Denis Peschanski. Memoria e resistenza in Francia

I fatti storici sono, per essenza, dei fatti psicologici.

 

Marc Bloch

 

La sera del 9 luglio 1942 a Parigi gli ispettori della Brigata Speciale di Vichy arrestano Dora Markowska, militante comunista. Durante la perquisizione del suo domicilio trovano una fotografia raffigurante Alexandre Peschanski in divisa delle Brigate internazionali: viene arrestato l'indomani. Nel novembre dello stesso anno i due, futuri genitori di Denis Peschanski, saranno deportati in Germania in quanto partigiani. Si può presumere che per lo storico francese la memoria di quegli anni abbia un significato particolare.

 

Ricercatore e poi direttore di ricerca al Centre national de la recherche scientifique (CNRS), Peschanski è stato impegnato in politica nel Partito socialista. Tra i primi lavori, che gravitano intorno al ruolo del Partito comunista francese durante il conflitto, si segnala Le sang de l'étranger (Fayard, 1989), scritto con lo storico Stéphane Courtois e il partigiano comunista Adam Rayski. Quest'opera, come la successiva Des étrangers dans la Résistance, ricorda come nella resistenza francese e in particolare nei Franchi Tiratori Partigiani (FTP), spagnoli, cechi, armeni, italiani abbiano svolto un ruolo importante, che nella memoria del conflitto durante il dopoguerra è stato ridimensionato per ragioni identitarie, sociali, politiche e diplomatiche.

 

All'inizio degli anni '90 Peschanski conia il termine di «vichysto-résistants» per identificare persone che sono state al tempo stesso sinceramente partigiani e sostenitori di Pétain. Uno dei casi più emblematici è quello di Angelo Tasca, del quale Peschanski ha pubblicato l'edizione critica del diario tenuto dal 1941 al 1944. Con il collega Laurent Douzou, Peschanki mostra che, per questo gruppo di persone, l'appartenenza alla Repubblica di Vichy non è stato un ostacolo assoluto al partigianato pur restando un forte impedimento, considerato che la collaborazione con i tedeschi era una politica essenziale di Vichy. Anche se il termine vichysto-résistant sembra ossimorico ai più, la loro esistenza dimostra la complessità intrinseca al fenomeno resistenziale.

 

Nel 2000 con La France des camps: l'internement, 1938-1946 Peschanski studia il fenomeno dell'internamento non solo durante l'occupazione tedesca (1940-1944) ma a partire dal 1938, anno del decreto che permette di internare gli “stranieri indesiderabili”, per arrivare alla liberazione dell'ultimo internato nel maggio 1946. Questo orizzonte cronologico mette in evidenza continuità e differenze delle logiche che guidano l'internamento. Quattro motivazioni, dominanti ma non esclusive, sono alla base dell'internamento di circa 600.000 persone in totale: al crepuscolo della Terza Repubblica francese, l'internamento è una misura eccezionale; per Vichy è uno strumento di controllo ed esclusione dei gruppi sociali che hanno “causato la sconfitta”, quali comunisti ed ebrei. A partire dal 1942 l'ingerenza sempre crescente dell'occupante tedesco lo trasforma in contributo alla soluzione finale, mentre dopo la liberazione con l'internamento dei collaboratori si ritorna ad una politica d'eccezione. Se anche vi sono continuità che impediscono di circoscrivere il fenomeno dell'internamento al solo periodo della guerra – i rom ad esempio continuano ad essere internati dopo la liberazione –, le logiche sottostanti sono diverse.

 

Peschanski adotta l'approccio “funzionalista” degli storici della deportazione preferendolo alla visione “intenzionalista”, ovvero evitando di trattare l'internamento come un fenomeno dettato soprattutto dall'alto. Senza nulla togliere alla responsabilità connessa alla libertà di scelta per la Repubblica di Vichy (messa in evidenza da Robert O. Paxton), lo studio dei campi francesi dimostra chiaramente l'importanza della congiuntura storica e il ruolo della logica burocratica all'interno dell'amministrazione francese. Ad esempio, la relativa autonomia dei meccanismi di funzionamento dell'amministrazione fa sì che questi possano agire senza ricevere ordini costanti. Peschanski sottolinea dunque come ogni fenomeno storico debba essere studiato nella sua globalità, nella sua differenza e nella sua complessità.

 

Solo studiando questa complessità si può capire come il fenomeno della resistenza, minoritario sotto alcuni aspetti, sia riuscito a essere accettato dalla società. Come mostra l'esempio dei vichysto-résistants (che pur condividendo i valori di Vichy agiscono da partigiani), gli studi di Peschanski mettono in luce le differenze tra azione e opinione. Analizzando il rapporto tra resistenza e società unicamente con queste due categorie si rende ragione solo parzialmente della complessità del fenomeno. Se ci si focalizza sull'opinione pubblica, come è stato fatto tra il dopoguerra e gli anni '70, questa appare largamente contraria alla collaborazione con i tedeschi e all'occupazione: si può concludere che i francesi siano stati in maggioranza partigiani. Se invece ci si concentra sull'azione concreta, punto di vista privilegiato dagli anni '70, è chiaro che l'azione della resistenza sia stata opera di una piccola minoranza. Ergo tutto il resto della popolazione ha collaborato, chi più chi meno, con i tedeschi. Ma in queste due analisi, che Pierre Laborie definisce “leggenda rosa” e “leggenda nera”, manca un elemento: il comportamento. Lo studio del comportamento dei francesi permette di introdurre altre sfaccettature poco prese in considerazione, quali l'accomodamento o la resilienza.

 

 

In La France des années noires, 1938-1944, pubblicato nel 2012, Peschanski propone una nuova chiave di lettura per quanto riguarda la storia della memoria sociale francese del periodo, in cui le due rappresentazioni memoriali opposte, la leggenda rosa e quella nera, si affrontano. La soluzione proposta è duplice: bisogna studiare la memoria del 1938-1944 in quanto oggetto storico e bisogna farlo in maniera interdisciplinare. Peschanki parla di régime de mémorialité (ricalcando i régimes d'historicité dei sociologi Hatrog e Lenclud), per poi introdurre, ispirandosi alla psicologia e alla neurologia, il concetto di condition de la mise en récit mémoriel. Il régime de mémorialité, o sistema memoriale, è l'insieme delle rappresentazioni e appropriazioni del passato in un momento storico preciso. In ciascun sistema memoriale vi sono rappresentazioni e figure dominanti rispetto ad altre che strutturano il discorso memoriale, ossia le condizioni che rendono possibile il racconto memoriale.

 

Nel sistema memoriale 1944-1970 la figura dominante è quella dell'eroe martire, il partigiano morto in combattimento o durante la deportazione. Simbolo della continuità repubblicana, l'eroe martire è indispensabile alla ricostruzione dell'identità nazionale e sociale. Dominante non vuol dire esclusiva: sebbene i francesi del dopoguerra sapessero che pochi erano stati partigiani, essi avevano sofferto per loro tutti ed erano stati vittime dell'occupazione tedesca. Vichy era vista come un prolungamento dell'occupazione tedesca e la sofferenza degli ebrei non si distingueva da quella dei partigiani e dei prigionieri di guerra.

 

Con gli anni '70 vi è un nuovo sistema memoriale: Paxton mette in evidenza l'ideologia e l'azione di Vichy mentre il film Le Chagrin et la Pitié (uscito nel 1971) viene interpretato – travisando le intenzioni originali del regista – come rottura e sostituzione della leggenda rosa, della Francia resistente, con quella nera, della Francia collaborazionista. La responsabilità di Vichy e l'accomodamento della popolazione francese diventano chiari. La figura centrale è qui quella dell'ebreo deportato. Anche qui, predominanza non significa esclusività: la memoria della resistenza continua, anche se il sistema memoriale fa sì che la si associ alla deportazione, evidenziando il salvataggio dei destinati ad essere deportati. Più che di occultazione cosciente da parte della memoria sociale conviene parlare di memoria forte e di memoria debole: nel primo sistema memoriale, la memoria forte è quella della resistenza, mentre nel secondo la deportazione domina il quadro.

 

Che cosa determina l'appartenenza di alcuni fenomeni storici alla memoria forte, mentre altri confluiscono nella memoria debole? Cosa struttura la memoria sociale? La risposta viene dalle condizioni che rendono possibile il discorso all'interno del sistema memoriale. Come la persona traumatizzata ha ricordi che non riesce a rielaborare per dare un senso alla sua memoria e rendere possibile il discorso (parlare vuol dire essere capace di elaborare), allo stesso modo la memoria sociale mostra traumi che non trovano senso per lei e che quindi non vengono integrati nel sistema memoriale. Se l'eroe partigiano o le responsabilità di Vichy sono temi che hanno un'utilità sociale e che quindi vengono inseriti nella memoria sociale, può essere citato un ricordo che non è entrato nel sistema memoriale: i bombardamenti alleati del 1944 in Normandia, che causano la morte di 60.000 persone. Come dare un senso a queste morti? Benché siano stati un'esperienza traumatizzante per chi li ha subiti, i bombardamenti alleati non hanno né senso né utilità per la collettività e diventano così memoria debole.

 

Peschanski auspica un cambiamento di paradigma nei memory studies. Le basi di questo cambiamento devono essere la dialettica, l'interdisciplinarità, la modellizzazione matematica e la complessità: la dialettica implica che è necessario studiare le interazioni tra il sociale e la psiche individuale. Per poter studiare queste interazioni si tratta di utilizzare il maggior numero di discipline possibili: storia, sociologia, diritto, filosofia, neuropsichiatria, psicanalisi. Ognuna di esse definisce a suo modo l'oggetto di studio, le dinamiche, i metodi di analisi, i risultati già conseguiti. La mole di dati ottenuti, che non sarebbe interpretabile con un'analisi qualitativa, deve essere trattate tramite modelli matematici. La complessità è intesa nel significato datogli da Edgar Morin: un sistema con elementi diversi non può essere ridotto alla somma delle sue componenti poiché sviluppa proprietà specifiche che appartengono all'intero sistema. Lo stesso vale per la memoria della resistenza, che non può essere ricondotta semplicemente alla somma delle memorie individuali: come afferma Morin, se la complessità non è la chiave del mondo ma la sfida da affrontare, il pensiero complesso non è ciò che è elimina la sfida, ma ciò che aiuta, talvolta, a sormontarla.

 

 

 

Denis Peschanski terrà l’intervento Memoria e rappresentazione della Resistenza venerdì 24 aprile, ore 18, presso la sala conferenze del Museo diffuso della Resistenza di Torino, nell’ambito del ciclo Liberazioni promosso dal Polo del Novecento.

Locandina della conferenza

Attività Istoreto 70° anniversario della Liberazione

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