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Govoni: Resistenza/Risentimento

Govoni, chi era costui? Ci si può imbattere nei suoi versi regolari, spesso ben disposti in strofe, in qualche antologia scolastica, preferibilmente delle scuole medie. In realtà, sebbene drasticamente scorciata a poche righe dalle storie della letteratura del Novecento italiano, la produzione poetica di Corrado Govoni è alquanto ampia e copre un lungo arco temporale; necessariamente varia e diseguale.

 

Era nato nel 1884 a Tàmara, in provincia di Ferrara, da un’agiata famiglia di agricoltori; svolse studi irregolari da autodidatta, diventando figura riconoscibile di giovane artista nella sua città, ma fu costretto poi dai sopravvenuti disagi economici ad esercitare diversi mestieri, per lo più a carattere impiegatizio. Esordì appena diciannovenne con Le fiale, rafforzando così la sua fama locale di enfant prodige, collaborò quindi a testate fondamentali della cultura primo novecentesca quali «La voce» e  «Lacerba», attraversando anche fin dall’inizio il movimento futurista (Poesie elettriche 1911).

 

Inutile ripercorrere qui puntualmente opere e fasi del suo lungo percorso: non mancò comunque durante gli anni trenta di atteggiarsi a vate celebrando il regime fascista ed il suo condottiero in Saluto a Mussolini. Viceversa per il figlio Aladino, trucidato alle Fosse Ardeatine, compose nel 1946 l’omonima raccolta, oggi piuttosto dimenticata a fronte di testimonianze poetiche ben più ispirate, della quale vogliamo però proprio occuparci nella convinzione che talvolta tra i cosiddetti minori si ritrovino tracce e sintomi, magari involontari, capaci di gettar luce su zone più vaste e nascoste.


Nella poesia d’apertura della raccolta ci si trova ancora sul limitare dell’effettiva realtà dell’accadimento. Il sentimento che pervade il testo è quello dell’incredulità per la presenza del figlio alla fossa, anzi dell’impossibilità di credere alla sua morte. Il testardo rifiuto della volontà è rafforzato dall’ambiente gaio ed indifferente della campagna attorno; la primavera in fiore riempie la scena, eclissando sempre più il caduto fino a renderlo assente (“Non è qui!”). Da subito insomma siamo di fronte a uno spazio vuoto dove il figlio non c’è: non ha lasciato discendenza (XXI) e dunque si va a cercarlo nei ricordi quotidiani (V), spesso d’infanzia (VI) e addirittura della nascita (XV). La madre, secondo tradizione, attende vanamente il suo ritorno (XXII). Tale vuoto è riempito dalla figura dell’eroe e del martire, che però non può che scaturire sempre e solo dall’immaginazione del padre. Egli lo vede saldo salire sul camion tedesco e primo scendere “sprezzante” verso la morte incombente e pronto a confortare i compagni. Infine, al momento dell’esecuzione, indomito nel gridare in faccia a Kappler “barbaro e vigliacco” (XXIX). Il comandante tedesco, definito “calzolaio”, viene descritto “esasperato sconvolto schiacciato / da tanta prova di intrepidità” (LV, vv. 16-17).


Segue la trasformazione in martire attraverso visioni violente in crescendo, che hanno in comune proprio la disgregazione e disseminazione del corpo tipica del martirio: “[…] è lì tutto in frantumi, / carne ed ossa, giocattolo stupendo / nella macabra scatola di zinco” (XXV, vv. 1-3); “un pugno d’ossa e cenci” (XLIV, v. 1). Il culmine consapevole si tocca nel testo LXX, in cui si scrive della distribuzione degli otto pezzi della testa esplosa. A conclusione troviamo una stilizzazione emblematica (“e al centro gli attributi del martirio / la corda e l’assassina rivoltella” LXXII, vv. 23-24) e una declinazione più domestica con la madre che conserva intatti vestiti e oggetti come vere e proprie reliquie (LXXXIX).


Tuttavia fin dalla poesia d’esordio sopra riportata a riempire, forse in modo sorprendente, l’enorme assenza del figlio, è proprio in una serie articolata di sfumature, la figura giganteggiante del padre e poeta. Da prima la fierezza, vagamente egolatrica, della generazione paterna: “A me ti diede e mi ritolse Dio: / Ma non è vero: così bello e forte / ti feci tutto io, soltanto io” (versi finali del testo XIII). Quindi un esclusivismo sulla morte, che sottrae al pubblico e alla storia il figlio, per assicuralo al padre, unico capace di eternarlo tramite i versi (il pianto riporta infatti al lamento sottotitolo della raccolta): “Ti sarà data la medaglia d’oro / alla memoria. Ma sarò sempre io, /  povero sfortunato figlio, a darti / l’immortale medaglia, col mio pianto” (XXXIV, vv. 1-4). Ma perfino l’episodio centrale, il martirio del resistente, viene avocato a sé dal padre che si mette in competizione ed al posto del figlio “ché il vero trucidato / son io” (XXXIV, vv. 6-7). Sul punto si torna una seconda volta negli ultimi versi del testo LXXV con efficace chiusa argomentativa e poetica: “ché se egli vive in me e in lui son io morto, / il doppio trucidato son io.”


Solo sul palcoscenico Govoni può finalmente recitare con veemenza il suo j’accuse contro tutti coloro che in modo diretto o indiretto ritiene coinvolti nella morte del figlio. Si può cominciare il lungo elenco dai più alti responsabili: “Il Re in fuga”, il Papa che “restò in collegamento telefonico con la Fossa / finché l’ultimo ostaggio fu sgozzato”(XLVII, vv. 1-4). Tra questi maggior spazio sarà dato a Mussolini, anche perché il poeta, tracciando una breve storia del suo atteggiamento verso il duce, deve farsi perdonare il credito elargitogli. Nella poesia XCIX sostiene di averlo avvisato di non tradire la sua gente, perché “sempre non ci sarà Piazza Venezia / mangiata dal vaiolo della folla / ubbriaca di politico delirio” (vv. 6-8). La svolta nel giudizio, come per tanti italiani, viene fatta risalire all’alleanza con Hitler, cioè a quando Mussolini si calcò in testa “l’elmo tedesco”. Infine Govoni si attribuisce anche il ruolo di profeta maledicente, che tuttavia colpisce a fatti avvenuti, sottolineando negli ultimi versi con inusitata virulenza verbale il corpo sfatto del duce, accoppiato con quello dell’amante: “– vigliacco, che tu sia – ti maledissi / – impiccato pei piedi! – Così fosti. / E fu scagliata la carogna ignuda / nella Caina insieme alla tua druda.”


Attorno alle massime autorità nazionali sta non meno colpevole la folla anonima degli italiani anch’essa indegna di qualsiasi sacrificio ed anzi posta sullo stesso piano dei tedeschi: “invano t’immolavi per il popolo / più ignobile di vili e traditori” (LV, vv. 22-23). Le invettive più feroci sono naturalmente riservate agli occupanti, definiti secondo tradizione “barbari” calanti da “brutti monti” e da “sporco mare”, che si esprimono secondo stereotipo con “odiosa lingua”, simile a grugniti di porci (III). Su di loro, ed in particolare sul capitano Keller, il comandante Kappler (“lo schifoso biondo / che porta nella gota la frustata / dello sputacchio d’una cicatrice?” VIII, vv.9-11), nonché sul sedicente tenente Marini, in realtà Mauro de Mauri che Govoni in nota chiosa “naturalmente ancora libero come tante altre spie  e infami collaborazionisti” si scatena il desiderio di vendetta del poeta. Il ritratto espressionista, l’aggettivazione degradante, supportano la fantasia di inaudita violenza riparatrice, che coinvolge quali vittime colpevoli anche i famigliari dei carnefici: “Dopo avergli scannati ad uno ad uno / tutti i parenti, gli vomiterò / sotto gli occhi ancor vivi il proprio fegato / strappatogli dal fianco con un chiodo” (vv. 17-20).


Questa specie di borghese piccolo piccolo gonfia le fantasticherie sul proprio io, fino a trasformare se stesso in un superomistico e pericoloso vendicatore, pronto a spuntare dall’ombra e dal passato: “L’arma è pronta: infallibile, oliata; / e la mano è più ferma che a vent’anni” (XII, vv.1-2). La rabbia cieca, che non trova un singolo colpevole, si scarica indiscriminatamente su tutti, ed anche, con straordinaria sintonia qualunquistica, sugli stessi partigiani di via Rasella, fiancheggiando tra l’altro quella vulgata di causa-effetto tra attentato e rappresaglia differita a patto della consegna, ormai del tutto smontata dagli storici: “Il vile che gettò la bomba nera / di Via Rasella, e fuggì come una lepre, / sapeva troppo bene quale strage / tra i detenuti da Regina Coeli / a Via Tasso, il tedesco ordinerebbe” (XLVI, vv.1-5). La catena di comando del male da Togliatti, Bonomi o Badoglio arriva poi fino a Dio, ripudiato con movenze di maledettismo ottocentesco. Govoni si rivolge infatti all’onnipotente dicendo che se non fosse in grado di ricongiungerlo al figlio, meglio sarebbe distruggerlo (CIV). In caso contrario si trasformerebbe in eterno ribelle; “sarei solo fetore ed infezione” (ivi, v. 29). La sfida non si placa mai nell’oblio e nel perdono, che anzi il poeta non cessa di “odiare e maledire”, di “gridar mostro a uomo e Dio” (XXVI), giungendo fino a definire Dio “creator maligno” (XVII, v. 11) ed a negarlo a favore di un materialismo caotico (LXIX).


Insomma, come visto, viene fuori molto del peggio che si possa immaginare da una guerra civile, per di più non direttamente combattuta: una certa compromissione allontanata con fretta e molta furia, la mitizzazione del caduto, la denuncia di un tradimento generalizzato ed indistinto che procede nel dopoguerra (“la libera Italia governata / da vigliacchi imboscati e disertori” XXX, vv. 2-3), e prevede un’improbabile conversione all’“infiammato rosso” della bandiera, “la sola degna di garrir sul mondo”, e all’attesa di una “benedetta aurora” (XLVIII). Tra le variazioni del lamento vi è anche il tentativo di consolazione attraverso il motivo della morte precoce che salva dall’invecchiamento (XXXVI, XLII). Tuttavia tale palliativo cade presto, quando Govoni ammette che, pur pensando a grandi personaggi scomparsi nella giovinezza, “[…] se qualcuno / ti superò soltanto di pochi anni, / io ne provo un crudel risentimento” (XCVII, vv. 7-9). Il risentimento è la chiave che il poeta offre per interpretare la Resistenza e che molti hanno variamente raccolto.

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25 Aprile 2014