Schio / Paesi e città

Tutte le sere rintocca. Settantasette volte. A morto. Settantasette tocchi che sul finale si disperdono flebili in una lontananza ultraterrena. Ogni sera, alle otto in punto. Dal 4 novembre del 1958. Quaranta anni dopo che la Grande Guerra si era spenta sulle montagne intorno, e i cadaveri le popolavano ovunque.

 

Da allora, dopo aver trovato posto sul campanile di sinistra del duomo cittadino, dopo che era stato vuoto per centotrentanove anni, la Regina Pacis ricorda quei caduti. Immancabilmente. Un’eredità che non si scorda. Che porta gli scledensi a marciare su quelle creste come in un pellegrinaggio. Sul Pasubio, al rifugio gen. Papa, lungo la Strada delle gallerie. Scavata nel cuore della roccia, con mezzi inverosimili, sotto il fuoco nemico, le frane, le bombe, i gas, e i morti, i cadaveri, le salme, e i vermi che se li mangiavano. Perché le sepolture erano impossibili. Qui non si dimentica quella carneficina dei ragazzi italiani. Dei sardi con la nostalgia del mare, che si rifugiavano in fondo alle caverne per cantare in cori sommessi le melodie della loro terra. Dei siciliani, dei napoletani, dei romani, dei piemontesi, dei liguri e tutti quanti gli altri, da ogni parte d’Italia, che avevano lasciato le loro famiglie misere per venire a combattere su questi fronti. Tutti quelli che dopo Caporetto, scampati ai massacri del nemico e alle fucilazioni dei loro stessi comandanti, hanno risollevato la testa e vinto. Distrutti, disperati e impazziti di dolore.

 

 

Quei ragazzi, a Schio, ogni sera alle otto in punto, vengono onorati dai rintocchi di campana a morto della Regina Pacis. Settantasette, ho detto prima, ma non è vero. Non sono mai dello stesso numero. Li ho contati. Una volta ottantasei. Una volta novantadue. Non lo so. Perché quella che suona è una campana vera. E questo è un fatto. Anche se nessuno più si alza in piedi come un tempo. Che quando attaccava, la gente nelle case, nelle osterie, nei campi, nelle fabbriche, si metteva sull’attenti e rendeva onore. Si metteva in piedi mentre faceva i turni ai lanifici. Quelli di Conte, di Cazzola e di Alessandro Rossi. Industriale e senatore del regno ai tempi in cui Arnaldo Fusinato, cresciuto nella via che porta il suo nome, scriveva di Venezia sotto assedio.

Lanifici prestigiosi, che ci hanno lasciato un sito di archeologia industriale che io non so, non ne conosco molti, ma questo mi pare il più commovente d’Italia. Un sito industriale commovente. Perché ogni volta che passo accanto alla Fabbrica Alta, ai giardini Jacquard, all’asilo Rossi e ai sedili in pietra dove gli operai consumavano i pasti nelle pause, io li vedo nei loro poveri abiti, sento le loro voci e divento ostaggio della più sconsolata delle malinconie.

 

 

Ci sono nata in questo posto. Dalle finestre vedevo le montagne gloriose di cui al liceo venivano a parlarci Ermanno Olmi e Rigoni-Stern. Eppure ho dovuto andarmene per capire. Via, lontano, sempre. Sempre a mettere chilometri tra questo posto dove gli amici sono autentici, la solidarietà un modo di essere, gli operai una ricchezza e la chiesa una condanna. Neanche per sogno, mi dicevo. Mai passerò qui il resto della vita. Volevo città grandi, metropoli straniere, anonimato, conoscenza dei mondi altrui. Lo volevo così tanto che tra Schio e me sono arrivata a mettere 15.000 chilometri per un anno intero.

 

E adesso eccomi qua. Adesso che qualcosa credo di aver finalmente capito. Di quello che voglio per me, intendo. Per questo sono tornata. Dove la vita, il tempo e le persone hanno qualità che difficilmente ho trovato altrove. Dove uscire significa immancabilmente incontrare degli amici. Quelli con cui sono cresciuta e che ho ritrovato limpidi come ragazzi. Non tutti, naturale. Questo non è mica il paradiso. Solo quelli con cui sedersi al bar la sera, d’estate, in piazza Garibaldi. Con un bicchiere di buon vino, la brezza del Pasubio che scende giù da via Castello e la campana delle otto che rintocca.

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