Russi / Paesi e città

Il paese: Russi, provincia di Ravenna. Pianura perfetta, in certi giorni vedi un albero a cinque chilometri. Un paese che quarant’anni fa era pieno di contadini, biciclette, trattori, capannoni. A quindici chilometri, o giù di lì, c’è tutto: Ravenna, Faenza, Lugo, Forlì. Un’ora di treno e arrivi a Bologna. Poi una villa romana, che sono solo pavimenti di mosaico e ci resti male, un palazzotto del Seicento a un passo dal Lamone, una chiesa bruttina, strade che finiscono tutte in campagna e per la bicicletta sono l’ideale. Molti alberi di cachi, che cadono sull’asfalto e non è facile schivarli, quando c’è la nebbia e pedali a tutta altrimenti perdi l’autobus per la scuola. A volte non sono cachi ma ricci spiaccicati.

 

A Russi ci vantavamo di avere due fiumi, il Montone e il Lamone, tutti e due ricordati da Dante nell’Inferno. Poi ci vantavamo del Russi, una squadra più forte del Ravenna e del Forlì. Il Russi ha la maglia arancione come l’Olanda e non è mai sceso sotto la serie D. Poi ci vantavamo della Fiera dei Sette dolori, a settembre, la fiera più bella della Romagna, con decine di giostre, i fuochi d’artificio, la corsa dei somari e il belecot, che è una specie di cotechino. Poi ci vantavamo delle due fornaci enormi e della fabbrica di Gallignani, che produceva presse di balle fatte a parallelepipedo, un brevetto che il mondo ci invidiava. Ci vantavamo di cose così, perché a Russi la gente era ruvida e semplice, ma ora che sono tutti vecchi la differenza con i giovani la vedi.

 

A Russi eravamo quasi tutti comunisti o repubblicani. Come il mio maestro Bruno Bucci. Il mio maestro Bruno Bucci, maestro delle elementari, era anche il sindaco del paese. Repubblicano e con gli occhiali. Ex partigiano. Era un uomo che sembrava uscito dal sussidiario che ci faceva leggere in classe, un amico di Saffi, Mazzini, Garibaldi. Aveva sbagliato secolo, come me.

Dovevamo fare scuola al pomeriggio, il martedì e il venerdì, perché il maestro era il sindaco e aveva da fare in Comune. Era un bravissimo maestro e una persona eccezionale. Quando ci faceva vedere le filmine, che poi erano diapositive di storia e di geografia, e anche di scienze, tutti si divertivano molto. Si sentiva odore di lampadina calda, sudore e tiglio. Fuori c’erano terre spumanti di letame, grano, spagnara, che sarebbe l’erba medica.

 

 

In primavera, lezione all’aperto, sotto i salici piangenti, che erano uguali a quelli vicino alla casa della zia Tina. E io spaurivo perché credevo che prima o poi quei salici della scuola avrebbero fatto la puzza che si sentiva anche dalla zia Tina: la puzza della pollina, della merda di pollo. La zia Tina, in effetti, aveva qualche migliaio di polli in batteria. I salici della scuola invece frusciavano e basta, un rumorino che alle tre di pomeriggio, con il maestro che spiegava gli insiemi, era una coccola. Lo stesso fruscio, che cresce lento e progressivo, con l’alzarsi del vento, una roba che somiglia a qualcosa di sessuale, l’ho risentito nella campagna vicino all’antica Veio, città etrusca in mezzo a una larga dove c’è solo gramigna e finocchietto selvatico, qualche cavallo, molto tufo. Pochissimi alberi. Un pomeriggio alle due, sole di luglio, ho risentito il vibrato dei salici della scuola. Ma, siccome non sono Proust e tantomeno Leopardi, l’intermittenza del cuore mi ha sovrastato, e mi ricordo soltanto che avrei voluto addormentarmi lì, con l’odore mentastro del finocchio, l’aria salata, il silenzio degli Etruschi. C’era però un cavallo, o forse era un mulo, e con le bestie io non ho confidenza. L’abbiamo anche fotografato.

 

Però divago, e invece bisogna descrivere e raccontare con metodo. Il paese, lo ripeto, si chiama Russi, molta puzza di barbabietola che cuoce, nella zuccheriera spropositata, Eridania Z.N. Questo trent’anni fa, perché adesso è stata chiusa, e gli operai non ci sono più. L’Eridania era vicino alla stazione, e faceva anche comodo, di sera, quando tornavi in treno da Bologna, perché la zaffata di melassa contava più del capostazione.

 

Oltre all’Eridania, Russi aveva cantine, stalle di maiali, allevamenti di polli, tornature infinite di peschi e meli. Tutta roba che fa puzza. È proprio questo che non dimenticheremo mai. La puzza. D’estate quello della frutta che cade e marcisce, poi quello dell’Eridania Z.N., poi quello dell’uva che si fa vino, poi quello dei campi concimati con il brodone di maiale, poi quello della pollina. Per il resto era un paese come Bagnacavallo, Cotignola o Ghibullo. Ma in più c’era la puzza.

E le zanzare. A Russi il freddo è terribile, il caldo insopportabile. Con il caldo arrivano le zanzare, e bisogna ingegnarsi per ammazzarle. Vent’anni fa sono spuntate lampade blu che le polverizzavano, poi altri sistemi sofisticati a ultrasuoni e gas che tengono lontane solo le zanzare femmine, ma quello che conta di più è lo zampirone, e anche quello, a pensarci bene, fa puzza.

 

Insomma, a Russi c’era tanta puzza, ma eravamo felici di pestare la terra, ammazzare zanzare e sprecare la giovinezza a parlare con i vecchi comunisti che avevano avuto la fortuna di vedere la grande metropolitana di Mosca, i giardini di Leningrado e Stalingrado, proprio la Stalingrado dove i tedeschi c’hanno lasciato le zampette.

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