Vincenzo da Filicaia / Sonetto LXXXVII

Chi volesse prendersi la briga di scorrere i volumi delle Rime degli arcadi, scoprirebbe che i poemi patriottici vergati da quella schiera di augusti classicisti sono una vera pletora. Nel novero degli arcadi civili spicca il nome di Polibio Emonio, alias Vincenzo da Filicaia, per la serie di sei sonetti e due canzoni che il poeta dedicò all’Italia (ma di Filicaia, anche e soprattutto in questa sede, andrebbe altresì ricordato il memorabile sonetto Sopra il giuoco del calcio al Serenissimo Sig. Principe di Toscana: inconsapevole vaticinio degli unici fasti nazionali condivisi dagli italiani contemporanei). Di quella sequenza di liriche patriottiche, questa è forse la più originale.

 

 

Italia, Italia, o tu cui feo la Sorte

Dono infelice di bellezza, onde hai

Funesta dote d’infiniti guai

Che in fronte scritti per gran doglia porte;

 

Deh fossi tu men bella, o almen più forte,

Onde assai più ti paventasse, o assai

T’amasse men chi del tuo bello ai rai

Par che si strugga, e pur ti sfida a morte !

 

Che or giù dall’Alpi non vedrei torrenti

Scender d’ armati, né di sangue tinta

Bever l’onda del Po gallici armenti;

 

Né te vedrei, del non tuo ferro cinta

Pugnar col braccio di straniere genti,

Per servir sempre, o vincitrice, o, vinta.

 

Edizione di riferimento: Vincenzo da Filicaia, Poesie toscane, 1707.

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