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Rimini / Paesi e città

Noi di Rimini cresciamo con un numero. Quello del bagnino dove i genitori ti portano d’estate che sei ancora nella culla, a me è toccato il cinque. Veramente era il quattro, una ruspa un giorno l’ha buttato giù con i suoi ombrelloni e ci ha fatto un Ventaclub e allora sono passato al cinque.

I bagnini sono come un partito, ognuno ha i suoi regolamenti e il suo popolo, al cinque non si poteva giocare a racchettoni sulla battigia ed era pieno di signore che ti rifacevi gli occhi. Risultato: a racchettoni sulla battigia ci giocavamo lo stesso e siamo tutti cresciuti miopi a forza di vedere quel ben di Dio.

 

Da piccolo stavo sempre sotto l’ombrellone, prima fila (vuol dire il primo a partire dalla riva) e verso l’adolescenza mi sono spostato al bar (ce n’è uno ogni due bagnini). Stavo al bar a giocare ai videogame e a cercare compagnia come quelle mosche che ronzano intorno senza sapere dove andare, sta di fatto che dopo qualche anno eravamo una ventina di amici. Ero il più bislacco. Secco come un chiodo e bianco mozzarella, una faccia che a sedici anni me ne davano la metà.

 

Al bar del cinque sono nati i primi amori, io in costume non rendevo così guardavo e non toccavo, ero spettatore di trenta fidanzamenti a stagione: ci si metteva tra riminesi, non era conservazione della specie piuttosto mancanza di iniziativa con le straniere. Bisognava accumulare il coraggio per le straniere, al bagnino quattordici per esempio l’hanno sempre avuto, noi mai. Noi si studiava la situazione dalle mattonelle del bar, qualcuno ogni tanto scendeva sulla sabbia e ci provava, io sono rimasto sempre su quelle maledette mattonelle: credo di essere diventato lì uno scrittore, a forza di osservare chi se la godeva, da giugno a settembre, ho accumulato un bel po’ di storie.

 

C’erano giorni che non sapevo dove mettermi per tutto quello che avrei voluto fare e non facevo, allora bazzicavo intorno al gabbiotto del bagnino. Ogni bagnino vede crescere la sua gente, io avevo abbastanza confidenza ma non così tanta da poter entrare nel gabbiotto. Il gabbiotto era il più grande mistero della spiaggia, lì fuori c’era dipinto il numero che ti marchiava per tutta un’esistenza, lì dentro nessuno sapeva cosa ci fosse tranne per quelle volte che andavi a prendere le chiavi del bagno e intravedevi un separè che nascondeva chissà cosa. Qualcuno sostiene di averci visto dei letti e un tavolo dietro il separè, altri solamente cianfrusaglie. Io lo so cosa ho visto. Un giorno che i miei amici giocavano a beach volley e si fidanzavano dietro le cabine e al bar, sono entrato per fare due chiacchiere con Ennio, il mio bagnino.

 

Ennio non c’era, non c’era nemmeno sua moglie Rita e suo figlio, nemmeno il cane che abbaiava appena ti addentravi troppo nel gabbiotto. Mi sono avvicinato al separè e c’ho girato intorno, l’ho superato e ho visto i letti a castello e un fornello, un lavandino e un mezzo bagno. Poi ho visto dell’altro. Ho visto il muro coperto con le fotografie di tutti noi della spiaggia, le fotografie dei miei vicini di ombrelloni e dei miei amici, di tutti quelli che erano passati e che rimanevano. C’ero anche io su quel muro: appena nato, a due anni, e poi a sette e via andare, l’ultima fotografia era di pochi mesi prima alla festa del bagnino, sotto il gazebo con le guance arse dal sole e la Rita che mi versava la coca cola. Sono rimasto immobile davanti alla parete, appartenere a Rimini era anche quello. È anche quello. Bisognava spiegarlo a chi vede solo spiaggia e ombrelloni, quella è stata una delle mie prime storie. Il cinque era il suo numero.

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