Obenetto - Dubenije / Paesi e città

Obenetto/Dubenije è una corsa a capofitto. Sulla pietra oblunga e levigata alla curva mi piaceva mettere il passo, sfidando ogni volta lo scivolamento. Ancora sento il bruciore delle ortiche che Armando ci scudisciava sulle gambe correndoci dietro quando disturbavamo il suo lavoro, che poi lui era un gran fannullone e pur di perdere tempo terrorizzava così noi bambini. Quella pietra oblunga, aristocratica per quanto liscia rispetto alle scabre pietre vicine, e lucente di chissà quanti passi ma che io sola pensavo di aver levigato, fu ricoperta da una colata di cemento una quindicina di anni fa. Gli operai, seguendo una moda che è figlia degli infissi in alluminio anodizzato, lasciarono qua e là lungo la colata emergere alcune pietre. Ma io lo so che sono finte, non sono le pietre del sentiero. Quelle riposano tutte, intatte, sotto il cemento e aspettano il suo sbriciolarsi.
Anche la pietra oblunga alla curva.
Fino agli anni ottanta, Obenetto è stato il perno geografico intorno al quale ruotava la vita della mia famiglia e quindi la mia. Casa Simanova, la casa dei miei nonni materni, il perno etico intorno al quale ho costruito la struttura delle mie consapevolezze. La casa era grande, gelida d’inverno e fresca d’estate. Calda era solo e sempre la cucina, il cui calore saturava nei profumi del pane o dell’arrosto o della polenta. Da bambina e da ragazza, immersa nel denso di quegli aromi, mi immaginavo adulta e scoprivo ad ogni respiro la nostalgia che mi avrebbe provocato il ricordo odoroso. E infatti è così. È l’olfatto a straziarmi. Essermene resa conto già allora non mi ha preservato, come nessuna consapevolezza preserva. La desolazione dei paesi, di cui parla Franco Arminio, si materializza nel camminare tra le case in assenza di odori. Il telaio del mio corpo si è costruito con gli odori di questo paese: quello dolciastro della miscela della motosega misto alla segatura, quello del fieno polveroso, quello squillante della falce affilata con la pietra, quello del gabinetto esterno alla casa, quello del letto umido scaldato con il mattone…
A Obenetto le case si chiamano Simanova, Lazanova, Margetina, Kocjerova, Petrinova, Mihijelova, Martinova, Sevcijova… dal nome di un antenato, ovviamente maschio, anche recente ma significativo. Ci sono una quarantina di case con annesse stalle e fienili e poiché venivano divise tra i figli, succede di avere la cucina in un edificio e la camera in un altro. I giovani maschi della generazione di mio padre ancora dormivano, in molti, nei fienili. Così che la pratica del controllo sulle giovani risultava piuttosto illusoria e si basava soprattutto sulla collaborazione della chiesa che provvedeva a intimorire le coscienze e mortificare i corpi. Ora che il paese è vuoto, vi abitano una decina di persone, le case sono per la maggior parte restaurate, sempre secondo i dettami della moda degli infissi in alluminio il cui inventore, come documenta un film di Woody Allen, è giustamente all’inferno. Le case sono restaurate e vuote.
Tutto è muto, come alla fine di un urlo.
Dopo l’intervento del comune è possibile arrivare in auto fino alla piazzetta della fontana che porta ancora l’iscrizione del costo della lavatura. Io mi imbarazzo all’idea di guidare sui sentieri delle corse a precipizio, mi sembra di profanare un altare pedonale e così parcheggio sempre nel piazzale all’inizio del paese che con gli anni è diventato sempre più spazioso. A Obenetto la strada finisce, da Obenetto si può solo tornare indietro. I rovi, che inselvatichiscono i margini, vengono ripuliti solo una volta l’anno dall’unico operaio comunale. Così le fragole del sottobosco, lungo i muretti della strada e sui bordi delle scarpate non hanno più il sole sufficiente per maturare ma non sono le uniche a spargere altrove il loro seme. Il comune di Drenchia, il più piccolo per numero di abitanti, 145, della provincia di Udine, è anche quello con l’età media più elevata della regione. La casa comunale, oltre a essere per posizione la più a est nella provincia è anche la più pomposa e massiccia per stile fascista di queste montagne grazie alla recente ristrutturazione su progetto dell’immancabile sindaco-geometra. Nonno Siman, che geometra non era ma che aveva studiato nei cantieri a Buenos Aires la pratica delle costruzioni, è stato invece quello che ha realizzato le scuole del comune, che molte volte si dividevano gli spazi con le latterie, alcune strade e molti muri di contenimento alle interpoderali. In paese credo abbia montato tutti gli impianti nelle case quando arrivò l’elettricità, dopo la seconda guerra mondiale. Negli anni settanta eravamo tra i pochi ad avere la radio e la luce veniva usata con una parsimonia che ha formato la mia misura del risparmio. Per tutta la mia giovinezza ho raccolto con estrema cura ogni briciola dal tavolo per portarla alle galline e scrivendolo e rileggendolo mi sembra di sprofondare nella memoria dei secoli. La poca immondizia prodotta, quella per intenderci non biodegradabile, veniva portata da noi bambini fino al limitare del paese e, in una gara a chi la lancia più lontano, scaraventata nel bosco. Siamo negli anni settanta. Con il tempo, lungo i torrenti comparirono anche le carcasse dei primi elettrodomestici. Un dubbio sulla civiltà di questo gesto, che in ogni caso rimane nella mia memoria come assoluta rappresentazione di innocenza, ce lo diedero le cugine francesi che un’estate, dopo essere state nostre complici per anni, parlarono di natura pulita e inorridirono a quella pratica. Sul piazzale all’inizio del paese comparirono i primi cassonetti.
Fino a che i nonni vissero in paese, cioè fino alla metà degli anni ottanta, pregavamo il rosario ogni sera. In sloveno ovviamente. Obenetto è la traduzione di un fitotoponimo sloveno, Debenije o Dubenije da dob = albero della famiglia delle querce. La lingua parlata in queste valli è, appunto, lo sloveno ed è anche il motivo del suo passato massacro umano e culturale. E qui dovrei aprire una larga parentesi a contenere la complessa storia di questo confine che ancora distingue e dichiara le identità.
Il mondo slavo. Il mondo latino.

Nella nenia ininterrotta dei rosari serali
era la preghiera della tua sonorità
un paesaggio di sinfonie germinali
ascoltavo che ero bambina
su una panca dura nell’attesa del canto finale
e addormentarsi era il rituale
che mi dava fioritura.


La leggenda, ma mia madre insiste nel chiamarla storia, dell’origine del paese parla di tre famiglie venute a stabilirsi, una lontana dall’altra, nella zona occupata ora dal paese. Le famiglie erano, e sembrerebbe una barzelletta se non avesse così intimamente a che fare con l’identità di questa geografia, una italiana, una slovena e una tedesca, che si stabilì in un luogo ancora oggi denominato ta per niemc (dai tedeschi). L’unione delle tre case avvenne dopo che “morirono di paura” alcuni degli abitanti che si ostinavano a vivere separati dai boschi. Raggiunsero il ragguardevole numero di circa trecento negli anni quaranta.

Spazzati: lo spreco di storia
il baratto di miseria per miserie
il tanto difeso dire
rimane lo sgomento dello scheletro invisibile e odoroso.

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