Sentire parlare Primo Levi di concetti così fortemente connotati in senso conservatore o reazionario come “patria” ci riporta alla lezione di cui è stato maestro: quella di accettare qualsiasi sfida ermeneutica posta dal mondo e di non avere nessun tabù, nessun pregiudizio, nessun pudore, nessun disgusto: il mondo è vasto e complesso e ha bisogno di tutta la nostra intelligenza e la nostra buona volontà per essere decifrato. Levi individua un vuoto semantico nel vocabolario simbolico nazionale, dove termini come “patria” o “nazione” rivelano tutta la loro astrazione storica, la loro mancanza di vero spessore cognitivo, emozionale, significativo. Si sforza quindi di ricercare connotazioni che possano aderire più esattamente al concetto italiano di “patria” – cercando di sterilizzare i germi della vuota retorica nazionalista che ha piegato in senso reazionario termini emotivamente densi come “homeland” o “Heimat” –, e che siano inoltre concordi con la tradizione dell’erranza ebraica che individua in luoghi specifici, in riti, in un idioletto famigliare, nel tempo dell’infanzia, e non delle patrie, il senso della propria appartenenza. Il mio paese (2006) è il titolo di un bel documentario di Daniele Vicari che tesse una geografia di relazioni comuni tra luoghi visivamente, acusticamente, tattilmente diversi (Gela, Melfi, Prato, Marghera), decifrando un destino comune, una rete fitta di questioni e visioni che raccontano una sorta di fallimento progettuale nella costruzione dell’Italia repubblicana – forse lo stesso che aveva suggerito a Luigi Meneghello il proprio “dispatrio”. Michel Serres ci ricorda che il termine “paese” va alla radice della nostra cultura antropologica: deriva infatti dall’indoeuropeo “pak”, che significa “piantare”, “coltivare” (il francese “paysan” o l’inglese “peasant” hanno la stessa origine); “pak” è anche la pietra tombale, dove riposano i padri (sussume pertanto le connotazioni genealogiche di “patria”), legando la memoria individuale e collettiva al “paesaggio”. “Paese” è quanto cresce dentro come un albero, parte inconscia o anima vegetativa, fatta di umori e corpo, di abitudini e rituali, odori e luci. C’è un ulteriore termine che fa parte della nostra profonda tradizione storica e che crediamo Levi avrebbe voluto che fosse associato a questo. Si parla spesso di “coscienza civile” e di “responsabilità civile”, che richiama la tradizione della civitas, ovvero dello spazio pubblico dove si incontrano concretamente, umanamente gli altri: non lo spazio simbolico astratto della patria, non lo spazio vuoto dell’arena mass-mediatica, ma la comunità inerente, fatta di “thick relationships”, di “relazioni dense”, e di rispetto di regole condivise. Costruire l’appartenenza a un paese attraverso delle regole di civiltà: un programma (utopico?) minimo per l’Italia del nuovo millennio

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