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Trapani / Paesi e città

È da quando ho l’età della ragione che non ricordo una settimana santa senza pioggia o nuvole, e questo venerdì santo non fa eccezione. Qui, a Trapani, da almeno tre secoli il venerdì di Pasqua è il momento in cui la città si blocca per farsi attraversare tutta da una processione di Misteri che comincia il venerdì pomeriggio e dura fino al giorno dopo, a resurrezione quasi avvenuta. La gente che fa parte delle maestranze locali e le bande musicali resistono pervicacemente alla fatica e al sonno, probabilmente perché il rito ha bisogno di essere portato fino in fondo per funzionare. Se rigenerazione ci deve essere, non può che passare attraverso un momento collettivo grandioso e lievemente insensato che fa pensare a quanto gli sforzi degli uomini si siano concentrati spesso su imprese risibili; in questo caso, la devozione delle masse ha fatto da schermo al desiderio di ostentare, attraverso la ricchezza e l’originalità dei paramenti e delle statue, il prestigio del gruppo sociale d’appartenenza, perché a ogni gruppo statuario corrisponde una confraternita di settore. Nicolò, uno dei trapanesi che seguono la processione con più entusiasmo, dice che i Misteri sono un gigantesco rave party in cui per ventiquattro ore la città è come sotto l’incantesimo di un ritmo. Il ritmo, ripetitivo e ossessionante, è quello dell’“annacata”, l’ipnotico movimento oscillatorio rispettato da maestranze e portatori per tutta la durata della processione. Il rito è molto fisico e molto maschile: i due amici gay che sono con me dicono di essere molto turbati sessualmente dalla vista di questi omoni che si accalcano gli uni sugli altri sudando, fumando e palpandosi (un’intensificazione del maschile che mi fa sentire vagamente esclusa da un aspetto misterioso e nascosto della situazione).

 

Nell’attraversare le strade della città, le statue, compresa la bara di Cristo morto, oscillano paurosamente; è un movimento che sembra cullare, consolare, in ogni caso “accompagnare” il dolore della croce con un contro-movimento che dice proprio il contrario: il lutto è una danza e questo dolore va ballato per potervi resistere. Passati i primi momenti in cui ci si aspetta di essere in un luogo di dolore e di trovare un’atmosfera luttuosa, ci si rende conto di essere nel bel mezzo di un’immensa festa danzante in cui tutto – i palloncini, le taccole (specie di nacchere che scandiscono il movimento su/giù dei portatori), l’aria del mare che penetra ovunque (un’aria luminosa, con un vento forte ma che ormai non è più freddo), da tutti gli angoli di questa piccola penisola che costituisce il centro storico di Trapani, la visione improvvisa della bara di Cristo che i portatori sembrano condurre direttamente al mare, le pause in cui ci si ferma per assaggiare i dolci di ricotta e la focaccia, i bambini della processione che accennano passi di danza – contraddice il discorso della Passione e parla una lingua più leggera in cui la danza lenisce il lutto. Un ragazzino fa dei movimenti da Charlot con la grossa croce che tiene in mano, vede che lo guardo e ride; i bambini sono quelli che più di tutti hanno bisogno di muovere i piedi: conoscono il ritmo e vi portano delle variazioni, come musicisti esperti. (D’altra parte, i partecipanti alla processione, senza questo ritmo, non potrebbero resistere fisicamente per così tante ore). Nessuno è veramente a lutto; i siciliani devono assolutamente dimostrare di essere superiori al dolore e più potenti della morte. Non riesco ad immaginarli veramente addolorati per la morte di Cristo; non si tratta solo del sottofondo pagano della Pasqua: è che se da un lato abbonda il senso scenografico della tragedia, dall’altro manca il lutto, perché il lutto non è affare da semi-dei.

 

 

Una signora alle mie spalle fa notare che “annacarsi”, non significa solo dondolarsi: significa anche vantarsi, darsi delle arie. Sentirsi superiori, appunto. Avere una sensibilità tragica ma non credere di poter realmente morire. A un certo punto finiamo in un circolo ARCI, tra il menu dei misteri e il barista che prepara il Negroni dicendo: un terzo, un terzo e un terzo: non c’è nessun mistero! Mentre il proprietario mi dice quanto è stufo di questa processione che si ripete con pochi cambiamenti anno dopo anno, sento Cecilia che dice a Clara quanto il venerdì santo la faccia ripensare alla morte prematura della madre. Allora la morte c’è, penso, solo che la si trova parecchie note al di sotto della musica frastornante delle bande.

 

 

A fine serata, quando sulle facce dei portatori si legge già la stanchezza feroce, Nicolò e Clara, le nostre guide, ci fanno segno di seguirli e ci trascinano a casa di Giovanni, un architetto molto simpatico che il venerdì santo apre la sua casa e prepara specialità trapanesi. Sotto, per strada, la musica drammatica delle bande continua il suo controcanto; qui invece, in questo paradiso di frittate, sformati formaggi e vino, la resurrezione è già iniziata, forse perché la morte non si può sopportare, neanche per un quarto d’ora.

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