Immagini

Le fotografie di un maestro del colore / Josef Albers, le linee del santuario

È vero, come dicono molti critici, che quando si pensa a Josef Albers, tendiamo ad associarlo al quadrato o, meglio, alla serie dell’Omaggio al quadrato con i diversi accostamenti di colore. Eppure la stessa ripetizione quasi ossessiva di una forma, la variazione delle proporzioni di quei quadrati che ci appaiono sovrapposti, la scelta delle diverse sfumature, la vicinanza di varie tinte, la presenza di abbozzi accanto a studiatissime realizzazioni, ci sembra contenere un enigma. C’è però un’opera dell’artista, questa volta in bianco e nero, che riesce ancor più enigmatica: si tratta di una litografia del 1942 dal titolo Sanctuary, della serie Grafic Tectonic, costituita da una serie di linee rette che si espandono attorno ad alcuni rettangoli neri, catturando il nostro sguardo in un...

Scarabocchi / Marciapiedi e scarabocchi

In una bella fotografia scattata al Bornaccino nel 1952, Federico Patellani ritraeva due scolari di Federico Moroni intenti al disegno sul pavimento della scuoletta di campagna teatro della fantasiosa didattica del maestro di Santarcangelo.      La fotografia fa parte della serie “Italia magica”, un reportage che il grande fotografo di origini monzesi aveva proposto al settimanale “Tempo” e di cui aveva parlato con gli entusiasti Cesare Zavattini e Leonardo Sinisgalli. Nello scatto, una lama di luce taglia in due l’immagine, i bambini sono chini sui fogli, disegnano con accanimento, ignorano il fotografo e l’occhio dell’obiettivo che guarda in basso. I bambini amano disegnare per terra, anche se ci sono banchi e tavoli a disposizione. Preferiscono, sembra, l’anomalia del...

Intervista con Agnès Geoffray / Da un'immagine all'altra

Agnès Geoffray (1973) è un’artista francese che lavora principalmente con la fotografia. La sua ricerca è in equilibrio tra realtà e finzione, e spesso origina da notizie angoscianti poco conosciute o trascurate. Le immagini di Geoffray spesso lasciano emergere un ‘doppio’ visivo, in cui il perturbante si insinua tra forze distruttive addomesticate e quasi addormentate sulla scena. In un certo senso sono le associazioni visive innumerevoli in chi guarda a completare questi lavori, presentendo una intensità drammatica nel materiale, modellato in scena come pedine. Questa intensità è una corrente caotica che attraversa il confine sottile tra immaginazione e finzione; genera una variabile sinistra che, inafferrabile, produce un coinvolgente impatto visivo.   Agnès Geoffray, Night III,...

Artpod / Caspar David Friedrich | Claudio Parmiggiani

L’opera di Parmiggiani ci permette di distinguere due forme del sentimento religioso. La prima forma definisce il sentimento religioso come una fuga dal mondo, aspirazione a un mondo al di là del mondo, a un mondo trascendente il mondo, più vero del mondo in cui noi viviamo, a un “mondo dietro al mondo”, come direbbe Nietzsche. Esiste, cioè, una forma del sentimento religioso che ha come suo presupposto la miseria di questo mondo, la povertà di mondo di questo mondo e che manifesterebbe l’aspirazione a un mondo non corrotto dal tempo, eterno, beato, a un mondo, paradossalmente, libero dal mondo; un mondo che non conosce più la morte, il tempo, la vita, il divenire; un mondo, dunque, al di là di questo mondo. In questo senso la prima forma del sentimento religioso concepisce la...

Artpod / Nero con Punti Rossi | Alberto Burri

Da secoli, la parola “tela” è sinonimo di “quadro”, tanto è radicato nella storia dell’arte il suo uso come supporto di dipinti di formato vario, di diversa destinazione. Accade insomma che quello che non si vede – la base materiale – serva a dare un nome anche all’immagine che la ricopre.  In Nero con punti rossi di Alberto Burri (1956), invece, la tela è il davanti e il dietro, il sopra e il sotto. Verso la fine del Seicento, il pittore fiammingo Cornelis Gysbrechts riprodusse alla perfezione proprio la parte posteriore di un quadro, in un’illusoria inversione. Ma qui, in Nero con punti rossi, le due tele – quella che vediamo e quella che solo intuiamo – sono reali.  Da alcuni anni Burri aveva inserito nelle sue opere frammenti ricavati da sacchi di juta, senza nasconderne il...

Artpod / The Farewell Painting | David Salle

La scena ospita un dramma minuto. Una voce sussurra e noi rimaniamo in ascolto, in attesa di una rivelazione che non arriverà. Lo spazio è ripartito in un trittico, forma che dall’altare attraversa i secoli e arriva qui nuda, dissanguata, senza più traccia del sacro: due danzatori colti in un gesto coreografico, la riproduzione di un dipinto di Thomas Jones, A Wall in Naples,  del 1782 – dettaglio prelevato dalla carne pittorica di un paesaggista gallese inebriato dalla luce del Grand Tour –, i corpi degli stessi ballerini quasi solarizzati; piccole, piccolissime, come note a piè di pagina, le donne di una tribù africana, un appunto fotografico repentino che dice del corpo e di altro.    Farewell, arrivederci. La pittura di David Salle è priva di malinconia, ma in questa...

Artpod / Più vicino agli dei | Enzo Cucchi

Questo ex voto qualcuno lo ha fatto, una mano di uomo lo ha tracciato, ed è arrivato fino a noi, a porci le sue domande. È arrivato su una tavola di grandi dimensioni, olio su tela, ha attraversato più di tre decenni, è arrivato tutto blu emerso dal nero, trafitto e gocciolante di fiammelle e argentei bagliori. Malgrado la nostra incredulità, si sente chiaro il boato che lo ha germinato, assumendo la forma di mandorla di luce spiccata dal cuore. Cosa ci mostra? Una “selva oscura”, una notte in cui ardono decine di fiammelle disposte a corona, e al centro, sospesa su un monte, una fortezza dalle mura orlate di cuspidi. Oppure è l’ombra di una città, con le sue case e le sue torri svettanti, ora dormiente, o abbandonata, o stregata. La selva però potrebbe anche essere un cielo, e quelle...

‘Fuori’, La Quadriennale d’arte di Roma / L’iper hype contemporaneo

Tra i privilegi di condividere una piccola casa con altri coinquilini per destreggiarsi economicamente nell’archeologia stratificata della vita romana, c’è quello di condividere spazi con persone più giovani. «Cosa significa hype?», chiedo al mio coinquilino venticinquenne. «Non so come spiegarlo bene, è come quando esce un nuovo videogioco o una nuova canzone e tutti wow, anche se magari è una merda e dopo due giorni non se la caga più nessuno». Hype è andare su di giri, perlopiù per droghe, ma è anche una montatura, un processo di marketing per lanciare fortemente un prodotto, qualunque sia il contenuto. Uno dei privilegi di convivere con persone più giovani è quello di scoprire mondi che altrimenti sarebbero restati sepolti: quello che ti fa Roma ogni giorno. «Siamo giovani affamati,...

Un libro di François Boespflug / La Pasqua nell'arte

Nei quattro Vangeli il giorno di Pasqua, tutto ciò che ruota intorno all’“evento” della Resurrezione, è narrato con il riserbo dovuto a un accadimento inspiegabile, inaudito, indecifrabile anche per gli stessi discepoli e per i seguaci di Gesù di Nazaret, l’uomo ingiustamente crocifisso dai poteri congiunti delle autorità religiose e politiche. Descrivono infatti gli evangelisti, con la libertà della memorialistica e non con l’intento che noi oggi attribuiamo a una operazione storiografica, lo sconcerto dei discepoli e dei seguaci di Gesù intorno a quello che era accaduto a Gerusalemme: il profeta che aveva promesso la salvezza per Israele, il rabbi che aveva annunciato la riedificazione del tempio era stato condannato a una morte vergognosa sulla croce dei reprobi, e per di più il suo...

Una mostra a Palazzo Barberini / Il potere delle immagini

Dopo mesi di chiusura e una breve riapertura il museo è di nuovo sbarrato. Zona rossa. Durante la visita a Palazzo Barberini, qualche settimana fa, in una delle rare intermissioni normali in un anno per nulla normale, penso al convalescente, l’uomo della folla di cui parlano Poe e Baudelaire, che torna a uscire dopo la malattia rimanendo abbagliato di fronte allo spettacolo della vita nelle strade. Tutto gli sembra nuovo, tutto lo impressiona. Aggirarsi in un museo, mascherina e “distanziamento”, certo, ma poter insomma finalmente guardare, e insieme ad altri. Guariti. Guariti. Ma poi, una ricaduta. L’ironia è cruda: scrivo de L’ora dello spettatore. Come le immagini ci usano (a cura di Michele Di Monte, Gallerie Nazionali di Arte Antica, fino al 5 aprile), una mostra che appunto...

Scarabocchi 2021 / Metafisica dello scarabocchio

La chiamiamo paura del foglio bianco.  È quel senso di vertigine e di spaesamento che ci coglie quando dobbiamo iniziare qualcosa. D'altronde, per noi esseri umani iniziare da zero è spesso un momento terribile, dato che dobbiamo dare un senso a un vuoto che ci sembra immenso e di fronte al quale ci sentiamo impacciati perché incapaci di fare qualcosa d'importante. Secondo Gillo Dorfles tracciamo segni perché dobbiamo agire contro il vuoto, terrorizzati come siamo dall'horror vacui, riuscendo in questo modo a sentirci protetti. Scarabocchiare si pone in mezzo al bivio di una malgiudicata insensatezza e di un bisogno ancestrale, psichico, necessario a farci rimanere ben saldi in un mondo troppo complesso che per lo più non comprendiamo. Sempre Dorfles ebbe a dire, rispetto...

Un'intervista / Marina Ballo Charmet: l’immagine latente

Le fotografie di Marina Ballo Charmet registrano il vedere qualcosa per la prima volta. Danno spazio alla possibilità dello sguardo piuttosto che all’oggettivazione dello stesso. Sono pensiero laterale. Nelle immagini c’è il rifiuto di una visione definitiva. Lo sguardo è piuttosto partecipe della visione stessa e rende imprevisto il “sempre visto”, lasciando emergere “il rumore di fondo della nostra mente”. Le fotografie sono seducenti ma senza effetti. Quasi corporali più che neutrali. Si presentano così come è lo sguardo che le ha determinate: sperimentale e periferico. Mentre l’artista attraversa spazi quotidiani, accompagnata dalla sua macchina fotografica, registra esperienze incerte, lasciando fuori la retorica a cui ci hanno abituati i resoconti di percorsi che raramente sono...

L'epopea della Factory / L'opera-mondo di Andy Warhol

Un loft di Manhattan rivestito di carta argentata, un viavai continuo di ragazze e ragazzi squinternati che vivono d'espedienti, che ballano, telefonano, si ubriacano o si fanno di anfetamine, scroccano qualche dollaro o una cena, scrivono poesie, fanno sesso (omo e/o etero), passano da un party all'altro e da un appartamento all'altro, non dormono mai, vanno a sentire gruppi rock alternativi, recitano in film sperimentali, fanno o dicono cose spudorate, scoprono o inventano mode. Sono freak depravati, ragazzi e ragazze bellissime, gay sfrontati in un'epoca ancora omofoba, giovani ereditiere esibizioniste allo sbando, piccoli spacciatori, poeti, ballerini, attori e attrici improvvisati, manager di aspiranti attori e attrici, piccole “superstar” dell'underground e grandi rockstar (i Velvet...

Una mostra a Milano / L’ancipite Levi

Inaugurata a inizio dicembre come segno di resistenza culturale, c’è una mostra a Milano che merita d’essere visitata, sperando in una tregua d’apertura di musei e gallerie. Ha al centro lo scrittore italiano che più ha saputo testimoniare l’inferno realizzato della violenza e dell’odio, ma che ci ha anche insegnato a far durare e dare spazio, per dirla con Calvino, a ciò che inferno non è. Stiamo parlando di Primo Levi e della mostra Figure, una selezione delle sculture al filo di rame che lo scrittore ha intrecciato nel corso di tutta sua esistenza. Dei lari inquieti, potremmo definirli, dato che Levi li teneva nel proprio appartamento, abitanti di librerie, mobili o appesi alle pareti di casa.   Tartaruga   Dopo una prima assoluta a Torino, queste enigmatiche figure trovano...

Fotografie della Sardegna / Lettera a Lisetta Carmi

Cara Lisetta, ci siamo conosciuti nel 1974, quando sono venuto a Genova insieme a Luigi Nono e Marino Zuccheri per registrare dentro l’Italsider i suoni e le voci del cammino dell’acciaio dall’altoforno al tondino, voci, suoni e rumori che poi sarebbero entrati ne La fabbrica illuminata. Quell’anno, in un campo sulla riva del Tevere dove Quartucci aveva il suo anfiteatro di legno e tu documentavi Aspettando Godot mi hai fatto una foto i cui si vede un masso che mi sta cascando in capo. Il filo di ferro che lo regge a un pagliaio non si vede. Come Eschilo, – ho detto – che un’aquila gli ha mollato un pietrone vedendo luccicare al sole la sua zucca pelata, e l’ha fatto secco.      Non mi avevi parlato delle foto in Sardegna, dalla famiglia Piras, là a Orgosolo. Orgosolo che...

Clorofilla / Anemoni, il soffio della primavera

Marzo: si vanga, si zappa, si sarchia, si rastrella, si pota, si pianta e trapianta, si semina, si concima, si netta il giardino. Si gioisce ad ogni germoglio, si tentano le gemme turgide, si esulta all’aprirsi della prima corolla. E si impreca per le ventate di tramontana, per le ultime infide gelate, per le benefiche pioggerelle, un tempo onomastiche del mese, che tardano ad arrivare o si sono trasformate in piogge monsoniche. Anche il bosco si rinnova. Da sé. Tra gli abiti leggeri che indossa per il risveglio ce n’è uno che par di mussola, o di seta in raffinata stampa devoré, direbbero i tessitori. Le latifoglie sonnecchiano, sognano il folto delle chiome; così, il tiepido sole giunge senza schermo alcuno al suolo, dove ancora cricchia al piede il secco dei rami e delle foglie....

David Zwirner, Parigi / Thomas Ruff. Tableaux Chinois

Se la fotografia è un linguaggio, l’esercizio di Thomas Ruff è glossolalico, come quello di uno sciamano che conosce e riattiva idiomi oscuri, mettendoci in comunicazione con una realtà destinata a rimanere inapparente senza il suo intervento. Se la fotografia è un linguaggio, Ruff è però anche un grammatico metodico, che conosce e articola per noi la lingua delle immagini, per sondare l’irriducibile iato tra il mondo e le sue rappresentazioni. Allievo di Bernd e Hilla Becher all’accademia di Belle Arti di Düsseldorf (“era considerata la classe più noiosa, ricorda Ruff, perché si facevano fotografie noiose”), Ruff è anche forse il meno devoto – tra tutti quelli che diventeranno poi gli esponenti della “scuola” che da quella città prenderà il nome – agli insegnamenti e al metodo dei...

Pepe Karmel e la sua storia globale dell'arte / Arte astratta: una storia da riscrivere?

Lo spirito di Vasilij Vasil'evič Kandinskij esala dal suo corpo steso sul letto di morte. Sale in alto ondeggiando come le linee sinuose dell’opera Movimento 1 collocata alle spalle del cadavere.   Vasilij Vasil'evič Kandinskij sul letto di morte. Fotografia scattata da André Rogi il 13 dicembre 1944 / Kandinskij, Movimento 1, 1935, Galleria Tret'jakov, Mosca.   Nella poetica di Kandinskij confluirono il misticismo russo, il suo interesse per la teosofia e l’idea che gli “scienziati di professione [avessero posto] in dubbio l’esistenza della materia” (Lo spirituale nell’arte, De Donato, Bari, 1968, p. 57). Negli anni in cui elaborava il testo, pubblicato nel 1912 con il titolo Ueber das Geistige in der Kunst – Dello spirituale nell’arte, Kandinskij scoprì il dissolversi dell’...

Intervista a Marcello Maloberti / Le parole come incontro di boxe

Da qualche tempo penso alla latenza delle immagini. Subito dopo aver sostato nel senso latente di una figurazione vista direttamente con gli occhi provo anche il processo inverso, ovvero cerco di immaginare qualcosa che è detto o evocato da una parola o da una frase. Per esempio, mi sovviene il titolo di un’opera di Marcello Maloberti: “Le formiche fanno fatica sulla neve”. Cosa sta tra l’immaginare ciò che viene nominato e vedere direttamente le formiche che si muovono sulla superficie di un luogo innevato? Come indaghiamo il senso latente di un’immagine nominata, ciò che agisce accanto o dentro la correlazione tra significante e significato? Da qualche anno Maloberti scrive – a pennarello nero su fogli bianchi A4 – frasi sotto forma di slogan, frammenti impulsivi,...

Un'installazione di Gian Maria Tosatti / Ai confini del mondo: Odessa

Spalare fango. Ho visto (virtualmente) Gian Maria Tosatti (Roma, 1980) spalare fango per giorni. Insieme ai suoi collaboratori ha installato nel mese di dicembre Моє серце пусте, як дзеркало – одеський епізод (“Il mio cuore è vuoto come uno specchio – Episodio di Odessa”): otto lampioni accesi, piantati sulla riva limacciosa e cupa del lago Kuyalnik a Odessa. La fatica fisica, il corpo a corpo con la materia sono l’antefatto indispensabile di quest’opera dove cielo e terra si fondono nel medesimo, indistinto colore, l’aria sembra rarefatta e il tempo immobilizzato. Il progetto è uno degli episodi di un romanzo visivo iniziato da Tosatti a Catania nel 2018 e di cui l’episodio di Odessa compone il Dittico del Trauma, la cui seconda parte sarà allestita a Instanbul nel maggio prossimo. È...

Da Botticelli a Turner / Navi stanche

Riempire lo spazio di un quadro: condizionati come siamo dalla visione romantica dell’artista in preda alla potenza dell’ispirazione, ci sembra che questo non sia un problema suo, al massimo del pittore dilettante; crediamo insomma che l’intuizione creativa iniziale si estenda uniformemente in tutte le dimensioni dell’opera e vada a occupare ogni sua area. Eppure c’è un episodio che smentisce questo nostro pregiudizio. Nel 1573, in piena stagione controriformistica, Paolo Veronese viene sottoposto a un interrogatorio presso il Sant’Uffizio, sospettato di inserzioni eretiche in un suo dipinto dell’Ultima Cena; a un certo punto, incalzato dall’inquisitore, il pittore se ne esce con questa frase: “se nel quadro li avanza spacio, io l’adorno di figure, secondo le inventioni”. In altre parole...

Un viaggio nel colore dell'arte / Di che colore sono le tenebre?

La domanda sul colore delle tenebre è di Ettore Sottsass. Siamo nel 1963, l’architetto è in America per un viaggio con la moglie Fernanda Pivano, è però ammalato e in ospedale, avvolto dalle tenebre, che nella visione sofferente della malattia trascolorano nel bianco. Lo cita Alice Barale nella postfazione al libro collettaneo Il colore nell’arte, pubblicato a gennaio da Jaca Book: si tratta del tema che percorre tutti i testi che compongono il libro, in dialogo con le bellissime illustrazioni e che declinano la domanda in relazione a luoghi diversi del mondo e a tempi diversi della storia. Se quindi le tenebre possono essere nere o bianche e persino di altri colori, come nelle Ceramiche delle tenebre di Sottsass, l’enigma è dentro il concetto stesso di colore.     I concetti,...