Segrate / Paesi e città

Mi piacerebbe ricordare che cosa davano in televisione la sera del 14 marzo 1972. Non era A come Andromeda perché le puntate erano già finite, e nemmeno le inchieste del commissario Maigret perché la nuova serie non sarebbe cominciata prima di settembre. Era un martedì, ho controllato sul calendario perpetuo, dunque il film c’era stato il giorno prima. E poi l’ora non la so bene. Ho in mente le nove, ma potrei sbagliarmi, e la grande tapparella del tinello, quella che chiudeva la finestra sul balcone, era tutta abbassata. Non filtrava neanche uno spiffero, ed era strano perché mio padre non la abbassava mai così presto, ma forse faceva ancora freddo. Mio padre guardava la telvisione seduto di sbieco su uno dei due divani, forse mia madre era seduta sull’altro divano in faccia allo schermo, non so dove fosse mia sorella, che allora aveva dieci anni. A dire il vero ricordo bene solo la tapparella chiusa, perché lo scoppio è venuto da lì, una cosa solida, passata attraverso i listelli e materializzata nella stanza. Non avevo capito che cosa fosse, non avevo mai sentito un’esplosione fino ad allora. Secca, brevissima, e come rimbalzata dai muri delle tre palazzine vicine alla mia.

 

Mio padre di esplosioni durante la guerra ne aveva sentite, eppure nemmeno lui era sicuro. Neanche mia madre, che da ragazza era stata sotto i bombardamenti a Milano e lasciava cadere tutto in terra se anche soltanto le facevo scoppiare un sacchetto di carta gonfio d’aria dietro la schiena (uno scherzo che ho smesso presto di farle), era sicura di quello che aveva sentito. Abitavamo non lontano dall’aeroporto Forlanini e sopra la casa passavano sempre aeroplani, anche molto bassi. E di notte, quando non volavano, sentivamo il basso ruggito dei motori scaldati sulla pista, grandi macchinari spostati nel buio, onde di rumore contro le scogliere delle case. Doveva essere stato uno scoppio di candele, doveva essere stato un corto circuito. E perché non una bomba, in Italia nel 1972? No, perché mai una bomba di notte a Segrate? Eppure era risuonata vicina. Abbiamo alzato la tapparella, ma a spingere lo sguardo nei prati bui in direzione est, verso Pioltello, non si vedeva niente. Non so se qualcuno dei nostri vicini, nei palazzi dell’INA Casa di via Achille Grandi al numero 21 (“Scala B 41”, aggiungevo da bambino quando qualcuno mi chiedeva dove abitavo), abbia aperto le finestre. Io avevo diciotto anni, la mattina per andare al liceo prendevo la corriera delle autolinee Colombo alla fermata sulla via Cassanese, o facevo l’autostop quando la perdevo. Non sembrava niente di male fare l’autostop allora, niente di pericoloso. Scoppiavano bombe, sì, ma c’era ancora molta gente che aveva fatto la guerra, non ci si spaventava tanto facilmente.

 

La mattina dopo il proprietario di una fattoria che era il padre di una compagna di classe di mia sorella trova un uomo dilaniato sotto il traliccio dell’alta tensione che in linea d’aria stava tra la sua casa e la mia, morto dissanguato per il tranciamento di una gamba. E un furgoncino Volkswagen poco distante, attrezzato per lunghi viaggi e pieno di carte geografiche, fili ed esplosivo. Poche ore dopo la polizia diffonde l’identità del morto, secondo i documenti ritrovati si chiama Vincenzo Maggioni. Ma ancora prima della mattina del 16 marzo, quando la notizia diventa ufficiale, Milano sa già che sotto quel traliccio è morto Giangiacomo Feltrinelli. Dal balcone del quarto piano adesso guardiamo come da un loggione di teatro lo strano spettacolo di quel soffio di storia che ci aleggia intorno a casa. Ogni giorno, per settimane, un semicerchio di camionette di polizia si forma ogni mattina  intorno al traliccio. Agenti armati e funzionari incappottati stanno per delle mezz’ore a guardare il traliccio, le mani nelle tasche, immobili. Infine un giorno se ne vanno e non tornano più. L’inchiesta, le congetture e il segreto, se c’è un segreto, si spostano altrove. E adesso è primavera, i prati sono di nuovo verdi ed è piacevole passeggiare per i campi la domenica, lungo i sentieri dei fattori. I segratesi, i miei vicini, anche noi, la domenica si va in gita al traliccio, con le moto, i transistor e le carrozzine con i neonati. Ci sono ancora tracce di sangue sulle traversine del pilone, ci sono sassi spezzati in due come da un coltello per via dell’esplosione, uno lo prendo in mano anch’io. Improvvisati storici fanno da guida ai turisti del traliccio, raccontano tutto, spiegano ogni cosa, ma le ipotesi, le interpretazioni politiche, le dietrologie le lasciano ai giornali. A loro interessa il fatto tecnico, quanto esplosivo c’era, dove è scoppiato, a che altezza dal suolo si trovava Feltrinelli, il luogo preciso dove è caduto.

 

Dura qualche settimana, poi la gente che ci va è sempre meno, finché il traliccio resta solo in mezzo al suo prato. Far esplodere quella bomba, qualunque ne fosse lo scopo, non sarebbe servito a niente, mi spiega il padre di una mia compagna di classe che è dirigente dell’AEM. È una linea secondaria, a Milano non sarebbe neanche andata via la corrente, o forse solo per pochi minuti. Tante cose che non sono successe in quegli anni non sarebbero servite a niente, se anche fossero successe.

 

Un anno dopo c’è la crisi energetica, manca la benzina, la domenica non si può circolare in macchina. La gente scende per le strade, nessuno deve dire “sta’ attento ad attraversare”, basta evitare le biciclette. Io sono con i miei e con mia sorella, camminiamo in mezzo alla Cassanese come padroni del mondo, è una sensazione bellissima. Qualcuno propone di spingersi fino al traliccio di Feltrinelli, che è ancora fuori dal paese, arrivarci è ancora un’avventura. Eccoci in vista delle sue croci di metallo, dei fili che ci passano solenni e ronzanti sopra il capo. È il santuario di un mistero doloroso il cui senso non capiremo mai, eppure in quelle domeniche a piedi, l’ultimo ricordo di felicità civica della città dove sono cresciuto, è come andare a rivedere un vecchio amico.

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