San Pier d’Arena / Paesi e città

Dovrei parlare di Genova perché secondo i certificati che ho all’anagrafe è lì che sono nato. Però fino a quasi trent’anni ho vissuto in un posto dove la gente quando andava in centro diceva “andiamo a Genova”. Allora vuol dire che non ci vivevo a Genova e infatti sui miei documenti di allora, a controllarli bene, dopo il nome del capoluogo ci si vedeva un trattino e poi quello di un’altra cosa, Sampierdarena. Ho scritto cosa apposta perché ancora adesso non la saprei definire, città no perché non ce l’aveva mica il sindaco, quartiere nemmeno visto che era lei a essere divisa in quartieri, il Canto, la Coscia, il Campasso, San Gaetano…: insomma un po’ meno di una città e qualcosa di più di un quartiere. Infatti il maestro ci faceva scrivere delegazione, una parola che non afferravo del tutto, come senso, e che poi ho capito che stava a Genova come un’agenzia sta alla banca. Così Genova diventava un’entità inafferrabile che viveva nelle sue singole parti senza però confondersi con loro, e questo mistero non accadeva solo a Sampierdarena, ma in un mucchio di altri luoghi ognuno col suo nome, Voltri, Struppa, Borgoratti, Sturla, San Quirico….

Ce ne sarà stata una cinquantina di quei posti così e ci abitavano più o meno quattrocentomila persone, tutte che vivevano a Genova senza saperlo, infatti dicevano di stare da un’altra parte. Ma allora quando prendevamo l’autobus il sabato pomeriggio, e certe volte col traffico ci voleva una mezz’ora buona, non andavamo a Genova ma in Centro. Ma a capirla proprio bene questa semplice verità, voglio dire a sentirmela dentro quando mi svegliavo la mattina e mi accomodavo nel mondo, ci avrò messo un ventinove anni, che è l’età di quando appunto sono andato ad abitare nel centro cittadino.

 

Quando ho iniziato a passare le giornate fuori di casa e a perdere il mio tempo in giro, diciamo negli anni ’60, a Sampierdarena c’erano solo case: giardini, nel senso di spazi verdi per giocarci a pallone, farci due passi, magari anche una dormita sull’erba, niente, piazze, di quelle vere con la gente che ci passeggia, zero, sbocchi al mare, nonostante l’arena del nome, meno che nulla. Fra gli anni venti e trenta c’era stato un primo shock urbanistico, quando l’espansione del porto di Genova si era mangiata la spiaggia, poi nel dopoguerra, nel giro di una ventina d’anni, un condominio dopo l’altro, le case si erano arrampicate sulle colline e se alla fine uno si metteva a livello del mare e guardava in alto allora vedeva dappertutto delle interminabili scalinate di cemento fatte di palazzoni rettangolari accatastati uno sopra l’altro a casaccio, e il primo spicchio di verde lo percepiva lontanissimo, in alto, subito sotto la cinta dei forti.

 

Invece se uno di noi scendeva dall’autobus a Caricamento, il sabato pomeriggio, e alzava gli occhi, vedeva sì anche lui, o lei, grandi quinte di palazzi appoggiate sui fianchi delle colline, ma non era mica lo stesso spettacolo. Era tutto più ordinato, prima le ardesie grigie del centro storico, poi la cinta liberty dei quartiere borghesi di Circonvallazione a monte e solo dopo, là in cima, un po’ di condomini messi giù alla rinfusa, ma troppo lontani per rovinare il quadro d’insieme. E poi bastava infilarsi nel primo vicolo e scoprire che l’aria poteva avere un mucchio di odori diversi, piscio, olio fritto, mare, vino, pesce, profumi femminili forti, mica solo quello dei gas di scarico delle auto. E la gente indaffarata che si muoveva compatta in quell’atmosfera spessa doveva avere un meraviglioso senso dell’orientamento, perché si vedeva che sapevano tutti dove andare, non come noi che dopo quattro canti e una piazzetta ci eravamo già persi.

 

D’inverno soffiava una tramontana furiosa che si incanalava giù dalla Valpolcevera, girava l’angolo all’altezza di Certosa e t’arrivava addosso a tagliartela la faccia. Con quel clima e quell’urbanistica per forza che i bar prosperavano. In pratica ce n’era uno ogni dieci metri, ricoveri per studenti in fuga, perdigiorno, pensionati, gente sotto mutua. Erano autentiche camere a gas per via del fumo delle sigarette che si accumalava a nuvoloni, ma anche luoghi di una conversazione ininterrotta, sul calcio e le chiacchiere di strada questo è chiaro, ma pure d’altra roba, i viaggi spaziali, la politica, le varie crisi economiche, i film, la televisione, i trapianti di cuore, in poche parole tutto.

 

Per capire da che parte stare bastava uscire in strada, e alzare gli occhi alle targhe delle vie. Quasi sempre uno ci leggeva “Caduto per la libertà” e due date: la prima, quella della nascita, poteva andare dai primi del ‘900 fino agli anni venti, ma la seconda aveva solo tre possibilità, 1943, 1944, 1945. Perché insomma in mezzo a quel cemento era passata la storia, quella grande delle guerre e delle resistenze, tragica sì ma da andarne piuttosto fieri. Che ci fosse stata come una frattura nel passato me n’ero accorto abbastanza presto, già da ragazzino in casa mia: mia zia chiamava le strade coi nomi che avevano nell’anteguerra, via Pastrengo, via Vittorio Emmanuele, Corso dei Colli, invece che Dattilo, Buranello, Martinetti come le conoscevo io. Quella rottura, che ci avrei messo degli anni a capire che era il 25 aprile, ha regalato a Sampierdarena la sua identità, un bene più forte di ogni devastazione urbanistica, tanto che ha resistito fino agli anni novanta, quando la storia grande ha preso una direzione diversa da quella che si erano immaginati quei tizi coi nomi sulle targhe delle vie.

 

L’ultima scossa l’ha data l’emigrazione dall’America Latina, dall’Ecuador in particolare, degli ultimi dieci anni. È stato un flusso migratorio imponente e rapido che nel giro di poco tempo ha cambiato la faccia di interi quartieri di Sampierdarena: bar, locali e ristoranti latini, fiestas al venerdì sera, ma anche gangs, insicurezza per i residenti storici, spesso anziani, e tensioni etniche. Situazione riassunta nel nomignolo, Sampierdareña, che un po’ per scherzo e un po’ sul serio allude alla nuova realtà della delegazione (città? quartiere?). Magari fra qualche anno i problemi di adesso saranno diventati risorse, ci sarà, chissà, una rinascita musicale figlia di nuovi ritmi latino-genuensi, ma è certo che oggi Sampierdarena, che in un secolo e mezzo è stata borgo marinaro, città industriale, quartiere dormitorio e oggi si affaccia sul barrio, vive il momento di maggiore incertezza culturale della sua storia. Comunque, se uno non ci si trova bene può sempre prendere l’autobus e andarsene a Genova: i tempi del viaggio sono ancora gli stessi, c’è solo da aspettare di più perché l’Azienda dei trasporti è in crisi e ha tagliato le corse.

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