Paola / Paesi e città

C’è sempre un luogo, un nome, che conta più di tutto. Paola è un luogo con un nome di donna. È il mio paese. Quel nome per me è come il mare che ha davanti, il mare occidentale che mi ha visto nascere. Cerco sempre il mare, anche quando non ce n’è. Forse perché sono nato in questo posto di mare, e ho sempre vissuto col mare davanti. Il mare sempre. Il mare di Paola. Mi confondo col mare. Il mare grande di Paola spalancato sotto lo specchio delle montagne. Ovunque vada, più che estraneo dopo un poco mi sento naufrago. Ho quel mare dentro.È come una calamita silente che mi risucchia a sé da qualsiasi punto, che contrae il tempo e lo spazio in una cosa sola, e mi richiama a sé da ogni luogo, anche il più remoto. Una cosa è certa: Paola è un magnete, un basamento geomantico, terra e acqua a cui resto attratto. Il mio punto archimedico. L’unico, oramai. Paola è sempre lì, per me, sposa e sponda.

 

Sillabare a memoria in luoghi distratti e nel silenzio di certi pensieri sviati il nome di Paola mi retrocede sempre, mi riporta a destino, come un sesamo infantile. Paola è l’unico modo che ho per materializzare il tempo, il nodo stretto intorno al collo nell’emorragia confusa dei giorni. A ridire Paola mi sento placato, la fuga rallenta e mi sembra di avere un’immagine di me meno infranta, più prossima a una forma chiara. Nel suo nome vedo segnati come una crittografia i miei vagabondaggi solitari, una stazione e una spiaggia che mi hanno visto bambino, e già fuggiasco. Ho amori e residenze instabili; la mia vita è un saliscendi, un viavai, un’escapologia di solitudine e strade. Come Paola. Una congiunzione di linee, un groviglio di nervi e di indole. Paola. È qui che vivo, ed è qui che torno sempre, dopotutto, nonostante tutto. Ho smesso di interrogarmi per questo. Ormai non mi chiedo più perché succede, è così e basta.

 

Paola non è niente di speciale. È un paese antico davanti al mare di Ulisse, e non è più un paese. È un luogo nella Calabria di adesso. Uno di quei sipari intercambiabili nella scena del Sud che ti può sembrare arcaico, ipermodermo e selvatico nella stessa successione di istanti. Ho una casa a Paola. Questo è tutto. Questo resta. Davanti a me si spalanca il Tirreno. Lo stesso mare. Il mare di sempre. Certe sensazioni ti vengono addosso come il mare, ogni volta che l’azzurro sale dall’orizzonte e dilaga con una potenza che neanche l’occhio è capace di limitare. Qui solo mi sembra di poter toccare ancora qualcosa che sta fuori dal tempo. Qui è il mio paese, il paese di mio padre e di mia madre, dei miei nonni; dove sono nato io, dove crescono e vivono i miei figli. Ragazzi di Paola, ragazzi del mondo anche loro, dopo di me. Sono stato ragazzo a Paola anch’io, una generazione fa. Tempi che forse nascondevano troppo bene dinanzi alla tela azzurra del mare la data di una disillusione già presente e inoltrata.

 

Paola è un paese che ha un nome di donna. Forse questa è l’unica bellezza di Paola che non si è ancora consumata. Un’esca di seduzione che sopravvive all’inedia dei giorni. A me ormai basta solo il nome. L’amore è un buon antidoto per sfuggire o per tornare a se stessi, finché dura, finché non ti lega più di ogni altra cosa a quello che non sei più. Perciò amo e detesto questo paese con un nome di donna come si può amare e detestare solo ciò ci determina e si fa fatica a tenere a distanza. È come un legame familiare, femminile, erotico, che mi attira a sé come uno strattone amoroso, con l’imperiosità pazza e vitale del sangue.

 

Da questa sponda di Paola, con il mare negli occhi ho imparato a viaggiare attraverso il mondo, per conoscere gli altri, affrontando l’altrove e me stesso. All’improvviso qualcosa si dichiara indifferente, e ti spinge con un soprassalto da animale a tornare da dove sei partito. Mi sono accorto a un certo punto della mia vita che non c’è stato più bisogno che fossero altri luoghi a sedurmi e a parlarmi dell’ambizione del mondo, della sua grandezza; girando a vuoto e ritornando periodicamente al mio posatoio, qui davanti a questo mare oramai intorbidato, alle sue spiagge isterilite da ogni genere di abuso, è proprio dell’idea stessa del mondo che sento ancora di più la vacuità. Ognuno di noi ha diritto alla propria nostalgia. Io però la mia resa al richiamo di Paola la vivo ancora come una lotta, un duello, una sfida ostinata al presente, alla sua dittatura. Perciò qualche volta preferisco girarmi e guardare indietro.

 

Come tanti altri vivo sull’orlo di una terra di nessuno dove è sempre più facile perdersi, liquefare il proprio essere, scoppiare in singhiozzi, fare e farsi del male. Persino morire di noia. Tra andate e ritorni, qui a Paola, davanti a me, di fronte al mare in cui mi bagnavo da ragazzo, ho visto levarsi un deserto arido e informe, senza più paese, senza più memoria. Adesso quando mi fermo a rimuginare su Paola, lo faccio proprio perché il luogo non prenda più il sopravvento. Ma ora non mi nego più a essere parte di una qualche parte. Mi affaccio sul mondo da questo tornante di Calabria tirrenica. Paola è diventata come un’isola. E ogni isola ritrovata in fondo a un viaggio, ti insegna a stare un po’ meglio nella irrimediabile confusione del mondo.

 

 

Strade 1.

Avanzi sulla Statale 18 per ore e non ti è chiaro se stai attraversando un abitato o ancora ne sei fuori. È questa strada ad animarsi vagamente come un paese svogliato. Il suo andirivieni che accende e spegne a casaccio ogni cosa che le si attacca vicino. Tutto è di passaggio. Solo i grandi cartelloni piantati sul tragitto avvertono dei possibili cambi di scena, stabiliscono termini provvisori, danno nome e definizioni a porzioni di strada: “Benvenuto a…”, “la rotonda sul mare”, “Arrivederci a…”, “la perla del Tirreno”, ma tra l’arrivo e il commiato non c’è nessuno ad accogliere, nessuno a salutare.

 

È la statale che si spande per miglia ai bordi di un acquitrino di case. Una zuppa di città, ora più densa ora più diluita. Ogni tanto ai margini della strada il solito infittirsi improvviso di costruzioni dalle facciate irregolari, alte alte o basse come la sinusoide di un encefalogramma agitato. Segni che sembrano indicare che di là in poi i nodi e gli intrecci della città continua stiano per ingrandirsi e restringersi in un groviglio dalla trama più compatta e rassicurante, qualcosa con un centro definitivo. Invece tu prosegui e ritrovi ancora la stessa crisi: altri terreni in disordine, costruzioni acefale, concrezioni di tetti e pilastri, poliedri incompiuti dalle forme scabre e opache che scivolano incerti e inconcludenti ai bordi del traffico.

 

Altri interstizi di fuori-paese, la sfilata di hinterland minimi e senza nome. Suburbi arruffati di case mezze costruite, e in mezzo officine e depositi arrugginiti, un cimitero di automobili, una fiera con le luminarie pronte per la processione del santo-patrono, un tendone di circo e le giostre, un fornaio, una rivendita di mobili, una lavanderia, un sexy shop, una macelleria e un’agenzia di servizi funebri. Ti inoltri per una via laterale di negozietti deserti che espongono patacche e merci improponibili, ultimi segni di una vita macilenta che un attimo dopo si perde alla ripresa veloce della strada tra chiazze di campagna e spiagge che si dileguano corrose dai cantieri e spelacchiate di rovi.

 

Fuori, lontano dal traffico e dalla strada, ci sono sempre le cose più belle anche se il cielo è plumbeo e piove, e fa freddo. Il Mare meridiano dove cade il sole: il Tirreno, che non è solo uno spicchio di Mediterraneo; in certi giorni ha la vastità dell’oceano, un mare aperto e continentale, un Occidente che quasi ti viene incontro per sommergere tutto. Oggi la corona delle Eolie dorme impigrita nel gelo marino. Dietro alla tenda di nuvolaglie non si avvista neanche la piramide nera dello Stromboli. Il mare è così imbizzarrito e rombante, alto e immenso di chilometri e chilometri di nulla, che “il suo odore - come scriveva da qui Elsa Morante - scavalca i monti e si sente al di là dalla catena costiera”. Dal cielo non ancora serale sta scendendo uno di quei tramonti immobili e sconfinati tessuti di ombre e di luci invernali. L’orizzonte del mare è così remoto da far pensare che la gloria del sole non abbia mai illuminato il giorno. Quello che vedo sembra avere ancora qualcosa del presagio dei primordi; il paesaggio che precede la creazione, prima che esploda una luce senza origine.

 

 

Strade 2.

Ci sono qua e là pezzi di strada panoramica miracolosamente rialzati dalla costa piena di sfregi di cemento e di frane. Ci salgo quando ho bisogno di snebbiarmi e le giornate si fanno più fresche chiare; è lì che guido più volentieri, rilassato. C’è un gran cielo, un’aria benigna. Dalle parti di Cittadella e Cetraro certi scorci della SS18 davanti al mare che scivola sonnolento nella luce bassa e rilucente del meriggio sono così belli che ancora sembrano pezzi eleganti, avanzi lussuosi di un mondo lontano. Come quelli della strada panoramica che corre a strapiombo sull’orlo limpido e lusingatore del Mediterraneo verso Montecarlo; le rampe perfettissime e pennellate della Corniche - ci sono passato una volta per vederle deviando il tragitto con la macchina da Genova per andare a Marsiglia.

 

Ci sono altri momenti in cui mi sento come una specie di citazione meridiana di Bukowski. Una via di mezzo fra l’homeless e l’artista maledetto condannato a rifare l’orlo alle giornate, a solcare stordito gli angoli ottusi del mio Sud senza pace; mi crogiolo nella mia pellaccia di reduce come il vecchio Hank che gira a casaccio e smozzica i ricordi al volante per smaltire la sbronza. Certe volte mi assale il flashback tiepido di una delle ultime scopate felici, o a sputare al vento fuori dai finestrini una bestemmia sui debiti e sulle troppe scommesse andate a male con gli ultimi soldi del mese. Quasi come lui. Prima di deviare tra i filari di un mondo che non è più riconoscibile, mi stordisco deviando dal groviglio delle strade di casa e dai paraggi incasinati della mia sparuta Los Angeles sul Tirreno calabrese.

 

Mi trovo a slittare via da tutto con i finestrini aperti e il piede abbassato sul chiodo per fuggire via da tutto e andare a zonzo a godermi il panorama e il vento fresco del mare da un posticino appartato. Per osservare tutto in solitudine da un altro fottuto punto di vista. Allora risalgo la costiera. Fin su. Le colline di Paola come quelle di Malibu, il Tirreno come le coste spalancate sul Pacifico californiano. Guido fino al crinale, su, fino alla cima dell’Appennino.“The days run away like wild horses over the hill”. Allento il motore sui saliscendi della Crocetta e le ruote girano leggere sui tornanti a strapiombo come fossero librate su un tratto ampio e incredibilmente libero della Pacific Coast Highway, la strada sbalordita nella meraviglia arruffata del vecchio Hank. Il mare è uno specchio inclinato che svanisce davanti gli ultimi abbagli di libertà. Poi ritorna la discesa più stretta. Il gran traffico dei pendolari che salgono dalle spiagge nei pressi di Paola, la sensazione soffocante di caldo e gas di scarico. Gli ultimi ridossi preordinati come forche da impiccati mi aspettano ai lati della strada per farmi rinsavire già prima di scivolare, con il fiato spezzato, nell’abbraccio immancabile del mio solito vicinato.

Eccomi, sono tornato. 

 

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