sottolineava le coincidenze fra linguaggio wendersiano e brani struggenti delle canzoni di Bob Dylan; io partecipavo a un dibattito e sproloquiavo su “comunicazione, amicizia: le possibilità del viaggio”… Quanta energia, allora, e fiducia nella forza del cinema di raccontare noi stessi e le nostre passioni.

 

Si sarà capito che la citazione ironica, voluta da Ferrario, di Bruno Winter King of the Road e Robert Lander Kamikazen, i due protagonisti di un viaggio senza fine sul margine tedesco della Cortina di Ferro, rappresenta ai miei occhi un omaggio alle radici lontane di una vecchia amicizia e, insieme, alla nostra giovinezza. Già, perché fra le tante generazioni che separano i ragazzi partiti da Quarto con Garibaldi dai giovani sfiduciati dell’Italia di oggi, ci siamo stati anche noi, studenti squattrinati degli anni ’70, arrabbiati allora forse come oggi, ma decisi a giocarcela ad ogni costo.

Dell’orizzonte incerto del nostro futuro, per lunghi anni a venire contrassegnato dal disordine e dalla precarietà, ricordo oggi una cosa soprattutto, quel profumo inebriante di libertà.

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