Panicale / Paesi e città

Io a Panicale ci sono nato. E dico questo non per stare a parlare sempre di me, che infatti basta così, ma solo per introdurre il fatto che trentaquattro anni fa a Panicale c’era pure l’ospedale. Nonostante le poche centinaia di abitanti, come oggi. E l’infermiera saltava, quando la vedo nella piazza del paese lei me lo ripete sempre, Io saltavo, dice, sopra la pancia di tua madre e tu non volevi uscire. E poi ride.

Pochi mesi dopo hanno iniziato a dismettere l’ospedale.

 

Panicale è fermo sulla collina dal medioevo, disteso come un vecchio addormentato, da molto tempo prima che arrivassero i Ricchi e Poveri. Quindici anni fa, ma anche venti e sicuramente per molti anni addietro ancora, in piazza Umberto I c’era un solo bar, con un bancone pieno di specchi, un biliardo, i tavoli per giocarsi un pacchetto di Charms a briscola o un bicchiere di amaro a Scala Quaranta. Sulle pareti c’erano le signore di fine ottocento che sponsorizzavano il Varnelli e fuori dal bar c’erano le discussioni fitte sul gioco del pallone che si vedeva tutti insieme grazie al Mivar di cui disponeva il bar, la domenica sera, con 90° minuto.

Adesso nella piazza principale ci sono due bar, un’osteria, e un ristorante. Poco più in là c’è un terzo ristorante. Ci sono anche i menù in inglese e i prezzi in euro esposti. E per sei mesi l’anno anche molti turisti. Europei, americani e italiani. C’è modo di farsi contaminare dai punti di vista altrui, ed è spesso un piacere.

 

Piazza Umberto I, c’è poco da fare, è bella. E in ogni stagione. Quando è stipata di turisti e residenti che si godono i concertini. Coi gruppi musicali che al posto del palco hanno i gradoni della fontana e tu che c’hai la pelle calda, e ti volti curioso da tutte le parti e se alzi gli occhi vedi le stelle. Che quelle, dice, le vedo pure io in superstrada, però con la cornice delle vecchie mura, e con la musica, e con un bicchiere di cedrata, che puoi bere la cedrata ancora, ma anche, volendo, un Mojito, rischia di essere romantico. Dicevo, la piazza è bella d’estate ma anche d’inverno. Tipo quando è deserta, che ci puoi incontrare l’infermiera, oppure un gatto di dieci chili, oppure, come l’altro giorno, una macchina che in retromarcia, con la piazza deserta, ha centrato perfettamente la fontana, rimanendo con due ruote in bilico sul gradone. E allora quello che era andato all’edicola a prendere il giornale, quell’altro che andava al macellaio, quell’altro a comprare il pane e due che tornavano a casa, si sono fermati e hanno fatto scendere la macchina dal gradone e in cinque minuti quella cosa è diventata l’argomento della cena.

 

 

C’è anche un ufficio informazioni e le visite guidate alle chiese, alle piazze, alle vedute, al museo del tulle, alle installazioni d’arte contemporanea che via via sono spuntate. Alcune come funghi, altre come macchie. Dico tutto questo con la massima imprecisione, perché Panicale è bello a prescindere. Anche se ci capiti per sbaglio, se ti perdi. C’è anche il teatro, il Cesare Caporali, che sta nel cuore delle viuzze interne al paese e anno dopo anno, grazie alla restaurazione e l’avvio della Compagnia del Sole, propone la stagione di prosa, concerti e laboratori teatrali. Che io mi ricordo quando hanno iniziato la cosa del teatro erano tutti lì a fare no con la testa, gli opinionisti, che non andava bene.

 

A Panicale c’è una cosa che esteticamente è brutta, presa così, a campione, invece è indispensabile e caratteristica. Trattasi dei ferri, che hanno questo nome perché sono appunto due ferri paralleli, messi in fila e intervallati da alcuni piloncini di cemento che se ne stanno a proteggere residenti e turisti da un vuoto di qualche metro. Questi ferri, oltre a evitare cadute, sono anche il posto più scomodo dove sedersi, ma sicuramente il più usato. Ragazzi, uomini di mezza età e vecchi, a seconda dell’inclinazione del sole si appoggiano ai ferri e lì non si fa altro che chiacchierare. Che se uno arriva da fuori e vede questa tribuna di gente messa lì dice, Ma che fanno questi? Mica guardano come parcheggio? Anche.

 

 

I ferri sono una sorta di confessionale e tribunale. Ai ferri c’è una vista che non è la migliore di Panicale; per quella devi fare un centinaio di metri nella direzione opposta, sfiorare Piazza Umberto I alla tua sinistra e scendere pochi passi fino al muraglione da dove, nonostante silos e vetrerie, tu butti l’occhio più in là e vedi il lago Trasimeno, che è a meno di un quarto d’ora di macchina ma da quassù è più bello pure quello. E quando fissi l’orizzonte non puoi evitare di fare un sospirone. Un altro scorcio, solitario, è dalla piazzetta del palazzo del podestà. Il punto più alto del paese, che di suo è a quattrocento metri sul livello del mare, circa.

 

A Panicale c’è anche la chiesa di San Sebastiano e al suo interno un affresco di Pietro Vannucci, il Perugino. Son tutte cose che vanno viste, se uno viene a Panicale, ma che te le può spiegare meglio il tizio zelante dell’ufficio informazioni. Io invece c’è una foto che vorrei fare da qualche anno e che ancora non ho avuto modo di scattare. È un primo piano di un vecchietto che vive nella Casa di Riposo, dove c’era l’ospedale, trentaquattro anni fa, e che di giorno fissa con furiosa curiosità quello che gli passa a dieci centimetri dal naso. Senza muovere la testa, puntando quello che gli sta di fronte, col suo sigaro spento tra le labbra, le spalle ricurve, il giacchetto blu e il silenzio. Tanto silenzio. Che quello c’è sempre. Per fortuna.

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