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Trieste / Paesi e città

Trieste è una città bellissima, aspra e ventosa. Incerta sempre tra l’Adriatico e il continente, perde subito l'equilibrio, ha l'anima a fior di pelle, gli occhi glauchi sporgenti della follia. Una follia ombrosa, quasi mai cattiva, simile a sé stessa, occhio e specchio. Dal vecchio manicomio di San Giovanni si vede una spera di mare, quelle anime in pena possono scorgere l'azzurro, presagio di vita ultraterrena. Il fantasma dell'impero oscilla tra Miramare e San Giusto, tra Duino e Montebello come una vecchia lampadina. Se non fosse per l'aria che scende nei vicoli della città vecchia dal cielo azzurro, parrebbe una città finta, invetriata nei suoi colli. Ma quell'aria è stregata. E’ una città di vento, e il vento porta la nevrastenia, un affioramento irritabile e smanioso, in ritardo su sé stesso, pronto a chiudersi e a soffrire. Trieste divora la propria carne. Docile, rassegnata, dolorante, si mangia dolcemente le braccia e piange dagli occhi azzurri. Intanto la bora soffia, urla, mena fendenti per le strade del Borgo Teresiano, spacchi profondissimi tra i grigi palazzi: sotto i suoi colpi anche le menti più robuste vacillano, esposte a selvaggi sbalzi di pressione escono da quel frantoio triturate, macinate, polverizzate. E quando soffia sembra di vederla, la bora, dalle alte finestre dei palazzi, come una bestia in gabbia.
Se una città, com’è stato detto, è una sorta di emiplegia o di paralisi, Trieste lo è più di ogni altra. Nel suo magro pallore, è una cerniera sensibile tra il mare e lo scabro altopiano del Carso, un emblema di geometrie frattali. Sempre minacciata da un'embolia, prelude a tutti i possibili futuri, ma li rifiuta, rancorosa. Alta nelle stagioni, porta la segnatura di tutte le cose, ma incerta, non piena, un po' esangue come il suo mare non ancora meridionale. Un pallore dell'aria trasmesso agli abitanti: troppo biondi qui, gli umani, slavi slavati, dolicocefali austriaci azzurrovenati, non bastano le stirpi del sud nerobrunastre, fronti basse lanose, brachicefale, a irrobustirne il ceppo.
Se mi affaccio su Trieste, la vedo intrisa di luce occidentale, qualche nave si dondola nelle acque del golfo, gente minuscola va e viene per le strade. Dai vuoti arsenali sopra la fumigante Ferriera affiorano relitti e memorie di vascelli. E’ una città vibratile, coi nervi tirati e le palpebre trasparenti, sfinita dalla ritrosia, protesa a una lontananza: vista dal mare leva alte muraglie cieche su androne abbandonate gonfie di bora. Qui una città non doveva sorgere, specie una città così bella e fascinosa: c'è qualcosa nell'aria, una vibrazione o una corrente, un pallido magnetismo, forse una sorgente radioattiva, profonda nelle viscere del Carso, che illanguidisce questo sud del nord. Ma loro no, hanno insistito, hanno voluto il grande porto dell’Austria, hanno costruito moli e palazzi, strade e chiese e magazzini, e tutto è segnato dallo sfinimento.
Vedo il manicomio di San Giovanni che s'allarga per i colli, e poi Calvula Chiarbola, Silvula Servola, Valicula Barcola nel sole, San Vito, San Giusto... Vedo la Risiera di San Sabba, che fu l'unico campo di sterminio in Italia. Quei rossi muri corrosi, quella torre alta con lo spigolo arrotondato, quelle nere finestre, un edificio che già a guardarlo incute timore, non so come abbiano potuto lavorare là dentro per tanti anni le operaie della pilatura, donne che proprio per essere donne rappresentavano la vita e la maternità e la fecondità, tutto il contrario di ciò che sarebbe poi diventata la Risiera, il luogo della tortura e della morte. Non capisco come quelle ragazze, donne, femmine insomma, abbiano potuto trascorrere in quegli stanzoni tante ore, giorni e anni senza diventare pazze per la natura del luogo. Forse invece sono diventate pazze, perché quelle pareti grondano follia. Visitandola, ogni volta mi pare di vedere la follia stillare dalle fessure tra i mattoni, dalle finestre inferriate, quelle finestre coi davanzali di pietra d'Istria e con gli archi ribassati, come ad arco ribassato sono le porte e i portoni, come ad arco ribassato è in particolare la porta della cosiddetta cella della morte: questo aspetto truce e minaccioso della Risiera la predestinava a diventare un luogo di angoscia e di delirio per una metamorfosi tremenda e inevitabile. Si è tramutata da pileria in ammazzatoio, la loppa ha ceduto al sangue, le operaie sono state sostituite dai carnefici, il lavoro dallo sterminio, le canzoni dai canti di guerra.
Ma tu sei stata, Trieste, anche la città dei traffici e dei commerci, delle assicurazioni e delle compagnie di navigazione, dei caffè e dei letterati, degli scienziati e dei medici, degli scrittori, dei capitani di lungo corso e degli ingegneri. Oggi il tuo fervore è indebolito, restano i segni dell’antico splendore nelle chiese, nei palazzi, nei moli, nelle cuspidi. I timpani e i lucernari riflettono una gloria declinante, vagamente ancora acceso il tripudio delle lingue, delle operette nei teatri, in un secco volo di colombi sopra le piazze, sopra giardini lungamente oscuri, tu, maestra tenace, schiva, azzurra, di pietra di cielo di vento, chiusa nella tua pietra Trieste.

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11 Marzo 2011